Il racconto della domenica: Cirrocumuli di Nicole Trevisan

 Il racconto della domenica: Cirrocumuli di Nicole Trevisan

Illustrazione di Bepy Daniele

Pedalo forte, fortissimo. Ora si svita tutto, cado e le ruote continueranno a girare intanto che grido morente sul ciglio. Sono contro il tempo – quello in alto, non quello negli orologi. È viola e nero, smarginato da strati di nuvole.

Cirri – cumuli – cirrocumuli.

Non è stagione di temporali, ha osservato Nemo. Scarica in mare? Lui ha fatto segno di no ed è uscito premendo il cappello sulla zucca. Allora mi sono fiondato fuori dalla bettola e ho inforcato la bici.

Il mio papà ha una Porsche. Mi fa sedere davanti.

Il lungomare ha chiodi di cemento dove spuntavano gli ombrelloni; sono rimaste le cabine sverniciate dal vento e le cataste di roba che accumulano le onde quando s’incazzano.

Come oggi, che il mare è ladro. Vuole respirare al posto mio, entra nelle narici e nella fessura tra gli incisivi, il sale gela il cervello e l’aria si prende il petto, lo svuota di tutto quello che crede inutile. Resta solo lei. Mi spinge alle spalle e mi impugna i lombi, decide di me.

Da zero a cento in cinque virgola sei secondi: solo con una Porsche.

Nebbie di sabbia dalla riva al deserto della strada, le palme danzano senza reggaeton, le tende vogliono il largo e invece sono condannate nei quadri delle finestre. Facce si oscurano dietro alle persiane, le hanno istruite a temere il fulmine. Dev’essere colpa di Zeus, che mi faceva paura in terza elementare: oggi non mi ferma, devo correre e arrivare prima della tempesta e della marea che schiumano e ululano al mio fianco.

Bagno Primavera, Cajo Loco, Marisa beach: portavo un costume col logo dei Mondiali ’94. Il mio papà mi ha insegnato a giocare a pallone. Come Roberto Baggio? No, lui no.

Il fallimento è infettivo.

Tra le foglie l’aria si affina in lame che vibrano sulla mia testa, stormi di uccelli fremono senza corpo, mi domando dove si nascondano i gabbiani. Ci penso spesso. E mi verrebbe da compilare una mappa dei loro rifugi, ma accelero e curvo sulla scia di asfalto staccando i piedi negli ultimi cinque, sei metri. La ruota anteriore si arena e balzo giù senza farmi male, la recupero dopo: corri corri corri. Verso le baracche.

Non ho chiesto io di vivere in un castello, papà. Questo è mio, l’ho costruito. Guarda: il mastio, le mura, il ponte levatoio.

Sassi e alghe nere, impasto i piedi su grana soffice e il blu della mia porta sbatte, dimenticata aperta. Il vento vomita il mio sacco a pelo e alcuni vestiti che non ricordavo di avere. Volano fogli e disegni. Mi inginocchio, la torre è al suo posto, come l’avevo tirata su al mattino. I pinnacoli a est sono crollati, un minimo danno strutturale, ma la muraglia è sventrata da una bottiglia di plastica piantata come una testa d’ariete. Se la rimuovo, crolla. Posso solo frappormi tra il mare e il castello, fare della mia schiena uno scudo, esporre il ventre alla furia.

L’acqua mi fa paura. Mi faceva paura come gli urli di papà durante i Mondiali ’94. La palla è rotolata in mare e volevamo prenderla. Non toccavo. Nuota. I corsi, i soldi, i maestri. Il mare che non è una piscina, è verde, nero, petrolio, è animale, è un’energia divina e morbida e crudele, come si attacca alla pelle e ti attira a sé, non c’è niente, nessuno.

Nessuno – vado a fondo.

Non è stagione di temporali e nemmeno di sirene. Arrivano d’estate. Aghi sulle guance, sopporto pensando a loro, che esistono, anche se Nemo sostiene di no. Io le ho viste. Si trascinano sulla sabbia molle senza saper camminare, perché hanno perso la coda. Una di loro aveva la pelle bianca come il di dentro delle conchiglie e mi ha lasciato carezze di sale tra le gambe. Era bello, ho capito perché uscivano dal mare. Le ho detto, io sto qui e ti aspetto. Quando vorrai tornare, il mio castello sarà anche tuo. Le ho tenuto la mano, volevo si ricordasse di come la toccavo in una parte di lei che non sarebbe mutata in squame. Mi ha baciato piano e ha sputato schiuma e lische di pesce. Si è pulita la bocca, ha sorriso ed è corsa a riva. L’ho persa nel cerchio sformato della luna, mi ero distratto a contare le gocce che scendevano lungo la sua schiena divisa a metà; arrivato a novantasette ha strizzato i capelli, si è sciacquata le cosce e mi ha chiesto di non seguirla. Di non provarci o si metteva a gridare. E io, che non so cosa possa uscire dal mare, che dentro ci dormono i mostri e un’oscurità che si soffoca, non mi sono mosso.

Le sirene non sono per i mortali. Il mio posto è al castello, aspetto che torni, lei o un’altra lei – non mi avvicino se non lo fanno loro, sono esseri feroci.

Non ne parlo più. Se le scoprono, capace che non si fanno più vedere.

Cirri – cumuli – cirrocumuli.

Sciolgono sulla mia testa una benedizione fredda; le saette si accendono e spaventano i bambini. Io sono grande. Difendo, proteggo. Sovrano della sabbia e nemico della tempesta. Nemico del mare.

Mi ha schiacciato dentro. Accartocciato e scosso. Sprofondavo e non mi si trovava. Così piccolo, così piccolo, gridava la mamma. Le palpebre me le ero sentite di gelatina, trafitte da una luce impossibile. Quando mi hanno estratto, ho sentito freddo, sono stato nudo. La pelle galleggiava al largo e non respiravo. C’erano gli uomini arancione e applausi, per fare coraggio.

Quanto tempo è passato non lo so, il temporale dura da una vita o è appena cominciato.

Sono impregnato da correnti estranee, di me non rimarrà che il mucchietto grigio marrone della torre centrale. Sono immobile a farmi levigare il petto dalle onde. Strisciano, carezzano la riva di cocci.

Il mare riporta indietro i morti. I suoi morti, seccati nell’anima, che tiene per sé. Ci sono anche io.

Il mare è una sirena.

Nicole Trevisan

Blam

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