Il racconto della domenica: La perdita di Fabiana Castellino

 Il racconto della domenica: La perdita di Fabiana Castellino

Illustrazione di Miriam Cecere

Si sveglia sudata; la bocca aperta; il respiro che si arrampica su per l’aria umida della camera da letto. Le dita tastano la gola: la pelle è viscida; lo sciacquio dell’acqua colma lo spazio fra il sonno e la veglia. Gira la testa lentamente, e nel buio riconosce la massa nera di carne che le dorme accanto, immersa nel materasso bagnato. Si solleva piano, l’acqua cade dalle lenzuola fradicie; la bocca ancora aperta, si gratta la gola con le unghie, spera che ne escano fuori due branchie. Poggia i piedi sul pavimento, l’acqua le arriva alle caviglie, camminando inciampa sui sassolini di calcare, le si aggrappano fra le dita, per poco non cade. Si avvicina alla perdita, il buco sul muro si è allargato, sembra una bocca che vomita acqua puzzolente di zolfo. Allunga le mani verso la maniglia della porta, esce dalla camera da letto, la chiude in fretta alle spalle e crolla nell’aria pulita del salotto. La notte la immerge e immagina sé stessa come uno di quei pesci trasparenti che nuotano ciechi negli abissi più profondi, un lumino sulla testa solo per dare loro il tempo di scorgere il passaggio di altre creature, per afferrare scie di bollicine.

L’aria pulita le brucia la gola seghettata dai graffi, quasi le viene voglia di tornare in camera da letto. Appoggia l’orecchio alla porta: oltre lo sciacquio la massa nera di carne respira. Prende la scopa poggiata allo stipite della porta, e si dirige in bagno, cancella le tracce d’acqua che lasciano i suoi piedi. Si leva di dosso l’acqua gialla delle lenzuola, i residui di calcare si staccano dalla sua pelle e cadono sul pavimento. Esce dal bagno, torna verso la camera da letto, l’acqua si infiltra da sotto la porta, si allunga sul pavimento lucido del soggiorno. Allora lei poggia la scopa al muro, corre in cucina, cerca a tentoni altri stracci sotto il lavandino, torna indietro e li ammucchia sotto la porta, vicino a quelli che aveva ammonticchiato prima di andare a dormire. Respinge l’acqua in camera da letto.

Si volta, si abbandona su una sedia della cucina, ha sete ma non beve, non ne può più di acqua che scorre. Vorrebbe accendere una luce che le assicuri che la cucina è pulita, il soggiorno è pulito, il bagno è pulito, le sue mani e i suoi piedi sono puliti.

Quel pomeriggio aveva sparso profumi intensi, al muschio, alla lavanda e al gelsomino, ma le sue amiche avevano arricciato le narici non appena entrate in casa, e lei si era vergognata. Non avevano detto niente, le sue amiche, ma erano rimaste rigide sui divani, non si erano nemmeno tolte i cappotti, il tempo di versare il tè ed erano già andate via. Non aveva pianto non solo perché odiava avere la faccia bagnata, ancora, ma anche perché lui, la massa nera che adesso dorme sul fondale che è il loro materasso, si era svegliato poco prima che le amiche arrivassero. Nel pieno della luce del giorno, lui aveva spalancato la porta, gli occhi a fessura e le labbra sbarrate come cancelli, si era aggirato per casa, l’acqua gialla che gorgogliava dietro di lui.

Lei gli era corsa dietro con la scopa e gli stracci, gli aveva gridato: «Fermati, ti prego, aspettami!». Ma lui le aveva lanciato solo grugniti, e lei avrebbe preferito affogare in parole d’odio, che non nella melma di versi muti.

Era uscito di casa, lasciando impronte di acqua sui muri, sui tavoli, sui divani. Lei aveva sigillato la porta della camera da letto, aveva asciugato i pavimenti, pulito le orme di lui, profumato l’aria, ma era stato tutto inutile.

Se lui non fosse uscito, la casa sarebbe rimasta pulita. Era tornato la sera, con le mani ancora gialle e senza pronunciare una parola si era coricato sul letto e da allora dormiva.

Ora è seduta in cucina e non respira bene, né in camera da letto, né nell’aria secca del soggiorno. Non riesce a respirare e basta, i graffi sul collo le bruciano. La figlia, pochi giorni prima, le aveva chiesto cosa avesse la sua faccia. Lei aveva inclinato la testa, aveva cercato di sorriderle, si era massaggiata il lobo dell’orecchio come a dire che non lo sapeva, che mai sarà. Non le poteva dire che non se la ricorda più la sua faccia, che a furia di guardare il buco l’aveva persa lì dentro. Lei lo ha guardato a lungo, il buco, lo ricorda bene quando non era che un forellino e l’acqua un filo di ragnatela. Lo aveva detto a lui, alla massa di carne, quando ancora articolava le parole. «Non è niente, smetterà da solo» così lui le aveva detto, e lei si era fidata. E allora il buco era cresciuto, l’acqua era sgorgata con il suo alito di zolfo, e aveva annegato le loro parole fino a ridurle in silenzio.

«Ma come fate a dormire ancora in quella stanza? Io non vi capisco» aveva detto la figlia, sventolandole davanti decine di volantini di idraulici e servizi fognari. Le aveva ispezionate tutte, quelle carte patinate, con omaccioni a braccia conserte, chiavi inglesi che roteavano sopra scritte incoraggianti. Sarebbe bastato un bullone per impedire che le parole annegassero e che lei dimenticasse la sua faccia.

«Io davvero non vi capisco!» aveva detto la figlia esasperata; non sapeva che l’acqua, la puzza di zolfo, la voglia di avere le branchie perché non si respira più, non possono, non devono abbattere trent’anni vissuti. Altrimenti non restano che bollicine.

Il buco si era allargato e l’acqua si era innalzata, ma non era mai uscita dalla camera da letto e lei aveva pensato che si potesse vivere anche così, purché il letto sorreggesse ancora i loro corpi.

Ci pensa anche adesso, seduta in cucina, con gli occhi che spaziano per la casa. Pensa che l’acqua debba rimanere in camera da letto, basta che il letto non precipiti. È sufficiente che lui continui a dormire, che non insozzi tutta casa, che lei non sia più costretta a inseguire i suoi grugniti. Siede in cucina e odia la sua faccia bagnata, e più la odia più la perde nel buco. Sparsi sul tavolo ci sono i volantini lasciati dalla figlia, e sa per certo che trent’anni giustificano qualsiasi cosa.

Si alza dalla sedia, e afferra pezze, strofinacci, tappetini di spugna. Va al bagno, e prende tutti gli asciugamani e gli accappatoi che trova. Li spinge fino alla porta della camera da letto, la spalanca spostando le masse di stracci fradici e getta sul pavimento bagnato tutto quello che ha raccolto. L’acqua sussurra scontenta e lei crea una barriera che le arriva ai polpacci. Bloccata l’acqua, torna in cucina, apre la cassetta degli attrezzi e prende il martello. È di nuovo in camera da letto, scavalca il muro di stracci, l’acqua alle caviglie, la massa nera respira e dorme. Nel buio, distingue il buco da cui l’acqua grida, ma lei non vuole ascoltare. Si inginocchia, le gambe sono ormai immerse, lo zolfo gratta le ferite sulla gola. Batte il martello sul pavimento, l’acqua attutisce il colpo, lui non si sveglia, così lei continua fino a quando le mattonelle non crepano e l’acqua gorgoglia di dolore. Colpirà tutta la notte finché il pavimento non diventerà pieno di buchi e lei potrà vivere nello spazio rimasto, dimenticando la sua faccia e ammonticchiando trent’anni a scudo della porta. Continuerà a colpire tutta la notte, sicura che lui non si sveglierà.

Blam

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