Una distopia per raccontare il disfacimento del nostro presente: “Inaugura stanotte il secolo del bene”, 10 curiosità sul romanzo d’esordio di Vincenzo Montisano

 Una distopia per raccontare il disfacimento del nostro presente: “Inaugura stanotte il secolo del bene”, 10 curiosità sul romanzo d’esordio di Vincenzo Montisano

Inaugura stanotte il secolo del bene (Wojtek, 2025) è il romanzo d’esordio di Vincenzo Montisano, finalista alla sesta edizione del premio Neri Pozza e autore che abbiamo avuto il piacere di ospitare su Rivista Blam! con un racconto che si può leggere qui.

Una distopia, una città non meglio precisata – tanto da essere contraddistinta da tre asterischi – e un protagonista in un bunker, il cui nome è Hugo Boll. Sarà proprio quest’ultimo a raccontarci le vicende di un romanzo che è innanzitutto una critica al nostro presente straniante, a questa società incapace di vedere un’alternativa al capitalismo, perché, per citare Mark Fisher e il suo Realismo capitalista – opera che di certo ha ispirato questo romanzo –, «è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo». All’autore Vincenzo Montisano abbiamo chiesto di raccontarci il suo esordio in dieci parole chiave.

Inaugura stanotte il secolo del bene di Vincenzo Montisano: la trama del libro

Hugo Boll è rinchiuso in un bunker nella città di ***. Con lui c’è anche Karl Olsen che accoglierà la sua intima confessione. Erede di un’aristocrazia in rovina, Hugo dilapida il patrimonio di famiglia per vendetta contro il padre appena deceduto. Intanto intorno a lui la città è sconvolta da una profonda crisi morale e dovunque dilaga la «febbre delle mutilazioni». In un mondo sull’orlo del disfacimento, il senso di colpa diventa strumento di resistenza e di redenzione.

Inaugura stanotte il secolo del bene di Vincenzo Montisano raccontato da Vincenzo Montisano

1 – Bunker

Il bunker è un luogo santo. Un tabernacolo dove rinchiudersi quando fuori imperversa l’apocalisse. Qui, Hugo Boll racconta in prima persona la sua disfatta privata a Karl Olsen, il medico: l’uomo assolutamente comune. Le pareti asfittiche e umide del bunker comprimono lo spazio e il tempo della narrazione. L’uscire non è annoverato nella lista delle possibilità dei protagonisti. Almeno, non prima di aver toccato il fondo della propria abiezione.

2 – Parricidio

Si dice che le colpe dei padri ricadano comunque sui figli. Hugo Boll la pensa altrimenti. Nella lussuosa villa di famiglia, allestita la camera ardente ed esposte le spoglie di Marcel, suo padre, appena deceduto, egli cerca un riscatto da questa sentenza, incapace altresì di convivere con l’eredità valoriale, aristocratica e classista, in cui è stato allevato. Dopo aver dissipato tutto ciò che resta di lui, decide di «ucciderlo» una seconda volta. Sperpera il suo patrimonio. Smonta pezzo per pezzo l’ingombrante personalità della figura paterna che da sempre lo abita. Il parricidio è qui un rito simbolico di liberazione e di condanna.

3 – ***

*** è la città in cui è ambientato il romanzo. Uno scenario devastato dai fumi industriali e da maxi insegne di banche e società farmaceutiche. Un teatro di iniquità sociali, capace di inasprire i rapporti di classe e, allo stesso tempo, di rinsaldarli; qui padroni e servi sono atomi dello stesso nucleo. La città di *** è la sintesi di un’ipotetica metropoli europea e di un paesino di provincia, che da un lato getta via le persone snobbandole, e dall’altro, conoscendole a fondo, le ricatta. Hugo imparerà a conoscerne le ambiguità passando dai fastosi palazzi di potere alle più sdilinquite suburre urbane.

4 – Autolesionismo

La cosiddetta «febbre delle automutilazioni», che dilaga a *** e nel mondo intero, è una malattia fisica e metafisica, metafora del fallimentare consorzio umano su scala globale. Il senso perduto di comunità, le aberrazioni guerrafondaie dei governi, l’ingestibilità dei problemi climatici, sono alcuni degli aspetti che, sottotraccia, e di punto in bianco, in un bagno o su una panchina del parco pubblico, portano i cittadini all’automutilazione o al suicidio. Senza un corpo su quale infliggersi, non esiste esercizio di potere.

5 – Potere

Nel Novecento, il potere autoritario si è organizzato in gerarchiche forme piramidali, al cui vertice era sempre possibile identificare un nemico da combattere a colpi di rivoluzioni e di resistenze. Oggi questo paradigma si è pervertito. Il potere, ora informatico e tecnocratico, si è decentralizzato, parcellizzato in una rete ai cui nodi si posiziona ciascun individuo collegato agli altri. Questo sistema rende impossibile un riconoscimento chiaro delle istanze da combattere. Conscio di quest’evoluzione, Hugo è scisso: il potere siamo noi, ma ciò significa che noi siamo anche il principale nemico.

6 – Colpa

La più grande vittoria del capitalismo è stata quella di scorporare il senso di colpa dal mercato. Se davvero fossimo in grado di pesare le azioni che direttamente o indirettamente (molte, e impensate) producono effetti negativi a distanza – magari dall’altra parte del mondo e sempre a scapito di qualcun altro che deve morire perché noi si viva – allora l’intero sistema occidentale crollerebbe all’istante sotto il peso supremo di questa colpa. Hugo, assumendo su di sé lo scivoloso compito d’indagare il male, domanda ossessivamente una cosa soltanto: sondare gli scantinati polverosi di queste nostre miserie.

7 – Perversione

Nella società del controllo, in cui non esiste spazio privato, e dunque non esiste vera possibilità d’espressione democratica, la perversione può, in certi casi, configurarsi come l’ultimo baluardo dell’affermazione individuale incondizionata. Nello specifico, intendo per perversione qualsiasi atto, sessuale e non, che mini alla base le condotte eterodirette, borghesi e conformiste in voga. Tra le pagine di questo romanzo ho cercato di tratteggiare sia il veleno, che di certo esiste, sia gli eventuali antidoti, qualora quegli spazi privati li si avverta ormai impraticabili e sistematicamente zeppi di insidie.

8 – Luogo

Non svelerò nulla, a parte che questa parola è legata intimamente alle derive esoteriche che scorrono sotto la superfice testuale. All’alternativa, direi anch’essa poco consolatoria, che si oppone al raziocinio imperante che tutto pretende di spiegare.

9 – Odio

«Ma l’odio… meglio covarlo in sede privata»: queste le parole con cui Hugo Boll introduce il sentimento principe del romanzo fin dai primi paragrafi. Una forza che lo accompagnerà verso le conseguenze estreme delle sue scelte e che Hugo percepisce di gran lunga più autentica dell’amore. L’odio è quella particolare predisposizione d’animo che aiuta a mettere a fuoco la prognosi di un’epoca in cui, non essendo rimasto nulla di nostro da affidare al senso di comunità, l’ultima cosa che si può sperare di condividere con gli altri è il proprio dolore.

10 – Capitalismo

Nemico invisibile. Volontà tentacolare che si annida dietro i più semplici e insospettabili gesti della quotidianità. Manovrante ubriaco capace di installare e controllare uno strano macchinico sul nostro subconscio. Riprogrammandolo, rendendolo autoimmune. Unica, autentica potenza weird del nostro tempo che, sfruttando il massimo potenziale della tékhne, ha soppiantato la religione e l’arte, istituendo la legge di mercato come metro di giudizio egemone per decretare il successo o il fallimento di un’impresa, di uno Stato e di ogni essere umano. Laddove si viene persuasi di vivere in democrazia e nel proverbiale «migliore dei mondi possibili», proprio là, sotto la maschera di questa menzogna, si annida il più spietato dei regimi totalitari. «La più grande astuzia del demonio è far credere che non esiste» scrisse Baudelaire. E c’è da correre immediatamente ai ripari, quando la realtà soffoca l’immaginazione a tal punto da impedirgli di postulare valide alternative.

 

A cura di Vincenzo Montisano e Valeria Zangaro

Valeria Zangaro

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