Un incontro inaspettato in una notte (forse) mai esistita: «I pugni di Anton» è il racconto di Mattia Barbetta
Illustrazione di Dario Licata
You had to survive a lot of things to get to this point.
Il caso mi condusse a quell’incontro in una serata inaspettatamente umida. Pedalavo in salita distratto delle righe dei copertoni sull’asfalto. A lavoro ci avevano strizzato come spugnette da cucina, e in testa non mi rimaneva che una massa inerme e molliccia. Pensavo: la bicicletta è un concetto semplice, si mettono i palmi sul manubrio, i piedi sui pedali, e si inizia a spingere verso il basso. Prima un piede, poi l’altro. Una spinta segue la successiva e la bici continua a filare finché riceve pedalate. In salita ci si può distrarre, se si conosce la strada a memoria. O almeno così credevo finché non dovetti aggrapparmi a entrambe le levette dei freni e tirare forte, il bacino che schizzava in avanti e si schiantava contro il manubrio.
L’uomo che attraversava la strada un po’ barcollante fece un saltello all’indietro e alzò entrambe le mani come a chiedere l’assoluzione. Sorrise, ma non prima d’aver spalancato gli occhi e rivolto dubbioso lo sguardo sul semaforo. Mi fermai e anch’io m’affrettai a controllare. Era verde, per lui. Mi scusai. Dapprima l’uomo fece un’espressione divertita, bofonchiò qualcosa in una lingua di radice slava, mimò un destro-sinistro da pugilato. Rimasi dov’ero, allerta.
«Io, Anton» disse riportando le nocche al petto. «Giulio» dissi impacciato.
Anton aveva allora allungato la mano ruvida e quadrata sopra il manubrio e atteso che gliela stringessi senza badare alla mia esitazione. Odorava di alcolici e lavanda. Il suo corpo asciutto e teso riempiva appena la giacca di jeans. Gli avevo sorriso di rimando. Lui era arretrato barcollante aggrappandosi a una risata, e aveva sferrato un paio di ganci nell’aria.
«Kobry! Ataque!» diceva scansandosi fulmineo da un lato all’altro, «Pidhotokva» e scagliava un dritto, «rápido» e partiva un altro pugno. Stavo per andarmene, quando si avvicinò e mise entrambi i gomiti sul manubrio. Lo guardai allora negli occhi pieni, calotte glaciali rigate da ragnatele di capillari rotti. Riuscivo a scorgervi una luce, all’interno, uno scintillio. Quel lampo affondava nelle sue pupille come radici, e Anton sapeva, in un modo che solo una persona di strada sa. Rimaneva lì appeso e si lasciava osservare senza più dire una parola.
Per questo mi parve naturale ciò che accadde l’attimo successivo. A circa venti centimetri di distanza, Anton mi guardava con un sorriso calmo, e io vidi un’apertura nel nero tondo in mezzo alle sue iridi azzurrine, un varco inevitabile. Poi, senza sospensione, senza sorpresa, mi trovai in un bagno dalle piastrelle bianche incrostate, la testa dolorante. Mi sentivo leggero, ogni cosa pareva più grande di mezza taglia. Guardai nello specchio di fronte e vidi riflesso un bambino biondo, occhi come il permafrost e un livido acceso sulla parte destra del viso. Sentii, distante, il ronzare di un motorino che si avvicinava. Notai tra le dita una sostanza farinosa e bagnata. Era fanghiglia. Oltre la porta, in cucina, una voce di uomo rassicurava una donna sopraffatta dai singhiozzi. Seguii quel pianto ed entrai in un ambiente essenziale e dalle pareti verde conifera, le due figure avvolte l’una all’altra e sedute accanto al tavolo. «Anton» esclamò la donna asciugandosi il viso. Mi irrigidii. Quel nome non poteva essere casuale. La figura maschile mi si avvicinò, le dita annerite sul dorsale della sedia, e mi sussurrò qualcosa che non capii. Aveva gli occhi accesi, il tono caldo e rassicurante.
Spostai l’attenzione alla donna sullo sfondo, ancora seduta, gomiti sul legno consumato. Annuiva. Di riflesso, come per automazione, quando mi voltai nuovamente verso l’uomo dalla mascella liscia, feci su e giù col capo. Lui mi sorrise soddisfatto e pronunciando altre parole incomprensibili, mi diede un buffetto affettuoso sulla guancia, a pugno chiuso. Dalla cucina, in una rotazione di mobili e mura, fui catapultato in un luogo ancora più spoglio. Sentivo una mano muscolosa attorno alla clavicola, e pressato contro la spalla il fianco pulsante del padre di Anton. C’erano medaglie e coppe sparpagliate e mescolate agli oggetti di uso quotidiano, ma anche locandine, ritagli di giornale, e due paia di guanti appesi ai lati di un orologio quadrato.
La persona a cui il padre di Anton si stava rivolgendo era un omone largo, esteso in orizzontale. Non parlava, rimaneva immobile fissandomi coi suoi occhi di rospo, la fronte piallata, il naso largo, il collo largo, le spalle, la mandibola sbilenca e il torace, larghi. La pancia, larga. Le mani enormi e dure.
«Brat» esalò infine l’omone.
Mi sentii strizzare e scuotere d’eccitazione, e vidi poi la figura paterna lanciarsi a stringere le mani enormi dell’uomo esteso, e dargli un bacio sulle copiose guance arrossate. «Anton!» E il rombo di quel richiamo mi fece chiudere gli occhi, d’istinto. Quando li riaprii stavo correndo con un secchio metallico sopra la testa, un odore ripugnante ad annebbiarmi la vista, l’omone dagli occhi di rospo batteva le mani per dettare il ritmo. Tentai di divincolarmi dai maiali che mi accerchiavano, ne schivai un paio, ma inciampai e caddi con la faccia nella melma putrida di piscio e pioggia e merda, il contenuto del secchio divorato in pochi istanti.
Le mie dita si contrassero e avvertii un manubrio nella loro presa. «Davay!» L’uomo-rospo mi stava porgendo una bottiglia trasparente, piena a metà. Trangugiai senza esitazione e il liquido scese bruciando tutto ciò che incontrò. Tossii, l’ondata di calore divenne forza, si mescolò alle gocce di sangue e sudore, alla polvere delle strade di campagna, ai sacchi di grano e alle ruote di trattore, alle braccia alzate, il nome An-ton Sav-chenko urlato dalla folla, al padre di Anton su un lettino d’ospedale, le labbra bluastre e la cannula infilata nelle narici, le dita gonfie ad afferrare le ginocchia, gli occhi terrorizzati. Stava morendo. Gli strinsi entrambe le mani, disse: «Synok… Antoshka…»
Un semaforo, da qualche parte, passava da verde a rosso. Il sangue che avevo tra le mani non era né di Anton né di suo padre: ero in ginocchio su un marciapiede, le buste della spesa squarciate di fronte alla coppia di anziani che tenevo fra le braccia, la macchia nera che si espandeva lenta sotto di loro. Avvertivo colpi di fucile come un’eco nella testa, ma non riuscivo a schiodarmi di lì. Mi sentii afferrare da dietro, trascinare via, «Davay!» E riemergevo in un luogo familiare, quelle pareti dal verde boschivo, la stessa donna ora segnata di grigio dal tempo. Mi sedetti di fronte a lei. Quando appoggiò la sua fronte alla mia, sussurrò qualcosa in una lingua che ormai mi pareva di capire, e annuendo con gli occhi pieni di lacrime, spalancati, chiedeva conferma. Annuii. «Antoshka…»
Riaprii gli occhi nel rettangolo di vetro di un treno in corsa, ginocchia e mani che tremavano incontrollate. Nella parte bassa del riquadro gli elementi scivolavano via veloci e si fondevano in un graffio multicolore. In quella superiore, invece, il grigio-azzurro era macchiato da bagliori e code di fumo che si toccavano in un punto preciso, oltre la linea fra terra e cielo. Risuonavano sirene di allarme. Appoggiata la testa al finestrino, avvertii le rotaie tremare. Fu come riemergere da un’immersione, ci fu un crescendo di voci in spagnolo, una suggeriva di mettersi in coda per il bis, un’altra mi aggrediva, un’altra ancora fingeva dispiacere, diceva dobbiamo lasciarti andare. Alle narici tornò prepotente l’aroma di lavanda alcolica. Anton era esattamente dove l’avevo lasciato, le mani rocciose. Si accorse che lo stavo fissando con aria smarrita. Non disse nulla, era più disteso rispetto a prima. Spalancò il sorriso. Dolcemente, mi appoggiò il pugno chiuso sulla guancia, e se ne andò lungo il marciapiede. Io rimasi fermo col piede sul pedale, pronto a ripartire. La luce del semaforo era tornata rossa, nessuno che attraversava. Avevo il respiro affannoso.
Mattia Barbetta

