L’amicizia, come la cucina, ha bisogno di cura: 10 curiosità su “Il cuoco giapponese”, romanzo d’esordio di Lucia Visonà
È ambientato a Parigi e ha che fare con un’amicizia, Il cuoco giapponese (Einaudi, 2026), romanzo d’esordio di Lucia Visonà, autrice che abbiamo avuto il piacere di ospitare con un racconto dal titolo La zucca. Come nel racconto, anche nel romanzo la storia ruota attorno al cibo, capace non solo di unire persone e luoghi diversi, ma di essere anche laboratorio di crescita, occasione per diventare adulti.
Il cuoco giapponese di Lucia Visonà: la trama del libro
Hugo si è trasferito a Parigi dalla provincia per studiare Giurisprudenza. È qui che conosce l’anziana Margot. Due personaggi opposti, per età e carattere, che diventeranno amici grazie al cibo. È in cucina che entrambi impareranno il valore dell’amicizia, e quanta cura ci vuole per farla crescere. All’autrice abbiamo chiesto di raccontarci 10 curiosità sul suo romanzo.
Il cuoco giapponese di Lucia Visonà raccontato da Lucia Visonà
1 – Amicizia
Il cuoco giapponese è la storia di un’amicizia – strampalata, ambigua, e a volte tormentata – tra Hugo, un ragazzo arrivato a Parigi dalla provincia per studiare Giurisprudenza, e Marguerite Laval, detta Margot, una vecchietta eccentrica che si è messa in testa di trasformarlo in un grande chef. Come spesso accade nelle amicizie, Hugo e Margot sono due personaggi diversissimi: lei è spumeggiante, piena di risorse, un po’ fanfarona, mentre lui ha un carattere introverso, è goffo, indeciso e non sa bene cosa fare della sua vita. Li accomuna però una grande solitudine. Margot, incapace di creare relazioni stabili, si è fatta terra bruciata intorno e perfino i suoi figli non la sopportano più; Hugo invece fatica a legare con i coetanei, vive con la costante sensazione di essere un pesce fuor d’acqua. Nelle loro scorribande in giro per Parigi scopriranno quanto è preziosa, e complessa, l’amicizia.
2 – Cucina
Le pagine di questo romanzo sono piene di ricette esotiche, piatti dimenticati, specialità francesi: la cucina è infatti una tappa fondamentale nel percorso di formazione di Hugo. E non solo. Io credo che per molti di noi sia una fase importante nel viaggio per diventare adulti: a vent’anni mangiare significa solo nutrirsi (penso ai chili di tortellini con la panna che ho divorato nei primi anni di università), poi con il tempo diventa scoperta – di sé, dei propri gusti, dei propri limiti, ma anche dell’altro, soprattutto in una città come Parigi dove esistono ristoranti di tutti i Paesi del mondo. Al tempo stesso, dietro a questo mondo spesso romanticizzato, ci sono ragazze e ragazzi che lavorano duramente, con orari impossibili, subendo non di rado vessazioni da parte di chef-star (come ha svelato di recente l’inchiesta del «New York Times» sugli abusi al Noma). Per ricostruire la vita nelle cucine dei ristoranti di lusso mi ha aiutato molto Kitchen confidential di Anthony Bourdain, libro cult tra i giovani cuochi. L’autore racconta con ironia la vita nelle cucine di New York, trasmettendo tutto il suo amore per il mestiere, pur senza nasconderne le difficoltà. Perché anche il lavoro dei sogni alla fine è un incubo.
3 – Parigi/Paname
Parigi, la città in cui vivo da quattordici anni, non è solo l’ambientazione del romanzo ma è la terza protagonista di questa storia. Come capita a chiunque voglia scrivere di un luogo molto raccontato, mi sono trovata di fronte alla sfida di non cadere nel cliché. Ho cercato di trovare un equilibrio tra la Parigi sfavillante e poetica degli scorci sul Sacro Cuore e sulla torre Eiffel e la Parigi di chi ci vive, spesso grigia, maleodorante, infestata dalle cimici da letto. Nel libro la città si sdoppia: c’è la Paname di Madame Laval (nomignolo con cui Parigi era nota negli ambienti popolari e artistici di inizio Novecento e che ancora oggi viene usato tra i giovani e nel marketing), una città che sorprende e promette meraviglie, e c’è la città di Hugo e di altre centinaia di migliaia di persone che vivono in appartamenti minuscoli al limite dell’insalubrità, si spostano su mezzi pubblici affollati e lottano per trovare il proprio posto in questo formicaio al centro dell’Europa.
4 – Belleville
Belleville, quartiere popolare a nord-est di Parigi, occupa un ruolo speciale nel romanzo: è qui che sono ambientate molte delle avventure dei due protagonisti, ed è qui che Madame Laval abita, in un «casermone di cemento che sembra essere stato sganciato in quell’angolo di città direttamente dall’Unione Sovietica». Belleville è un quartiere in cui vita e letteratura si confondono e a ogni angolo si incrociano personaggi di Romain Gary e Daniel Pennac. Quando ci abitavo, avevo l’impressione che bastasse uscire di casa e tenere gli occhi aperti per inciampare in una storia, lungo i boulevard su cui passeggiano a qualsiasi ora del giorno prostitute non più giovanissime, sulle panchine dove gli chibanis si godono il sole chiacchierando, nei negozietti cinesi dove si trova di tutto (a eccezione dei fiori di gelsomino essiccato che dovrebbero rivoluzionare la cucina francese). Per pura coincidenza, la scuola di scrittura a cui mi sono iscritta per lavorare sul romanzo si chiama proprio Belleville.
5 – Provincia
Hugo viene da un paesino immaginario vicino a Clermond-Ferrand. Nella realtà io non sono mai stata in Alvernia, ma come lui sono cresciuta in provincia e mi sono ispirata ai paesaggi familiari della bassa bresciana per creare Saint-Julien: la campagna antropizzata che attraverso in treno ogni volta che torno a casa, i centri commerciali sull’orlo del fallimento, i parcheggi delle multisale dove fare pratica per l’esame della patente. Eppure, più che lo spazio, mi sembra che a distinguere città e provincia sia soprattutto il tempo. A Saint-Julien come a Desenzano del Garda le giornate scorrono lente, le ore si dilatano, i cambiamenti paiono invisibili. E questo immobilismo è ancora più evidente quando si torna dopo avere trascorso tanti mesi nella frenesia di una grande città.
6 – Bugie
Il cuoco giapponese è un libro zeppo di bugie, a cominciare dal titolo. Hugo non è davvero giapponese (come svela la prima riga dell’incipit): si tratta dell’ennesima invenzione di Margot, abituata a modificare la realtà per sfuggire alla banalità del quotidiano e crearsi una vita affascinante, un’esistenza degna di essere raccontata. Nel romanzo spesso le cose non sono come sembrano: le contesse sono prostitute, i baroni semplici librai, perfino Parigi mente, promettendo scorci romantici e trascinandoci invece in vicoli bui e maleodoranti.
7 – Cura
L’amicizia, come la cucina, ha bisogno di cura, ed è questo forse il vero insegnamento che Madame Laval trasmette a Hugo. Negli ultimi capitoli, quando l’amica ormai troppo malata deve rinunciare ai pranzi sontuosi nei migliori ristoranti della città, il cuoco giapponese soddisfa i suoi capricci, la sopporta, le cucina minestrine e mele cotte, si prende insomma cura di lei.
8 – Champagne
In questo libro sono citati diversi vini importanti e in particolare il mitico champagne. Le bottiglie pregiate rappresentano quel mondo scintillante e inarrivabile che Margot ha sempre sognato, lei che nella sua vita adulta «era stata felice solo fra il terzo e il quarto bicchiere di champagne». Ma la Champagne è anche la regione francese in cui il romanzo si chiude, il luogo in cui Hugo diventa un vero cuoco ed esce dal romanzo per entrare nella vita. Il libro è nato proprio nel parco dell’hotel di Reims in cui il cuoco giapponese finisce a lavorare: durante una gita fuori porta, mentre chiacchieravo con un ragazzo italiano appena assunto come commis nelle cucine del ristorante, uno strano individuo ci è passato accanto. «Quello è il cuoco giapponese», mi ha spiegato lui, e io l’ho trovato un titolo bellissimo per un romanzo.
9 – Umorismo
In esergo ho scelto di mettere una citazione di Romain Gary, un autore che amo molto: «L’humour est l’arme blanche des hommes desarmés». L’umorismo per me non è un modo di sfuggire alla realtà, al contrario è una delle poche armi che abbiamo per tentare di reagire al dolore e alle miserie quotidiane senza lasciarci schiacciare. È un atto di coraggio, di resistenza, di affermazione di sé, perché – come dice Gary – «la disperazione è solo una mancanza di talento».
10 – Giappone
Non c’entra molto dal momento che Hugo non è davvero giapponese. I suoi tratti vagamente asiatici sono un espediente narrativo per sottolineare le sue difficoltà a integrarsi, il suo essere un outsider. Nel libro non poteva però mancare una ricetta giapponese, l’okonomiyaki, una sorta di pancake agrodolce tipico di Osaka, che potete degustare in alcuni dei ristoranti della rue Sainte-Anne, nel quartiere giapponese di Parigi.
A cura di Valeria Zangaro e Lucia Visonà

