Qualche mese della mia vita di Michel Houellebecq: il rapporto dello scrittore francese con il sesso e il cinema, dopo il video porno

 Qualche mese della mia vita di Michel Houellebecq: il rapporto dello scrittore francese con il sesso e il cinema, dopo il video porno

È di recente tornato nelle librerie italiane Michel Houellebecq con il suo ultimo libro Qualche mese della mia vita, edito da La nave di Teseo per la collana Oceani, e tradotto da Milena Zemira Ciccimarra. Poeta, romanziere, saggista e sceneggiatore, Houellebecq è noto, oltre che per le sue stradiscusse dichiarazioni sull’islam e sull’immigrazione che hanno fatto negli ultimi anni il giro del mondo, anche per opere letterarie di grande risonanza come: Sottomissione (2015), Annientare (2022), i saggi su Lovercraft e La carta e il territorio (2010) con cui ha vinto il premio Goncourt nel 2010, anche questi tutti pubblicati da La nave di Teseo.

Qualche mese della mia vita di Michel Houellebecq: la trama del libro

L’autore, tra i più controversi della scena editoriale europea, decide di parlare di sé e affrontare in queste pagine autobiografiche tutte le polemiche nate su di lui negli ultimi mesi. Al centro di questa sorta di apologia di stampo classico sono riportate le accuse di odio razziale, i perpetui battibecchi con la comunità musulmana francese e il cosiddetto «porno di Houellebecq», un caso, cominciato nell’ottobre del 2022, che ha fatto scalpore e che lo ha condotto fino alla corte di giustizia di Amsterdam.

L’opera si apre rammentando la famosa intervista che l’autore ha rilasciato al filosofo Michel Onfray per «Front Populaire» su temi come l’eutanasia e la questione islamica, e contro la quale la Grande Moschea di Parigi aveva annunciato di sporgere denuncia per aver letto nel testo un’esortazione ad attacchi diretti contro i musulmani, per i termini in cui era stato definito il loro rapporto di convivenza con i francesi autoctoni e per aver pronosticato presto una guerra civile fra di loro.

La successiva tappa di questa ammenda riguarda, come anticipato, l’altra nuova e più recente vicenda legata alla pornografia: qui Houellebecq cerca di convincere i lettori della sua ingenuità mettendo alla berlina chi lo ha ingannato e che ha denunciato in seguito. L’autore, infatti, protagonista di un film porno realizzato con un collettivo artistico olandese, dichiara di aver ceduto, senza saperlo, ogni diritto sull’utilizzo e la diffusione del materiale che sarebbe stato girato. Lo scrittore inveisce perlopiù contro il regista Stefan Ruitenbeeck, che ha soprannominato «lo Scarafaggio» e che ritrae come un personaggio dalla venale malvagità e dalla diabolica scaltrezza.

Un’indagine autobiografica, tra temi sociali ed esperienze personali

In questa autodifesa, di poco più di un centinaio di pagine, Houellebecq, oltre ad affrontare con franchezza i temi sociali dell’immigrazione, della religione, dell’integrazione, dell’eutanasia, indaga il suo rapporto con la sessualità e con il corpo, in particolare alla luce dell’esperienza fatta su un set pornografico. Nel graduale inabissamento della sua immagine pubblica, Houellebecq ripercorre, infatti, i momenti salienti della sua esperienza personale analizzandoli e individuandone i nodi cruciali, come: il suo approccio all’universo del sesso e al porno sin dai tempi della adolescenza, la sua attuale posizione politica e intellettuale con riferimento all’inasprimento dei rapporti con la sinistra, l’avvicinamento al pensiero della destra cattolica e conservatrice, il suo rapporto di telespettatore con i programmi di informazione, la graduale diffidenza verso il giornalismo francese e, infine, la disillusione verso ogni ideologia e dottrina.

La scrittura di Michel Houellebecq in Qualche mese della mia vita

Quella usata dallo scrittore francese in questo memoir è una lingua schietta e irriverente, diretta e senza circonlocuzioni; è, in buona sostanza, la voce di Houellebecq che racconta Houellebecq: «Non si può dire che la lettura e la scrittura facciano veramente parte della vita, le offrono piuttosto un’alternativa. La sessualità era stata la gioia più grande della mia vita e, in maniera sorprendente, la più duratura in fin dei conti. Non ero mai davvero riuscito a tenerne traccia, per le ragioni che ho detto. Non avevo intenzione di rendere pubblica quella traccia, se non forse a titolo postumo, nel caso in cui fossi riuscito a catturare un momento che racchiudeva un fascino particolare, e a condizione che la donna con cui avevo condiviso quel momento vi fosse anch’essa sensibile. Era atroce per me pensare che l’unica traccia che sarebbe rimasta della mia vita sessuale, la parte più vivace della mia vita, sarebbe stata un coito mediocre… Mi meritavo di meglio; chiunque si merita di meglio».

 

A cura di Clara Frasca

Blam

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