Il racconto del mercoledì: Imbottigliare i ricordi di Marianna Vitale

 Il racconto del mercoledì: Imbottigliare i ricordi di Marianna Vitale

Illustrazione di Giorgio B. Scalia

Mia nonna confezionava marmellate e imbottigliava ricordi. Aveva scoperto che sottovuoto si conservavano molto più a lungo. La ricetta l’aveva perfezionata con gli anni, non sempre era riuscita a trattenerli, in qualche occasione il ricordo era volato via prima di aver sigillato la bottiglia, e mia nonna aveva versato qualche lacrima sapendo che non sarebbe più tornato. Ma facendo alcuni esperimenti, aveva messo a punto un metodo infallibile: versando un po’ d’acqua salata nella bottiglia, il ricordo restava sul fondo, e lei aveva il tempo di richiuderla e metterla a testa in giù perché facesse il sottovuoto.

«I ricordi bagnati sono più pesanti» mi spiegava, quando ero ancora una bambina curiosa e affascinata dal suo lavoro. «E così sono molto meno reattivi.»
Io osservavo la bottiglia in controluce per vederli, ma c’era solo un po’ d’acqua di mare e il riflesso dei raggi del sole sul vetro.

«E il sale a che serve?»

«A conservarli intatti.»

Mia nonna teneva i suoi ricordi in cantina, tutti in fila sopra mensole di legno ammuffito. Ne aveva di varie forme e colori, e su ogni bottiglia c’era un’etichetta con la data.

«Come mai li tieni tutti quaggiù?» le chiesi, perché una volta portati in cantina quei ricordi restavano lì, e lei non li toccava più.

«Mi basta sapere che ci sono» rispose, con gli occhi lucidi e ridenti. 

Un pomeriggio scesi in cantina e aprii una di quelle bottiglie. C’era la mia data di nascita sull’etichetta, e pensai che mi sarebbe piaciuto vedere il momento in cui ero venuta al mondo. Il tappo fece cloc quando lo svitai, ma non successe nulla. Mi sforzai per bere quell’acqua salata, pensando che così avrei avuto il ricordo dentro di me, e mia nonna mi trovò seduta sul pavimento della cantina che la sputavo. Mi prese la bottiglia dalle mani.

«Era un bel ricordo» disse, guardando l’etichetta.

Non si arrabbiò. Si accovacciò accanto a me e mi parlò di quel giorno, di quando lei e il nonno erano venuti a vedermi in ospedale, e mi avevano tenuta tra le braccia per la prima volta.

«Eri così piccina» aggiunse, cullando l’aria come un bebè.

«Nonna» le dissi io, «ma se il ricordo è volato via come hai fatto a raccontarlo?»

«La memoria ha una durata limitata» disse lei. «Quando conservo questi ricordi, è come se ne facessi una copia, ma loro non scompaiono subito dalla testa. Se ne vanno col tempo. Però voglio essere preparata, perché non so mai quando succede.»

Quel pomeriggio capii che mia nonna stava iniziando a dimenticare, che quel lavoro la costringeva a ripercorrere ogni momento, a concentrarsi sui particolari.

«Posso aiutarti?» le chiesi il giorno dopo, portandomi dietro un secchiello con l’acqua di mare.

La nonna mi carezzò i capelli e prese la mia mano. Mi fece sedere accanto a lei mentre eseguiva le operazioni lentamente, spiegandomi in che ordine andavano fatte le cose, perché io potessi imparare.

Alla fine mi mostrò una fila di bottiglie più piccole, ancora vuote.

«Queste sono per te» disse, «per fare pratica.»

Marianna Vitale

Blam

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1 Comment

  • un racconto significativo e molto profondo scritto in modo semplice comprensivo scorrevole ma nel contempo avvincente.

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