Il racconto del mercoledì: Samsara di Giuseppe Ernesto Fabrizio Coco

 Il racconto del mercoledì: Samsara di Giuseppe Ernesto Fabrizio Coco

Illustrazione di Francesca Galli – @disap_punto

Prima vivevamo liberi, poi loro si moltiplicarono e dirozzarono, così per sopravvivere fummo costretti a scappare e a nasconderci nelle crepe e nei cunicoli umidi, perché venivamo braccati e schiacciati.
Guardinghi, favoriti dalla notte, uscivamo per procurarci qualcosa da mangiare, rovistando tra avanzi di verdure, bocconi masticati e sputati, cibo inacidito e vecchio. Cercavamo di soddisfarci tra i rifiuti umani, prima che all’alba venissero rimossi.

Così dal primordio moriamo e ci reincarniamo. In questa forma non dimentichiamo le vite passate, loro invece non possono ricordare che in altre esistenze sono stati come noi ed è solo una casualità karmica, se adesso sono i padroni della terra.

Sono uno dei tanti perseguitati, da millenni vivo anche io questa condizione: un tempo sono stato piccolo e nero, poi rosso, zampette sottili e ali goffe mi permettevano di decollare e cimentarmi in viaggi brevi, al massimo sopra un armadio tarlato e polveroso. Dall’alto vedevo la carta da parati ammuffita e accartocciata, le macchie di unto sul tavolo e gli angoli che esploravo di notte. Gli inquilini pensavano che quella casa fosse preclusa alle incursioni esterne della natura sotterranea, ignoravano la nostra caparbietà.

Quando ci scoprirono, per impedire che infestassimo le loro dispense, misero polveri e colle per annientarci. Finii immerso in una sostanza trasparente, non riuscii a muovermi, le mie zampette sottili erano bloccate, cercai di divincolarmi aprendo le ali: tutto inutile. Morii nel silenzio, soffocato da quell’impiastro. A pochi centimetri, un topolino anche lui intrappolato, agonizzava sfinito dopo aver tentato per ore di liberarsi.

Sono stato cavalletta, grillo, maggiolino, scarabeo, millepiedi, processionaria, cervo volante.

Adesso sono una locusta selezionata. Qui è tutto diverso: ci trattano bene, mangiamo frutta e verdura fresca, siamo curati, non inorridiscono vedendoci, ci trattano con i guanti, si accertano che ingrossiamo, ci obbligano alla riproduzione. Siamo in tanti, rinchiusi in gabbie piccole, il tempo lo passiamo a esplorarle in cerca di anfratti, ma troviamo solo angoli e pareti lisce. La vicinanza forzata, l’assenza di stimoli ci rende irosi. Ci angoscia sapere che ogni giorno un gruppo parte, diretto alle cucine più importanti. Oggi non siamo più occultati, ma carne croccante. Allo stato brado si viveva, non c’era la morte, qui invece la si respira, eccome. Spesso ricordo quando, grosso e pesante, scavavo cunicoli in cui partorivo piccoli che poi nutrivo con odorose foglie d’eucalipto marce. Ero troppo attaccato a vivere felice come blatta rinoceronte e così, ancora una volta, non riuscii a evolvermi. Presto arriverà il mio turno: l’agonia prima della morte mi aiuterà a cambiare il karma e poter rinascere libero?

Pochi secondi prima di annegare nell’olio bollente, penso – «Dicono che topi e scarafaggi sopravvivranno e domineranno la terra, ma quando?»
Spero in un karma migliore.
Sfrigolo come un martire.

Giuseppe Ernesto Fabrizio Coco

 

Blam

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