Il racconto della domenica: La me di colla di pesce di Stefania Maruelli

 Il racconto della domenica: La me di colla di pesce di Stefania Maruelli

Illustrazione di Valentina Merzi

Sulle prime ho sorriso, divertita, poi ha iniziato a salirmi un senso di angoscia. C’era questa enorme torta sul tavolo, non quelle semplici, da pasticceria sotto casa, ma quei mostri complessi davanti ai quali ti chiedi: «Sarà davvero una torta?». Però non era questo il problema, e in fondo non c’era proprio nessun problema, ero stanca, certo – è stupido compiere gli anni di lunedì – avevo passato la giornata in ufficio a fare cose che perlopiù detesto e poi avevo fatto giusto in tempo a farmi una doccia e a cambiarmi: ovvero sostituire i jeans e il maglione del giorno con i jeans e il maglione della sera. Quindi Luca era arrivato e mi aveva detto, tutto contento, di non guardare nel frigo, io avevo annuito, chi ci guarda mai, e poi quella sera per festeggiare avremmo ordinato del sushi.

Mentre aspettavamo che arrivasse, Luca era andato in fondo al corridoio, e lo sentivo armeggiare con qualcosa che presumevo fosse il mio regalo. Non ne avevo la minima curiosità. In cucina mi sono versata un bicchiere di bianco, quarantuno cazzo, e per farlo, ovvio, ho aperto il frigo. Era occupato da una scatola bianca, tipo da torta nuziale, per far stare la quale Luca aveva dovuto spostare un ripiano, quest’uomo è pazzo, ho pensato, siamo qui in due e prende una torta per venti, ma comunque, volevo il vino, della torta non mi fregava. Ho richiuso lo sportello, mi sono versata un calice e mi sono seduta a berlo sul balconcino continuando a ripetermi quarantuno. Mi sono accesa una sigaretta. Lo avevo notato durante la doccia: non c’era niente che stava su come prima, come a venti, e sulla pelle avevo notato dei segni che prima non c’erano, e asciugandoli i capelli erano secchi, come quelli delle bambole, e non era bastato metterci sopra le solite gocce alla fine, erano secchi e basta. Se li tingi i capelli si seccano, c’è poco da fare. Certo, se li curassi. Lo so, ci sono quelle che c’hanno voglia di fare di tutto per contrastare i capelli secchi, la pelle disidratata e fanno i corsi online per rassodarsi il culo e le cosce. Ma io proprio no, non ne ho voglia. O forse non ci tengo abbastanza, non so. Giusto perché era il mio compleanno mi ero data una passata veloce di Nivea sulle gambe e sulle braccia, e avevo fatto scorrere la lametta veloce a togliere il grosso, ma comunque, quarantuno. E si vedeva. Si sentiva anche, lo sentivo dentro di me.

Le emozioni erano cambiate, i sentimenti erano diversi, anche i sogni si stavano trasformando, ma a fine bicchiere, il giorno del mio compleanno, dopo un anno così, era difficile scindere le variabili, quale pesava di più?, non ne avevo idea. Me ne stavo così, a pensare queste sciocchezze, quando è suonato il citofono e Luca è arrivato velocissimo dal fondo del corridoio, con una corsa che mi è sembrata ridicola, eccessiva rispetto a quello che stavamo aspettando, ha aperto la porta e sempre molto contento ha iniziato ad aprire i sacchetti del sushi. Lo guardavo dal balconcino – che affaccia proprio sulla cucina – ogni gesto misurato, preciso, i nigiri in un piatto, gli uramaki nell’altro, gli edamame in una ciotola coordinata, non avevo mai conosciuto in vita mia un uomo tanto minuzioso, tanto interessato alla suddivisione delle cose. E non appena disponeva il cibo nei piatti divideva la carta dalla plastica e così via, in una lunga sequenza di azioni metodiche e giuste, senza pensieri. Chissà come faceva. Si è affacciato a dirmi che era pronto come se non lo avessi visto da me, io ho sorriso, ma non c’è niente da fare, se bevo un bicchiere di bianco a stomaco vuoto è probabile che io diventi una brutta persona: inutilmente sincera e sarcastica. Anche se mi ero imposta di non esserlo, quella sera, in fondo era il mio compleanno e non dovevo ferire Luca. Ci siamo quindi seduti a tavola, lui mi ha versato altro vino, ne ha versato anche per sé e abbiamo detto al vuoto della casa: «Auguri». C’era da dire, onestamente, che sembrava più il suo compleanno del mio, e io sapevo che era per via della scatola che occupava tutto il frigorifero. Non vedeva l’ora di aprirla. A Luca, lo stesso uomo che divide i nigiri dagli uramaki e contemporaneamente differenzia i contenitori, piace farmi delle sorprese. Ama molto sentirsi dire grazie, e soprattutto gli piace sentirsi buono e stando con me non è difficile. Ma non è solo questo, sarebbe scorretto dire che è solo questo, gli piace proprio fare “le cose per me”: è qualcosa che agli inizi apprezzavo, e che ora ha iniziato a stancarmi. A ogni modo abbiamo finito il sushi, bevuto un altro paio di bicchieri e infine, come una bambina, ho aspettato la torta. È stato allora, credo, che ho sentito il primo vero cedimento. La torta era un cilindro di zucchero verde appoggiato su una base di polistirolo ricoperta da un nastro di raso sopra il quale c’era scritto il mio nome. Il cilindro era ricoperto di tanti libri di zucchero, Luca sorrideva estasiato, e in cima, proprio come una sposina sopra la torta, c’ero io. Subito ho sentito il bisogno di versarmi un altro bicchiere. «Ma sono io» credo di aver solo detto, e Luca ha annuito felice di sì. La me di colla di pesce, o come si chiama, – forse di zucchero e colla di pesce, non ne ho idea – era la rappresentazione di come mi vedeva Luca. Indossava un paio di jeans, una maglietta bianca, e teneva in mano un libro che stava leggendo. I capelli erano quelli di qualche mese prima, quando li avevo tagliati più corti, probabilmente perché Luca, come poi mi ha confermato, si è presentato dalla signora che mi aveva plasmato con una mia fotografia di allora. Voleva dire che Luca mi preferiva coi capelli più corti? Avrei dovuto considerare questo suo desiderio? «Ti piace?» mi aveva chiesto, e io avevo annuito di sì mentre mi accendevo una sigaretta. «Ma come hai fatto… voglio dire, come mai?». C’era un pensiero che non sapevo mettere a fuoco e tuttavia non riuscivo a scacciare, un pensiero che aveva a che fare con noi. «Massì, volevo fare una cosa divertente. Lo so anch’io che è una cazzata.» Io guardavo la me di zucchero e colla di pesce e coloranti e capelli corti e annuivo, intanto buttavo fuori il fumo dalla finestra mezza aperta. «Le ha fatto un naso, però» ho detto «il mio naso non è così grosso». Luca aveva annuito che era vero, intanto aveva preso ad accarezzare i capelli della me dolce. «I capelli sono più corti perché avevo solo quella foto quando sono andato a farmela fare, avresti dovuto vedere che personaggio, la pasticciera». A me il personaggio sembrava lui, ma non ho replicato. «Ti fa velocissima delle domande, così, secche: bionda o mora? Alta o bassa? Occhi chiari o scuri? Con o senza tette?». Non ci stavo credendo. «Ti ha chiesto davvero con o senza tette?». Luca mi ha confermato di sì, rideva, poi si è allungato verso di me che me ne stavo appoggiata alla finestra, gli ultimi due tiri da dare, e infilandomi una mano sotto il maglione mi ha rassicurata sul fatto che a lui piacevano le mie tettine. Anzi, che erano meravigliose proprio perché erano piccole. Mi sono scostata, ho spento sul davanzale e di colpo ho mostrato interesse per il dentro della torta: tagliarla è stato difficile senza ferire la me dolce, ma alla fine ci siamo riusciti e almeno all’interno c’era qualcosa di autentico, che ricordava una vera torta di cioccolato. «Domani la porto in ufficio» ho detto. «Mica possiamo finirla noi due». Luca ha annuito che era un’ottima idea, l’ha rimessa con molta cura nella sua enorme scatola e prima di chiuderla col coperchio ha carezzato la testa della me dolce. La amava, e sono sicura che mentre non c’ero, quando mi sono assentata per andare un attimo in bagno, deve averle fatto molte fotografie e di sicuro deve averle mandate agli amici.

La mattina, dopo che Luca è uscito di casa, sono andata in cucina e prima ancora di farmi un caffè, ho aperto il frigo, ho preso la scatola, ho appoggiato la torta nel lavello. Prima ho fatto a piccoli pezzi tutta la scatola bianca, poi ho staccato me dalla torta, ero ben infilata con almeno tre o quattro bastoncini di ferro, le ho staccato le gambe, le braccia, la maglietta con le tettine, e quella testa di capelli che non erano i miei e Luca aveva carezzato pieno di sognante rimpianto. Quindi ho aperto un sacchetto e ho cacciato tutto dentro: la torta, il polistirolo, la scatola a pezzi. Mi sono infilata il cappotto sopra il pigiama, ho fatto le scale, ho raggiunto l’angolo del cortile dove sono accostati i bidoni e ho lasciato cadere il sacchetto in quello dell’indifferenziata. Quindi sono risalita a vestirmi e bermi il caffè.

Stefania Maruelli

Blam

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