Scegliere il compagno giusto è come andare alle poste: «Il turno» è il racconto di Francesco Gallo
Illustrazione di Dario Licata
«Chi è l’ultimo?»
Una donna gli sorride. Sembra un bell’incipit per lui, ma è una signora sui cinquanta. D’anni, perché di chili ne avrà almeno il doppio e assieme al sorriso gli alza un insaccato compresso d’unghia scarlatta. Le va dietro. Aspettano. Con tutti quegli altri che arrivano: abbastanza vicini da sentirsi in coda, abbastanza distanti da non doversela pestare. Da non doversi parlare più di quel gesto che è il segno di chi seguire.
La donnona davanti a lui ritira il numero e va ad acclimatarsi nella sala d’attesa, dove aspettare diventa quasi salvifico: chi vede accendersi la luce del proprio numero si alza e pensa al cielo – è mio, è mio! – mentre gli altri restano interrati nello scetticismo di chi non è ancora illuminato.
Sopra l’altare dell’unico sportello aperto, il display decreta:
A001.
Una nasona secca secca si alza. Tiene il formulario contro il petto. Non guarda l’impiegato: guarda una striscia di nastro consumato che è il segno da non superare.
A002.
Sul display. E sul biglietto del tipo a cui tocca alzarsi, a ’sto spilungone, e andare dove rimarrà fin quando saprà di essere un uomo che ha finito.
A003.
L’impiegato non lo guarda. Lo aspetta. Poi qualcosa succede. Fa una domanda al riccio con lo zaino, due, ma sempre con gli occhi a guardare il dito che indica la linea.
A004 rideva.
Non forte, una cosa breve, strozzata. Aveva il telefono in mano e lo spegne. Rimette la faccia da sala d’attesa e va al banco con quella: di uno che non ride per così poco. Perché è meglio lasciarsela alle spalle con serietà, l’attesa.
A005.
L’impiegato indica una riga. La nana col caschetto biondo guarda dove indica. Annuisce. Fa quello che deve. Che, come tutti, finisce con l’alzarsi (si fa per dire) e andarsene.
A006.
Il baffo con la giacca di jeans addosso si sporge in avanti, poi si ritrae. Poi di nuovo avanti come se il suo numero fosse arrivato anche grazie a quel frustare. Che quando lo tocca, scatta a testa bassa. E arrivare arriva, ma dove andrà poi?
A007.
Ha appena finito di sistemarsi i capelli allo schermo del telefono spento. Lo ha acceso e poi non si è vista più: è andata allo sportello. Lo sportello si è spento e lei ha riacceso il telefono.
A008.
Appoggia il numero sul banco prima ancora di essere arrivato. Il numero arriva, ma le mani… L’impiegato non alza mai lo sguardo, resta fisso sulle carte e parla guardando i fogli come se le parole scritte non avessero bisogno di strette di mano.
A009-A010.
Arrivano entrambi, insieme. Controlla uno: «Guardi che tocca a me». Controlla anche l’altro. Si passa una mano sulla faccia e abbassa gli occhi: «Ha ragione, mi scusi». Le sedie liberate: una resta vuota, l’altra torna a occuparsi di A010. Finché non torna al banco, a fare e dire quel che deve dire e non deve fare se finisce che allunga una mano per riprendersi i fogli e andarsene spingendo la sedia. Un acuto strippare, che se la finisce con ’sto numero, lo fa per cominciare il racconto della grassona…
A011.
È di nuovo la signora grassa ad alzarsi dalla sedia. Ha il suo numeretto stretto tra le dita, attraversa la fila di sedie con un passo corto, un po’ oscillante, e si siede davanti allo sportello. Il vetro è pulito, ma anche abbastanza opaco da riflettere una versione leggermente sbiadita di lei. Sembra rallegrarsene, le rughe non si vedono e sistema la borsa sulle ginocchia. Con quel sorriso opaco tira fuori il formulario – fogli pinzati, margini pieni, una grafia larga. Passa tutto sotto la fessura e attraverso il vetro. «Guardi, le dico subito che lo voglio bello, ricco e pure giovane che di vecchi ne ho fin sopra i capelli.»
Già l’impiegato non aveva ricambiato il sorriso, figuriamoci se adesso si mette a far da eco a quella risata. Prende il formulario della donna, lo allinea al bordo del banco e comincia a scorrere con l’indice, riga dopo riga, se quantomeno le parole sono rimaste al loro posto.
La donna si aggiusta sulla sedia, accavalla e poi scavalla le gambe. Tamburella le unghie scarlatte sulla borsa mentre il dito dell’impiegato si ferma: «Quarantadue?».
È ancora un sorriso, non abbastanza piegato da essere già una smorfia. «Diciamo che ho arrotondato un po’. Ma non mi dirà che sembro tanto più vecchia?»
L’impiegato alza gli occhi, e se non era per il volto da verificare, sarebbero arrivati al cielo da ringraziare per quell’ultima cliente.
«Data di nascita?»
La dice, ma abbassando di qualche tono la voce.
L’impiegato annota a margine. Si sente il ronzio delle luci al neon. Il dito riprende a scorrere… «Altezza un metro e settantatré.»
Annuisce. «Sì, da modella!» E torna quella risata. Allora dev’esser per vendetta se adesso il commesso dice: «Peso…». Invece è provvidenza, perché l’impiegato aspetta che la donna riempia la pausa. «… Possiamo anche non leggerlo» fa lei, con una smorfia afona che poco prima era ancora sorriso. «Tanto si vede.»
L’impiegato barra una casella e gira pagina. «Preferenze. Ha indicato: “bello”, “ricco”, “giovane”.»
«Sì, ma non troppo giovane, eh. Non voglio mica fare la cougar.» Fa un’artigliata verso qualcosa di vuoto che per lei sembra avere già una forma e persino tanto arrosto. «Però nemmeno vecchio, eh?»
L’impiegato non vede manco la zampata. Però ha sentito tutto.
«Professione desiderata: “imprenditore”, “medico”, o comunque,» si interrompe sempre per quella provvidenza che si spera persino, «“benestante”.»
«Beh, sì, mica voglio mantenerlo io.»
Ce ne sono altri… «Lei ha barrato anche “gentile”.»
«Eh, certo.»
«E “presente”.»
«Sì.»
«E “fedele”.»
Sarebbero spallucce. «Vabbè, quello è la base di qualsiasi cosa.»
Come il banco, dove l’impiegato può finalmente sbattere i fogli per riallinearli e indicarle che avevano, grazie al cielo, finito.
«Abbiamo già finito?»
L’impiegato inserisce la scheda in una cartellina rosa e scrive sull’etichetta. «Sì. Lei è stata registrata.»
«Ah. E ora?»
«Verificheremo le corrispondenze.»
«Corrispondenze di cosa?»
«Corrispondenze con lei.»
«E… quanto ci vuole?»
«Dipende.»
«Da cosa?»
L’impiegato chiude la cartellina. «Dall’interesse.»
La donna resta un attimo ferma, come per capire se è una battuta. Decide di sorridere: «Ah». Chiude la borsa. «Va bene, ma almeno… Secondo lei?»
L’impiegato non cambia espressione. Non l’ha mai fatto. «Signora,» dice, «noi non lavoriamo sulle previsioni.» Indica le cartelline ordinate nell’archivio. «Lavoriamo sulle corrispondenze.»
Allora anche la signora grassa si deve alzare, persino lei non conta più. Guarda alle sue spalle: lui. E con un sorriso esplicito, visto che oramai è alla fine, gli fa: «Mi sa che tocca a te, bel ragazzo».
Attraverso la sala con lui, nell’imbarazzo che diventa ingranaggio. Persino l’impiegato alza lo sguardo su di noi. Il banco è lungo. Vuoto. Chiaro. Sulla superficie, allineati, dei numeri:
A001, A002, A003, A004, A005, A006, A007, A008, A009, A010, A011.
Manca il prossimo.
Lo cerco nelle tasche, come se potesse comparire, ma poi mi ricordo che non devo calcolarmi, perché io sono quello che deve superare il segno mentre lui si ferma proprio lì. Lui aspetta ancora mentre io che ho la posizione, le istruzioni… Il lavoro, che supera persino il vetro opaco per schedarli tutti. Il collega si alza. E allora sento una resistenza breve. E tiepida. E quando mi siedo davanti, non ho fogli ma solo la superficie liscia e vuota e quel colpo di tosse, artificiale, di lui: A012. Mi porge il suo numero. Le mie mani restano sospese, come se avessero dovuto ricordarsi da sole dove stare. Poi si ritrovano. Una a destra, e con la sinistra prendo il suo numero. Ma io, che son molto più ironico del Giordani, il collega che si è già infilato la giacca e se ne sta andando, comincio subito a scherzarci: «Se ti piace la signora di prima, risparmiamo un sacco di tempo…».
Ma lui, A012, non ci pensa affatto. Abbassa gli occhi e mi passa la sua scheda attraverso la fessura.
Francesco Gallo

