10 libri di Cesare Pavese da leggere assolutamente almeno una volta nella vita

 10 libri di Cesare Pavese da leggere assolutamente almeno una volta nella vita

Cesare Pavese ha sempre dimostrato un’abilità intrinseca nel leggere in modo lucido la realtà a lui circostante e, al contempo, nel veicolarla con una scrittura limpida ed essenziale. Questa capacità unica di interpretare il presente (anche mediante il recupero del passato) si è riversata nella sua produzione letteraria e si rivela utile oggi per un’analisi della contemporaneità. Ecco quindi dieci libri di Pavese da leggere assolutamente.

Libri di Cesare Pavese da leggere 

La casa in collina

Corrado conduce una vita segnata dall’indolenza e in cui il suo lavoro di professore è stato stravolto dagli scontri a fuoco. Le sue giornate monotone vengono scosse dal ritorno di Cate: Corrado l’aveva lasciata andare per colpa del proprio modo di fare accidioso, ma la sua voce in una notte in collina basta a far sovvenire tutti i ricordi vissuti insieme. Il confronto con gli amici della ragazza, la possibilità che il figlio di Cate, Dino, sia anche suo, insieme alle sconcertanti conseguenze dell’armistizio dell’8 settembre 1943, costringeranno il protagonista a fuggire, facendolo sentire ancora una volta codardo e inerme. Eppure, dimostrerà di possedere anche un grande dono: l’abilità di vedere l’umano lì dove sfugge a chiunque.

La bella estate

Questo romanzo affronta con tatto temi davvero poco consueti per l’epoca, come la sifilide e l’orientamento sessuale. Pavese dimostra particolare consapevolezza nell’impiego del punto di vista straniante di Ginia, una giovane introversa e inesperta del mondo, immedesimandosi in problemi prettamente femminili. La protagonista diventa amica di Amelia, una ragazza più grande di lei che per lavoro posa nuda presso un atelier, e tenterà di emularla. Questa folle estate, parentesi trasgressiva per l’adolescente, le darà l’occasione di maturare e soffrire, di vivere un amore inadeguato alla propria età, ma anche di trovare finalmente sé stessa.

Non importa la notte

Questo testo riunisce l’intera produzione poetica di Pavese, comprensiva anche dei componimenti inediti. L’asfissia dell’ambiente cittadino, contrapposta alla piacevolezza delle colline solitarie; l’abuso di alcol e sigarette; il mito e le creature fantastiche; il continuo riferimento alla figura femminile e alla sua abilità di allietare l’esistenza, insieme a numerose descrizioni della nudità, trattata sempre con gran riguardo e toni simili a quelli della citata La bella estate, sono alcuni degli aspetti presenti nel testo. Per saperne di più, cliccate qui.

La luna e i falò

Pavese riflette sull’esigenza di scoprire i luoghi della propria infanzia, ma anche sull’incapacità di sentirli come nostri quando vi si fa ritorno dopo una lunga assenza. L’opera racconta del trauma del protagonista nello scoprirsi un figlio adottivo e della forte consolazione data dall’espatrio in America, dove «sono tutti bastardi». Gli Stati Uniti si rivelano però presto un luogo in cui la violenza prolifera e nessuno vuole conoscere sé stesso. Anguilla ritorna dunque a casa, eppure vede che anche questo mondo presenta dei forti limiti: contesta infatti all’amico d’infanzia Nuto il suo credere alle superstizioni, ma quest’ultimo gli ricorda che dovrà «ridiventare campagnolo» prima di poter parlare.

Dialoghi con Leucò

Pavese permette alle figure del mito di esternare la propria visione del mondo, nella speranza che raccontino anche a lui la contemporaneità, carpendo dai testi antichi «il segreto di qualcosa che tutti ricordano […] e ci sbadigliano un sorriso.» Nell’opera, strutturata in 27 dialoghi, si raccontano il desiderio di superare le proprie fragilità, la vecchiaia, la sessualità, l’incapacità di comprendere le volontà profonde dell’altro. Il testo è rimasto tristemente famoso perché nella copia personale dello scrittore è stato ritrovato il messaggio che è anche il suo lascito: «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi».

Paesi tuoi

In questo romanzo, il ritmo sincopato e la scrittura scarna veicolano un’atmosfera angosciante, del tutto coerente con gli scopi dichiarati da Pavese: in primo luogo, la volontà di ottenere un testo più vicino al naturalismo. Si legge da una lettera che un altro obiettivo per lui importante era di far emergere la distanza tra i due protagonisti, Berto e Talino, accomunati da un’esperienza in carcere, ma diversi perché l’uno, «cittadino sottile», «si vede continuamente far fesso da un rustico tonto». Il motivo incestuoso e quello delittuoso, indissolubilmente intrecciati nel testo, trovano sempre le proprie radici nell’interesse di Pavese verso il mito, ma restituiscono una volontà inedita: raccontare gli istinti brutali e ancestrali degli uomini.

Feria d’agosto

Pavese, in una lettera allo scrittore Micheli, paragona quest’opera a Paesi tuoi e, in merito a Feria d’agosto, afferma: «Non senti il barbaro che s’inurba?». Scisso tra malinconia e attrazione, guarda al mondo contadino da esterno, e si rivela incapace di immedesimarvisi. Esempio di ciò è la descrizione degradante del giovane Pale intento a cacciare, in una dinamica di perfetto rispecchiamento tra l’interiorità dei personaggi e il contesto in cui sono immersi. Quanto pervade il testo è un generale sentimento di ambivalenza verso la propria terra: lo scrittore afferma infatti di essere stato mosso dall’ambizione a guardare altrove, ma di non aver mai voluto veramente evadere dalla propria casa, desiderando, anzi, ammirarla da lontano per carpirne il valore.

Il carcere

Stefano viene esiliato in un paese sul mare (con chiare tangenze rispetto al vero confino a cui era stato obbligato lo scrittore Pavese). Il luogo in cui dimora funge sin da subito da doppio dell’ambiente della sua reclusione: il protagonista vive impaurito e destabilizzato dalla natura brulla che lo circonda, ma è consolato e sollevato dagli sguardi benevoli di chi risiede nel paese. Si tratta di persone che però rintracciano una sorte comune tra quella del protagonista e la propria, come afferma la guardia di finanza: «A noi tocca restarci». Per la prima volta, il tedio non è più interno al solo protagonista, ma è comune a tutto il circondario.

Il mestiere di vivere

Quest’opera è il vero diario di Pavese, la cui scrittura ha avuto inizio nel periodo dell’esilio presso Brancaleone Calabro, tra l’ottobre 1935 e il febbraio 1936. Pavese nel testo comincia a riflettere sulle sue abilità creative: in particolare, sull’incapacità di abbandonare «per ragioni di sentimento» il verso, nonostante senta inaridita la propria vena poetica. Lo scrittore parte, dunque, dai ragionamenti sulla poetica per arrivare a indagare sé stesso. In particolare, ritiene di non poter trattare di ogni argomento indistintamente, e questo per colpa dei propri limiti: innanzitutto, un’intrinseca disillusione lo contraddistingue; oltre a questo, un senso di inedia imperversa nella sua vita. Un’esigenza insostenibile lo porta di continuo a dover cercare il nuovo: «perché una cosa sola […] pare insopportabile: non sentirsi più all’inizio».

Notte di festa

In questa raccolta di racconti tornano ambienti e aspetti nodali della poetica pavesiana. Terra d’esilio è la redazione alternativa di Il carcere: qui il paese marino diviene un luogo di prigionia ed emerge un forte pregiudizio verso di esso, unito al rimpianto dell’amato (quanto detestato) Piemonte. Questo sentimento ambiguo, costante della produzione pavesiana, è qui ben sintetizzato dall’idea che «solo ciò che è trascorso o mutato o scomparso ci rivela il suo volto reale». E ancora: il timore di rovinare un rapporto con il matrimonio; la prospettiva femminile su argomenti come il pudore e il legame con gli uomini; la mentalità del padre padrone, proiettata nelle descrizioni di Pavese (nella tendenza a disumanizzare i bambini).

 

A cura di Letizia Simioni

Blam

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