«Di un culo, un salvagente e uno stegosauro» è il racconto di Matteo Piras
Non c’è luogo più repulsivo di quello che voglia accogliere. La sassaia notifica il mio ingresso con la delicatezza delle calamità geofisiche. Sono tutti seduti su divani di pallet riciclati, con il MacBook davanti, protetti da grandi ombrelloni. Torcono appena la testa, richiamati dalle colate detritiche sotto i miei piedi. Indugio all’ingresso.
Cosa si beve in questi posti? Il caffè mi agita e fa un caldo porco. Berrei la birra, se non volessi stare lucido. Poi la birra fa l’acquetta nello stomaco. Cosa stracazzo è la kombucha? Le parole della ragazza al banco si perdono nello shaker. Le sue labbra si muovono afone: ripete, sempre scuotendo. Non la sento, ancora. Il ghiaccio fa uno schianto secco nel liquido. «Prendo un tè freddo» finisco di urlare, nell’attimo in cui interrompe l’agitarsi. Mi guardano anche gli altri al bar. «Che modi.» Bevo un sorso.
C’è l’uomo con la bandana gialla al collo e i baffoni. La ragazza con la schiena nuda e la colonna stegosaurica, con le ballerine tutte borchie e una cavigliera verde così fine. Sette anelli su due mani sono troppi, suppongo. Proprio per una questione di corretta mobilità articolare. Mia zia penserebbe che i piatti non li lava mai. Sapete, comunque, che i pc non li fa solo la Apple? Davanti a me il testone di una ragazza mi nasconde la docente. Una scrittrice famosa che non ho mai sentito nominare. Quella davanti a me ha un gilet ricavato da scampoli. È fatto dei tessuti che si scelgono per imbastire un abito da nobildonna seicentesca in un’opera lirica, i cui avanzi finiscono venduti a peso in un noto rivenditore sulla Darsena. Controlla spesso gli annunci da un sito per tate part-time. È di fianco alla donna stegosauro, che invece scrolla su Instagram. Le scarpe chiuse non vanno di moda. Per essere una società di mercato, pare che le cose si prendano con la tessera annonaria.
Alla fine il tipo con bandana gialla e baffone se ne esce con una storia interessante sulla paura dell’acqua che potrebbe complicare la vita a un fabbricante di salvagenti. La stegosaura ridacchia quando lui parla. Aggiunge che il fabbricante ha gli occhi azzurri. Come l’acqua, s’intende. Ci sono degli individui talmente peculiari da risultare deformi. Un uomo racconta di donne con problemi irrisolti di ansia sociale che faticano di giorno in un bar e che scopano molti sconosciuti di notte. Tranne lui, pare di capire. La dura vita del narratore. Mio Dio, gli chiedo in silenzio: ti sei sentito, mentre parlavi? La scrittrice indugia qualche secondo di troppo a cercare parole carine. Lui s’imbarazza e sbiascica qualcosa veloce, raccogliendo goccioloni salati sulle tempie.
Nessuno sa usare il microfono? Dovete parlarci davanti, Cristo: pensate a un cono gelato e alla distanza massima della vostra lingua. Madre, dove sono finito. Avrei dovuto bere la birra, forse un paio. Comunque col cazzo che parlo. Il silenzio viene sequestrato dalla storia di un culo tanto bello da spingere una donna di mezza età a un corso gratuito di scrittura creativa lungo il Naviglio Martesana tenuto da una scrittrice-davvero-famosa-che-non-ho-mai-sentito-nominare per migliorare la costruzione dei suoi personaggi. Si è preparata già a casa un numero opportuno di parole su quel culo, o meglio, su quello che lei ha intravisto nelle carnosità sferiche di quei grandi glutei. Dev’essere proprio un culo fotonico, penso.
Io vengo travolto dalla ragazza alla mia destra che si dirige verso il palco e che ovviamente non avevo guardato prima neanche per sbaglio: la mia vista si è conficcata sulla zona occipitale di quella davanti con gilet riciclato. Mi sposto lateralmente ogni tanto per segnalare la continuità della mia esistenza alla docente. Aggiungo per completezza che vengo travolto sia all’andata sia al ritorno. Lei parla di un personaggio che ha ereditato un’azienda funeraria e fa questo lavoro di seppellire i morti finché non gliene capita uno che a quanto pare si sveglia. Anche lei parla a sinistra e tiene il microfono a destra. Quando torna da me, mi giro tutto per farla tornare alla sua seggiola. Mi travolge puntuale con un contatto rotula-seno-gomito che avrei volentieri evitato. «Scusami.» La catenina a tracolla della borsa è rotta, le cade di nuovo. Si abbassa per raccoglierla, colpendo anche la tata part-time con il gilet lirico. «Scusatemi.» Mi spintona con il culo e sbatte per terra la mia bottiglietta di tè. «Scusami.»
Oh Gesù. E se davvero fossi come loro? La mia maglietta con il micio del reparto donna Uniqlo sfregiata a schizzi bianchi di candeggina sotto l’ascella e la macchia inequivocabile di sangue sui pantaloncini due misure più grandi. Il sangue non c’è verso di toglierlo dai tessuti, scordatevelo. Qualcuno dice con la trielina, ma di maneggiare un cancerogeno di classe 1 IARC non sono granché convinto. Altro che birra, serviva tequila. Ho i capelli unti, lo sento. Stanno scolando olio di mais sulla mia fronte. Mio Dio, scrivo davvero di merda. Chi sono io per giudicare un culo? A ’sto punto datemi anche il gilet lirico e la bandana gialla e la schiena stegosaurica. L’amore per i culi ce lo metto io. Sono io che ho paura dell’acqua, ho gli occhi azzurri e un arco narrativo discendente. Meno male che di lavoro fabbrico i salvagenti. Datemene uno, per favore!
Matteo Piras

