La provincia soffocante e il riscatto di un figlio dopo gli errori materni: “Oppure il diavolo”, 10 curiosità sul romanzo di Luca Tosi

 La provincia soffocante e il riscatto di un figlio dopo gli errori materni: “Oppure il diavolo”, 10 curiosità sul romanzo di Luca Tosi

Alla sua seconda prova, Luca Tosi (autore che abbiamo avuto il piacere di ospitare con un racconto che si può leggere qui) arriva in libreria con Oppure il diavolo (2025), edito da TerraRossa edizioni. Un romanzo, questo, in cui un protagonista (con un nome carico di simbolismo) prova a riscattarsi dalla provincia – che è essa stessa personaggio e nella quale lui non si riconosce –, e da un legame materno abusante.

Oppure il diavolo di Luca Tosi: la trama del libro

Natale ha un rapporto conflittuale con sua madre, una donna manesca da cui non si sente accettato. A questo si aggiunge l’insofferenza per il paese in cui vive, Poggio Berni, un luogo di provincia in cui tutti sanno solo parlare troppo. Natale vorrebbe scappare da tutto questo, alla ricerca di un sé diverso. Lui, che è sempre stato un buono, ha capito tuttavia che la bontà non lo ha mai portato davvero lontano. Ecco che allora non può esserci altra via se non la vendetta e di conseguenza una forma di riscatto, e soprattutto la sopravvivenza di un figlio agli errori di chi lo ha generato.

Oppure il diavolo di Luca Tosi raccontato da Luca Tosi

1 – Natale

Ho scelto Natale come nome del protagonista di Oppure il diavolo per la carica di simbolismi opposti che ha. Volevo un personaggio infossato nella provincia, nel paese da cui non se n’è mai andato, Poggio Berni, e che fosse nato nello stesso giorno di Cristo. Così, già a partire dal nome potevo evocare sia una sacralità religiosa, sia il rosso natalizio, sia il rosso della passione, della tentazione, del fuoco e dell’inferno. Mi sono permesso di buttare una sonda nella pancia del personaggio per far luce sui conflitti reconditi, che per me sono sempre occasione e possibilità di scrittura. È dentro questi contrasti, poi, che ho strutturato la tensione narrativa, fra redenzione e dannazione.

2 – Provincia

La provincia non è solo lo scenario narrativo, ma anche uno stato mentale per Natale. Mi ritrovo in Bianciardi, quando affermava che scrivere di provincia ti rimanda a una dimensione vergine di ciò che vuoi dire, perché ritrovi una necessità espressiva collegata col senso di appartenenza. Calarsi nella provincia, per me, equivale a scendere nel pozzo che ho scavato negli anni, vado a pescare lì le parole: dialettismi, regionalismi, una lingua radicata. Se paragoniamo lo scrivere una storia al costruire una casa, vien da pensare che si tratti di edificare dal basso verso l’alto. Ci si dimentica, però, che prima vanno scavate le fondamenta. Il primo passo è scavare in basso, in profondità: lì, io ci trovo provincia e parole.

3 – Mamma

La mamma, per Natale, è una figura cardine. Ha a che fare con una sorta di sua colpa originaria: quella di esistere, di esser stato un peso, per lei, nell’essere venuto al mondo. Però, incarna anche l’affetto primario. Gianni Rodari diceva che dove c’è l’errore del figlio, c’è quasi sempre un errore del genitore: nell’aver creato le condizioni di quell’errore. In Oppure il diavolo la maternità è intesa come eredità interiore, e credo che sia questo uno dei temi fondanti del libro.

4 – Diavolo

Il diavolo, in questo libro, è l’alternativa che Natale contempla. Natale ha vissuto da bravo cattolico, rispettando le regole ma senza mai ottenere granché in cambio: allora il diavolo diviene la tentazione di una scorciatoia per il riscatto. Abbandonandosi all’istinto diabolico che è in lui, libera i suoi desideri e le frustrazioni represse, e arriva a scatenare il putiferio. Resta, però, il dubbio: Natale è davvero un buono che diventa cattivo, o un lato diavolesco è sempre stato presente in lui?

5 – Fuoco

Di fuoco ce n’è parecchio in Oppure il diavolo. Oltre al divampare della vendetta di Natale, associo a questo libro una forte sensazione di calura: sarà che l’ho scritto d’estate, senza condizionatore, nel pieno centro di Bologna. Quando scrivo, ricorro spesso a una tecnica che ho definito «il rinvio da fondo campo»: penso al portiere che, nel calcio, lancia il pallone il più avanti possibile per far salire la squadra. Questo mi mette nella condizione, sempre auspicabile, di scrivere senza fermarmi a rileggere. Sapevo di dover fare i conti col fuoco in una scena del libro, ma mentre scrivevo la rimandavo sempre un po’ più in là.

6 – Autobiografia

Con Oppure il diavolo ho ragionato anche in termini di occasioni autobiografiche, infatti nel costruire il personaggio sono partito da un ricordo: da ragazzino ho frequentato i laghi del libro, a Poggio Berni. C’era un uomo che passava a controllare che io e i miei amici avessimo il tesserino per poter pescare, e ne approfittava per attaccare bottone e tentare qualche palpata. Non so quale stimolo psicologico mi abbia riportato a lui, ma da subito ho intuito una porta narrativa per stratificare un conflitto interiore. Tondelli parlava spesso del concetto di occasione autobiografica, intesa come traccia recuperabile dal proprio vissuto su cui stendere una storia.

7 – Bar

Luogo tipo del paese, punto di ritrovo, microcosmo sociale ma anche stazione galattica. L’ho sempre vissuto così. Ci ho trascorso pomeriggi e sere di interi anni, da adolescente, a star a sentire le chiacchiere e osservare quello che succedeva. È il posto perfetto dove raccogliere vicende e dinamiche paesane. È una lente sull’ordinario. Spesso per scrivere una storia si ricorre all’esotico, a tutto ciò che è straordinario, invece le storie le abbiamo sotto il naso, basta accendere lo sguardo.

8 – Desiderio

A proposito di Natale, e di maschilità, nel romanzo il desiderio è la forza motrice. Natale è mosso da un desiderio aggrovigliato, inestricabile, non riducibile a una categoria; proietta un’esperienza omosessuale vissuta da adolescente nel suo presente adulto, fra pulsioni confuse tra idolatria (per la Lady Diana) e attrazione (per una barista di Faenza). Ho giocato col dualismo tra grazia e baratro: da un lato un ideale di bellezza quasi divina, dall’altro uno slancio oscuro. Mi interessa molto, come tema, la crisi contemporanea del maschio, perché come tutte le crisi apre a possibilità di rinnovamento, eppure la difficoltà è reale, ormai ci si muove senza riferimenti. Così ho scelto di privare Natale della figura paterna, lasciandolo senza mappe nel suo percorso sentimentale e sessuale.

9 – Soprannaturale

Tornando alla provincia, mi piaceva l’idea di dar vita a una storia dai canoni realisti, ambientata in luoghi veri (Poggio Berni esiste, così come il bar dell’Angela, i laghi della FIPS e tutto il resto) ma che poi virasse verso il soprannaturale. A catapultarmi in questa direzione è stato Il cappotto di Gogol’, col suo finale fantastico. Poi, da Il diavolo di Marina Cvetaeva, ho approfondito. Mi ha aiutato, in questo, la raccolta di Andrea Tarabbia Racconti di demoni russi, dove i demoni rappresentano forze impure di vario grado. Finché è arrivato il turno del mio, di diavolo. Così Poggio Berni è diventata una versione metafisica del luogo reale, simile alla geografia onirica di un sogno, un po’ come ha fatto Fellini con la sua Rimini in Amarcord.

10 – Scrivere

Mi capita di pentirmi, dopo che ho parlato o espresso considerazioni riguardo un mio libro, come per queste dieci parole. Mi sento goffo, inabile a tentare interpretazioni o giudizi critici: ciò che spiego concettualmente rischia di sovrapporsi alle verità intrinseche che il libro porta per tutti, dal momento che esce è già un corpo estraneo per me. La stessa scrittura è abbandono; in prima battuta, scrivo quasi sotto dettatura inconscia. Tutto quel che riguarda elaborazioni e metodo appartiene a un momento successivo, l’artigianalità riaffiora dopo. Figuriamoci la consapevolezza di ciò che ho prodotto. Mi manca quasi del tutto. La scorsa estate, dopo aver già chiuso e consegnato Oppure il diavolo a TerraRossa, per mano di mia nonna sono venuto a sapere che mia mamma aveva deciso di abortire, quando scoprì di esser incinta di me. Di colpo, mi son accorto di come il rapporto fra Natale e la madre, il senso di colpa d’esistere e il suo essere manesca sgorgassero da questo: dal non sentirsi voluti, sensazione di quand’ero bambino che ricordo nitidamente.

 

A cura di Luca Tosi e Valeria Zangaro

Blam

Articoli Correlati

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *