“Non importa la notte”, tornano in libreria le poesie “estravaganti e rifiutate” di Cesare Pavese
Con la riedizione lo scorso maggio in BUR Poesia, intitolata Non importa la notte, Rizzoli porta alla luce sia la produzione più nota di Cesare Pavese sia le poesie «estravaganti e rifiutate». Quel che emerge dalla selezione è un’incredibile coerenza tematica e stilistica che permea anche i versi etichettati come deteriori. La voce del sogno: è questa l’anima di Pavese, che racconta l’intero mondo celato nel proprio inquieto animo, in una perpetua mescolanza di onirico, mitico e quotidiano.
Non importa la notte di Cesare Pavese: di cosa parla il libro
Quest’antologia dell’opera poetica di Pavese è strutturata in otto sezioni. Il criterio scelto per l’ordine dei testi è quello della cronologia delle edizioni, considerando che Lavorare stanca (1936) è l’unica raccolta pubblicata con l’autore ancora in vita. La prima sezione è costituita dalla silloge appena citata. Questi versi sono unità narrative, stralci di vita che, similarmente a quelli dei romanzi di Pavese, non puntano solo alla mimesi, ma a un vivido calco della realtà. Qui si racconta di una natura brulla in cui possono stagliarsi creature mitologiche e condividere lo stesso piano della narrazione di personaggi verosimili. Regna inoltre il silenzio, che è contenuto nella solitudine, nel mare, nelle notti d’estate.
Nella seconda sezione, La terra e la morte (la prima pubblicata postuma, nel 1951), il verso è più scarno, perde la forma prosastica, e l’autore usa il tu, ricorrente nei suoi ultimi testi.
Il tu è usato anche in Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, scritta nel 1950. Qui, il soggetto femminile permea e sovrasta ogni cosa, divenendo ossessione e impossessandosi, nelle descrizioni, di elementi naturali. La caratteristica fondamentale della creatura eterea delineata da Pavese, dalle fattezze ai limiti del mito, è la leggerezza, nella forma di una dolcezza intrinseca, con cui la donna dà luce anche agli aspetti più oscuri. Non è un controsenso, quindi, che questo essere fatale incarni sia la morte e il sangue sia splendidi anemoni e nubi. La quarta sezione, Rinascita, è costituita da testi privi di titolo, indicati esclusivamente con la datazione. In queste sole tre poesie, emerge l’onirismo come strategia di fuga dalla solitudine, e attraversa una riflessione sulla donna amata, una sul dolore e una sulla figura di un anziano senza fissa dimora. La quinta sezione, Le febbri di decadenza, ricorda i temi della partizione successiva, Blues della grande città. Entrambe le raccolte, infatti, vertono su una Torino caotica. Il focus di questi testi va sulla confusione, sui sensi tattili, sulla musica assordante, sulle luci dei grattacieli. L’atmosfera di avanguardia di questa città già moderna si sostituisce al ricordo del paesaggio naturale: i corpi schiacciati nelle sale da ballo, il rumore che sopprime il pensiero e porta a un senso di soffocamento e nausea. Tuttavia, la metropoli permette anche di eludere la sofferenza. La settima sezione, Poesie del disamore, vede il ritorno della figura femminile che, pur venendo amata, non corrisponde l’autore. La sua è un’apparizione dai bordi sfumati, in un contesto in cui il poeta non è pronto né a prendere coscienza né a illudersi. Infatti, in questi testi emerge il bisogno di rimanere in un limbo, nella fase intorpidita del risveglio. Infine, Estravaganti e rifiutate contiene tre testi sciolti in cui spicca il tono narrativo e prosastico delle prime poesie. Sebbene non vi sia alcun legame tra queste poesie, in tutte prevale un senso di palese disincantamento.
La testimonianza di un comune sentimento umano
Nel suo complesso, nell’opera sono presenti tutti gli aspetti più cari a Pavese: il ricordo e il sogno, la collina e la natura, i miti, le storie giornaliere delle persone del paese, la nudità delle donne, sia calata in tipici loci ameni sia sul ciglio di una strada, l’amore irrazionale e istintivo, il vino e il fumo. Riguardo a quest’ultimo aspetto, le sigarette e il fiasco sono simulacro della solitudine del poeta, che solo nell’alterazione trova pace alla perenne inquietudine del proprio animo. Antidoti temporanei, quindi, a veleni perpetui.
Pur tenendo conto delle diversità di ogni testo, ciascuna delle produzioni raccolte in Non importa la notte pare celare un unico vero focus: la narrazione di un solo sentimento che gli umani provano in ogni luogo e situazione. Il poeta restituisce infatti sempre un comune sentire, la malinconia, ma nel proprio essere più autentico: quest’emozione è valida in quanto perenne mescolanza di emozioni contrastanti. Così, un racconto di voci contente diventa oggetto della lente dello scrittore solo perché tali gioie sfoceranno, dopo breve tempo, in un dolore cieco; allo stesso modo, da un attimo di trepidazione e atroce sofferenza, può sempre prendere vita il pretesto per descrivere la vera felicità.
La scrittura di Cesare Pavese in Non importa la notte
Grazie all’uso di un lessico colloquiale, all’apparenza ben poco poetico, è proprio l’autore a fornire una chiave di lettura nuova a queste parole quotidiane. Rarissime sono le rime perfette nelle sue poesie, trascinate piuttosto da un perenne ritmo melodico. Quest’ultimo conferisce un effetto corale all’opera. Sebbene la scrittura non segua l’ambizione della rima perfetta, Pavese riesce comunque a creare il senso della rima laddove questa non potrebbe esistere. Termini con accentazioni completamente distanti, con desinenze diseguali e ipermetrie, si ritrovano, nel gioco narrativo di questi poemi, a formulare agli occhi del lettore-ascoltatore unità perfette. Emerge inoltre la forte percezione di sentirsi uditori di un vecchio racconto orale, grazie anche alla scelta accumulativa di determinati termini come tanto tanto, lento lento. Ogni cosa è per Pavese l’occasione per fornire una descrizione fiabesca e immaginifica, che apra gli occhi tanto sulla bellezza di ciò che è deteriore, quanto sull’intrinseca infelicità che permea il piacere.
E allora noi vili
che amavamo la sera
bisbigliante, le case,
i sentieri sul fiume,
le luci rosse e sporche
di quei luoghi, il dolore
addolcito e taciuto –
noi tendemmo le mani
alla viva catena
e tacemmo, ma il cuore
ci sussultò di sangue,
e non fu più dolcezza,
non fu più abbandonarsi
al sentiero sul fiume –
non più servi,
sapemmo
di essere soli e vivi.
A cura di Letizia Simioni

