“Chiudo la porta e urlo” di Paolo Nori, in dozzina allo Strega 2025, racconta il poeta Raffaello Baldini ma è anche una riflessione sulla lingua
Dopo aver dedicato i suoi precedenti romanzi a Fëdor Dostoevskij e Anna Achmatova, Paolo Nori torna in libreria con Chiudo la porta e urlo (Mondadori, 2024), un omaggio a un altro autore a lui caro: Raffaello Baldini, poeta di Santarcangelo di Romagna scomparso nel marzo del 2005. Incluso nella dozzina del premio Strega 2025, il libro è stato proposto dal linguista Giuseppe Antonelli che ha sottolineato l’originalità e la profondità della ricerca filologica attraverso cui Nori ha intrecciato lo studio dei testi e della vita di Baldini con il racconto del proprio vissuto.
«Parlo, di Raffaello Baldini, ma parlo anche di me, e della mia vita, e dei miei genitori, e di mia figlia, e della mamma di mia figlia e anche di mia nonna Carmela».
Chiudo la porta e urlo di Paolo Nori: la trama del libro
Raffaello Baldini era «un uomo gentile nato nel 1924» a Santarcangelo di Romagna. Cominciò solo dopo i cinquant’anni a pubblicare poesie, scritte in dialetto santarcangiolese e da lui stesso tradotte in italiano, che catturano attimi di vita quotidiana e sfiorano temi universali come l’amore e la morte. La sua ironia tagliente e la capacità di raccontare la nostra società portano Nori a considerarlo uno dei più grandi poeti del Novecento. Nell’inverno del 2023, mentre registra il podcast Due volte che sono morto, traduce Il maestro e Margherita e presenta Vi avverto che vivo per l’ultima volta (Mondadori), Nori inizia a scrivere questo libro dedicato a Baldini. Il risultato è una biografia particolarissima che è insieme un viaggio filologico nei testi dello scrittore di Santarcangelo, dalla poesia Coglione al monologo teatrale La fondazione, e una raccolta di testimonianze di amici comuni, come Daniele Benati, e un’autobiografia emotiva. Parlare di Baldini è infatti per Nori anche un modo per parlare di sé: della propria coglionaggine e «bastiancontrarite», della casa di famiglia ribattezzata «casa dei bottoni» e, naturalmente, dell’amore per la letteratura russa.
Il ruolo dello scrittore e della lingua
«Insomma, se mi chiedessero cosa sono capace di fare, non direi che sono capace di scrivere, non lo so se sono capace di scrivere, dovrei aspettare qualche anno, per poterlo dire, centocinquanta, o giù di lì, se mi chiedessero cosa sono capace di fare direi che sono capace di gesticolare, di perdere le cose, di aprire delle parentesi, di cambiare argomento, di dimenticarmi quello che stavo dicendo prima e una cosa che sono proprio bravissimo, a farla, è rimandare».
Nel romanzo, Nori riflette sulla scelta radicale di abbandonare una carriera già avviata per dedicarsi esclusivamente alla scrittura. Palesa con grande onestà il senso di inadeguatezza che spesso l’ha colto durante gli anni e il grande stupore che prova ogni volta di fronte al successo delle sue opere. Chiudo la porta e urlo è anche una riflessione sulla lingua, sulle traduzioni e sui dialetti. A partire dal volgare di Dante, considerato più nobile perché «ci è più naturale», e dalla voce di sua nonna Carmela, «la più potente che io abbia mai sentito», Nori crea un parallelismo tra la lingua russa e il dialetto romagnolo di Baldini, accomunati dalla stessa origine popolare e dalla capacità di «rendere visibile il visibile».
La scrittura di Paolo Nori in Chiudo la porta e urlo
Chiudo la porta e urlo è un lungo monologo, un flusso di coscienza pieno di divagazioni. Lo stile colloquiale imita il parlato puntellato qui e là dal dialetto emiliano, dalle ridondanze e le ripetizioni di temi, frasi brevi e anacoluti. Nei capitoli, brevi e frammentari, trovano spazio anche alcuni testi di Baldini che creano un percorso metaletterario all’interno delle riflessioni di Nori.
A cura di Francesca Cocchi

