“La richiesta illustrata più strana? Un pesce palla sadomaso!”, Danila Riccio, storia dell’illustratrice napoletana
La piccola Danila mai avrebbe immaginato, mentre correva sui pattini o passava ore in solitudine a disegnare in camera sua, che un giorno del 2016, in America Latina, avrebbe deciso di fare della sua passione per l’illustrazione un lavoro a tempo pieno. Vent’anni fuori dall’Italia, e un rientro in terra natìa. La storia di Danila Riccio fra copertine di libri (ha illustrato anche lavori di Vitaliano Trevisan), bellissimi manifesti, e i prossimi racconti che illustrerà ad aprile per Rivista Blam!
Chi è, cosa fa e dove vive.
Napoletana di nascita, residente a Caserta. Sono tornata in Italia da tre anni dopo aver vissuto all’estero per quasi vent’anni, tra Francia, Spagna e Germania. Amo fare lunghe passeggiate, mi dedico all’illustrazione e cerco, per quanto possibile, di stare alla larga dalle olive.
Ci racconta il momento in cui ha deciso che il disegno sarebbe stato il suo lavoro?
Nel 2016, vivevo ancora a Berlino. Dopo un lungo viaggio fatto in America Latina durante il quale ho riempito tre sketchbook di pensieri e disegni, tornai a casa e mi dissi: «O ora o mai più». E da allora non ho più smesso. Non disegnavo da almeno dieci anni.
Come definirebbe il suo stile?
Attento ai dettagli e ai colori, il mio stile oscilla tra il concettuale e il figurativo.

Che bambina è stata?
Calma e silenziosa, ma socievole. Passavo ore in camera a disegnare e colorare, alternate a lunghe corse sui pattini a rotelle o in bicicletta con mia sorella e gli amici.
Cosa c’è sul suo piano di lavoro?
Un po’ di tutto: iPad, fogli, matite, una tazza di caffè, un mini vasetto di ceramica a forma di molare, un asino distributore di sigarette. Il mio piano di lavoro è piuttosto caotico: alterno momenti di disordine totale a momenti di ordine estremo. L’ordine arriva soprattutto quando ho bisogno di schiarirmi le idee.
Come imposta il suo lavoro? Fa degli schizzi su un taccuino dopo un guizzo di ispirazione?
Non sono molto metodica, e il mio modo di lavorare rispecchia questa libertà. Quando devo illustrare un articolo o un racconto, a volte lo leggo e lo lascio sedimentare per un paio di giorni: fondamentale è dormirci su. Altre volte mi basta il titolo o l’argomento, da cui nascono subito schizzi spesso già accompagnati da campiture di colore. E in certe occasioni mi affido al puro guizzo, lasciando che l’idea prenda vita direttamente in immagine.

Qual è la richiesta più strana che le hanno fatto?
Un pesce palla sadomaso.
Ci racconti brevemente i progetti a cui hai lavorato e di cui va fiera?
Ho lavorato per clienti come Mondadori, Jacobin Italia, «Futura» del «Corriere della Sera», «Anorak Magazine», «Plus24» del «Sole 24 Ore» e altri. Sono fiera di tutti i progetti a cui ho partecipato; tra i più recenti, però, mi sta particolarmente a cuore il lavoro realizzato per «Jacobin Italia» per il numero dedicato alla Palestina.
Se fosse un quadro famoso, quale sarebbe e perché?
Se avessi risposto trent’anni fa, avrei detto Ragazza con gatto di Kirchner. Oggi sarei Fanciullo nello studio di Felice Casorati.
Tre illustratori che l’hanno illuminata sulla via di Damasco?
Adoro profondamente Franco Matticchio, per la sua ironia e il suo tratto, entrambi geniali; Shaun Tan, per i suoi mondi immaginari e la tecnica sopraffina; e Carlotta Freier, per le scelte cromatiche e lo stile inconfondibile. Ognuno di loro mi ha lasciato qualcosa di prezioso su come osservare e raccontare il mondo.

