Raccontare il dolore attraverso i luoghi e gli oggetti di una casa: «Casa è dove non sei tu» è il racconto di Anna Lisa Vitolo

 Raccontare il dolore attraverso i luoghi e gli oggetti di una casa: «Casa è dove non sei tu» è il racconto di Anna Lisa Vitolo

Illustrazione di Michela Martinico

La casa era sempre stata la stessa. Si accedeva da un terrazzo ampio a livello strada. Muretto di pietra, inferriata di un verde che si faceva via via sempre più slavato, fino ad arrendersi alla metamorfosi cromatica virando al ruggine. Le pietre bianche, screziate di ogni tono di grigio, sempre più plumbee, riflettevano i cieli che passavano su di me. Le pietre bianche, rigagnoli di rosso, sistemi linfatici manomessi, sangue grumoso.

La porta blindata sempre chiusa a doppia mandata e che senza mai cigolare dava su uno spazio ampio, piano; era quello lo spazio del petto. Arredato di organi: c’era un cuore, uno stomaco, c’erano bronchi e polmoni, alveoli di legno marcio, trucioli di respiro.

Avevamo caricato i divani da casa di Nonna in primavera. Lui si era sobbarcato una grande fatica, aveva trovato l’amico di turno che gli avrebbe prestato il furgone. Io lo seguivo con la mia Ypsilon nera vecchio tipo, a gas. I divani erano un compendio di tristezze e malcelate malinconie. L’ultima foto di mio nonno materno, rinsecchito, scarno fuscello mangiato dal cancro, lo ritraeva su una di quelle poltrone. Nelle domeniche in cui mi sentivo protetta dalla pasta al forno di Nonna, da quel calore diffuso, dalla televisione così spessa e rumorosa, a un certo punto arrivava la magica richiesta: «Vai a dire a Zio che è pronto a tavola.» E io percorrevo il corridoio baldanzosa. Poi, davanti alla porta di ferro e vetro smerigliato dietro cui era arroccato Zio, la baldanza lasciava lo spazio a un reverenziale timore. Zio lo trovavi sul divano a leggere, assortissimo. E se era una domenica d’inverno di quelle cupe, una lampada proiettava una carezzevole luce sulle parole. Su quei divani ero assisa e Zio per la prima volta mi aveva letto La maschera della morte rossa. E quando Zio era in viaggio in Russia, in Germania, falcidiavo la sua libreria portandomi a casa volumi che poi lui puntualmente non trovava più.

Il divano e due poltrone di tessuto beige, stintissimo, di legno dozzinale, bruno. Adesso erano nella mia casa. Lui mi aveva aiutato, come fosse casa anche sua. Ma le cose già non andavano bene. Il tessuto vellutato accoglieva manate di schiaffi cambiando e ricambiando colore, un verso, l’altro verso.

C’eravamo tornati davvero come una famiglia. Lui ora era il Padre. La prima sera i bambini saltavano sui cuscinoni polverosi. Il soggiorno ora era diventato piccolo, pieno di persone, ma anche vuoto: senza le tende, senza una libreria, senza una lampada bella. Era un cuore già malato che ci aspettava e che pulsava convulso, in aritmie di amore e non-amore.

Allora mi ero occupata io di ordinare dei copridivani, su misura, bianchi: il tentativo di una purezza che non c’era, che rivedevo negli occhi dei miei figli e che anche lì si stava guastando senza rimedio. Il tempo scorreva e il Padre non tornava. Nella città c’erano altre persone che raccoglievano le nostre parole, parole che uscivano dai polmoni, passavano per la gola, schiette, leggere, a volte amorevoli, persino pacate, ma nella casa dalla gola uscivano solo urla. Non erano attutite dai ricordi di Nonna, dalle carezze che di lei sognavo sempre, con la sua voce roca da vecchia e tenerissima. «Tesorina.»

Quando entrarono i carabinieri, i copridivani bianchi erano macchiati già da due anni di ogni colore. C’erano i graffi di Lola, anche i suoi peli, perché non sempre riuscivo a pulire a fondo. Il piccolino aveva l’asma. Questa gatta qua non va bene. Il piccolino non respirava bene in questo spazio di petto compresso di dolore. Uno dei carabinieri aveva chiesto: «Ci vivete da poco qui?» E invece no, la vita era comunque andata, e la vita scorre più veloce nel dolore che nella gioia. E forse non scorre, rimane ferma e allora ci sembra passato il tempo e non è passato nulla. Nessuna chiave chiude, nessuna chiave apre: è solo che non si respira. Trattenere.

E poi ero rimasta io coi piccolini: dal divano e dalle poltrone che il Padre, quando ancora non era il Padre ed era semplicemente Lui, aveva portato da casa di mia Nonna, iniziarono a uscire larve di insetti, cadevano da sotto le basi, i poggiamano; erano sfere nere, cocce di conchiglia, e si aprivano in insettini malvagi, duri come l’odio, e sembravano ostruire parti vitali del nostro corpo, il nostro agire ne era bloccato. Allora ci ammalavamo tutti e tre sempre, di continuo, e andavamo in ospedale, io e i piccolini, e in ospedale non ci trovavano nulla e ci rimandavano di nuovo in quella casa, in quel soggiorno con i piccoli tumori dei nostri divani e poltrone che ci invadevano e ci fiaccavano.

E poi venne di nuovo la primavera. Avevo comprato un divano nuovo, il più economico: così avevo detto nel negozio. Senza vergogna, è questo che mi potevo permettere. I miei piccolini correvano da parte a parte, ci salivano, chiedevano delle foto come fossero sul trono del re. Il fiato si allargava. E poi era stata la volta della libreria, e ci avevo messo Les fleurs du mal, rubato a Zio. Ci avevo messo una lampada stile piantana, un ramo che partiva da terra e volava su in attesa di germogli e fiori odorosi, e poi dei quadri, una poltrona azzurra. Il tappeto blu. Le tende. Stavamo addobbando la vita per la festa che non poteva più essere così lontana dal venire.

Anna Lisa Vitolo

Blam

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