Trovarsi improvvisamente in un luogo senza tempo: «Casinò 25» è il racconto di Angelo Di Fonzo
Illustrazione di Dario Licata
Se davvero sono morto, vorrei almeno sapere quando. La data e le circostanze del decesso. Questo si disse l’ospite quando si ritrovò nell’anticamera del casinò. Ricordava che era seduto alla pensilina dei bus ad aspettare il notturno da ore, da solo, nel buio. Lo schermo non dava indicazioni: una stringa alfanumerica schizofrenica cifrava ogni segreto. Gli capitava di sonnecchiare, allora faceva due passi verso la strada per controllare se tra la nebbia si muoveva qualcosa. Finché cadde nel sonno e poi non ricordava più nulla. Si era ritrovato lì.
La ruota gli ha assegnato il 25. Un quarto di secolo per chi ha la sfortuna di infestare una centuria con la sua presenza. Il suo quarto di secolo, nel peggiore dei casi. Ha fatto la fila come gli altri, facce spente, per estrarre la sua condanna alla lotteria. Uno strano tipo con la tunica nera e il volto raschiato da ogni espressione gli ha indicato dove pescare in una roulette buia e vorticante; il fondo è un abisso e gira. Gira e basta. Ripensò al consiglio che gli diede un uomo all’acme della sua sbronza migliore: al casinò bisogna capire quando è il momento opportuno per uscire dal gioco, per massimizzare le vincite e limitare le perdite. Si girò tra le mani la pallina del 25. Ne sentì il cuoio cucito tra le dita, l’odore di giocattolo nuovo nelle narici.
L’interno del casinò era sfarzoso in ogni angolo, con i muri barocchi di tappezzeria e i soffitti vetrati che raffiguravano scene antiche. I bagni invece, come poté constatare l’ospite, sembravano più cessi della stazione. I water erano incrostati di sporcizia, i lavandini rotti e perdevano acqua. Al bar, fitto di persone più della sala da gioco, incontrò l’aguzzino che lo guardò come a dirgli tutto quello che doveva sapere.
L’aguzzino decretò che quella sera doveva scannarsi. Prendere tutto e ancora di più. Non avere pietà di niente e di nessuno. Partecipare al gioco delle apparenze. Lasciar prevalere la tentazione del potere, la guerra verticale: il prurito viscerale di vincerla. Immergersi in sé stesso sempre più a fondo per allontanarsi dagli altri, per diventare impalpabile. Vincere la corsa solo per abbandonare il gioco, per smettere di correre. Vincere perché era così bravo a farlo. Non sapeva come fare a procurarsi un po’ di piacere altrimenti. Non conosceva strade migliori, anche se sapeva che c’erano. Che aveva bisogno di ben altro. Che c’è altro oltre al martirio di sé, alla vocazione all’autodistruzione continua.
A un tavolo da blackjack l’ospite incontrò il giocatore, che si distolse dal gioco per offrirgli da bere. Un amaro con ghiaccio. Accettò per buona educazione. Poi lo guardò giocare, animato dalla sprezzatura del professionista che smorza l’ossessione con qualche sapiente sbadiglio. Era tutto un lasciarsi andare, senza controllo. Contava solo la grazia del gesto, la vittoria era una bella posa; innocua. Il giocatore lo invitò a giocare al suo gioco: degustare ogni singola esperienza, non lasciare nulla di inesplorato tra la sabbia e il cielo.
L’aguzzino e il giocatore si contendono lo stesso territorio: l’ospite. L’aguzzino fa la semina, il giocatore si gode il raccolto. Senza l’aguzzino non ci sarebbe nulla di cui godere. Senza il giocatore la vita sarebbe un eterno sacrificio. L’aguzzino spezza. Le frasi. Perché non ha. Tempo. Da perdere. Il giocatore invece si dilunga in discorsi infiniti, ripetuti e approfonditi in modi diversi; modulando il tono e l’inflessione. L’aguzzino si sveglia al mattino, presto; il giocatore va a dormire la sera, tardi. L’aguzzino resta blindato in città per mesi, nel silenzio di un appartamento; il giocatore viaggia il più possibile, si perde nella voce del mondo per ritrovarsi. Due estranei nello stesso corpo. Nessuno dei due però ha pace, né equilibrio: l’ospite ne resta schiacciato. È in ostaggio.
L’aguzzino raggiunse il giocatore al tavolo da blackjack e ricominciarono a giocare per tutta la notte, per tutta la vita e oltre. Una sfida infinita. E l’ospite rimase lì fermo a guardarli, ipnotizzato; schiavo delle loro tensioni. Con il 25 stretto nel pugno come pallina antistress. Nel luccichio di un passaggio di carte tra l’aguzzino e il giocatore, rifletté che forse non era proprio morto: aveva soltanto smesso di vivere, da vivo. Era troppo vivo per morire, troppo morto per vivere. Forse c’era un modo per tornare indietro. Forse era ancora in tempo. Oppure no. Li lasciò giocare ad ammazzarsi l’un l’altro, sperando di sopravviverne. Decise di proseguire oltre.
Le altre figure che vagavano per il casinò, persone o presunte tali, sembravano smarrite e confuse tanto quanto lui. Erano tutti lì per la stessa ragione? Avrebbe avuto senso. Vide molti di loro giocare fino ad accumulare parecchio per poi perdere quasi tutto: risalire per poi scendere di nuovo, ingabbiati in quel saliscendi senza fine. L’ospite allora prese posizione a una delle tante slot machine. Vicino a lui un uomo brizzolato con una cicatrice sul collo aveva credito insufficiente per giocare, ma continuava a tirare giù la leva. I simboli rimanevano immobili e i suoi occhi si svuotavano sempre di più a ogni tentativo. L’ospite allora gli allungò una banconota che lui afferrò prontamente con lo sguardo disinnescato. L’uomo la inserì nella slot, portò la mano sulla leva, ma rimase lì immobile. Non riusciva ad affondare la giocata. L’ospite gli scoprì in volto la paura. Fu come specchiarsi su un altro viso, più corroso dal tempo. Quante mani invisibili giocavano per quell’uomo, per la sua vita, al suo posto; nell’illusione del movimento, nella farsa del dominio?
L’ospite si alzò dalla postazione, senza giocare. Non era quello il gioco, l’ennesima ripetizione dell’accumulo e il suo dissiparsi. Si chiese da quant’è che non giocava davvero, che non correva il puro rischio dell’azzardo. Era paralizzato nella stasi dei suoi giorni ordinari, tra le mattine dell’aguzzino e le notti del giocatore.
L’ospite decise che doveva trovare il modo per evadere dal casinò. Uscire dal gioco: quello sarebbe stato il suo azzardo, il suo atto di volontà. Nessuno sembrava provarci. Erano tutti sbandati, si lasciavano andare sfatti sui divanetti del bar e al bancone. Preferivano stordirsi per anestetizzare l’attesa. L’ospite la sentiva tutta: ogni minuto pesava come un’ora, ogni silenzio rintronava come un barrito. Gli scoppiava la testa, i nervi erano allo stremo. Chiuse gli occhi e quando li riaprì, notò che c’erano delle aree numerate nel casinò. Non ci aveva fatto caso prima. Era in corrispondenza del settore diciassette. Prese in mano la pallina del 25 che gli indicò la via. Attraversò il corridoio e notò lo sguardo ostile degli inservienti. Decise di rallentare per celare la sua intenzionalità. Li avrebbe allertati così, doveva essere più cauto.
A destinazione trovò una mangiasoldi che non sembrava proprio un gioco da casinò. C’era solo una leva, ma niente da vincere o da perdere. Niente luci né colori. Come si giocava? Era un gioco? Oppure cosa?
L’ospite impugnò la leva, fece un respiro profondo e la portò giù. Nulla accadde. Si voltò e gli sembrò tutto come prima. Poi sentì odore di bruciato, sempre più forte, e si accorse che le fiamme divampavano avviluppando i muri tappezzati del casinò. L’ospite rimase immobile. Sentì grida carbonizzate, gambe correre nei corridoi. Il fuoco stava divorando tutto con una voracità solenne. Rimase lucido. Camminò per i corridoi infuocati e vide l’aguzzino e il giocatore che continuavano la loro eterna disputa a blackjack mentre le fiamme li cancellavano come due figure superflue, ormai superate. Tutto intorno bruciava galoppando l’ossigeno mentre l’ospite avanzava senza esitazione. Neanche un lapillo osava sfiorarlo. Finché si trovò davanti a una muraglia infuocata. Decise di attraversarla per diventare fuoco, poi cenere. Allora sentì il suo corpo costellato di brividi e vertigini che riprendeva calore.
Angelo Di Fonzo

