Storia di Elena Beatrice, illustratrice e regista. Un passato da medico e una vita fuori dagli schemi

 Storia di Elena Beatrice, illustratrice e regista. Un passato da medico e una vita fuori dagli schemi

Elena Beatrice è l’illustratrice dei racconti di maggio per Rivista Blam!. Personalità già nota a questa rivista per aver pubblicato un racconto e averlo anche illustrato, Beatrice ora è regista e disegnatrice ma ha stranamente anche un passato da «medica», come lei si definisce. Ma come si passa dalla medicina al mondo dell’arte visiva? Ce lo spiega lei in questa intervista.

Chi è, cosa fa e dove vive.

Mi chiamo Elena Beatrice, sono illustratrice e regista. Vivo a Torino.

Ci racconta il momento in cui ha deciso che il disegno sarebbe stato il suo lavoro?

Non saprei definire un momento preciso, quello che ricordo è che da piccola volevo diventare una stilista, una scrittrice e che disegnavo su ogni superficie. Ho sempre pensato che avrei studiato Comunicazione, Belle Arti oppure Design. Alla fine del liceo però le cose sono andate diversamente e mi sono laureata in Medicina. Negli anni dell’università ho portato avanti la mia ricerca artistica anche se non pensavo che potesse diventare un lavoro a tempo pieno, non lo mettevo in conto. Quando ho iniziato a lavorare come medica però ho capito che non era la mia strada, ho cambiato di nuovo tutto, dando voce e spazio al mio immaginario. Ho iniziato disegnando tutti i giorni sul mio sketchbook, da lì è nato tutto il resto.

Come definirebbe il suo stile?

Spesso viene descritto come grafico, fresco, giocoso. Io faccio molta fatica a darmi etichette di questo tipo ma sono sempre curiosa di sapere cosa risuona nelle persone che entrano in contatto con un mio disegno.

Che bambina è stata?

Indipendente, un po’ solitaria, con tanti interessi. Leggevo molto, avevo la passione per i libri di Roald Dahl e Bianca Pitzorno. Il mio luogo preferito era la biblioteca e avevo un diario segreto. Ora che ci penso le cose non sono cambiate molto.

Cosa c’è sul suo piano di lavoro?

Sketchbook, il mio bullet journal, le pagine del mattino, un libro iniziato. Un astuccio con penna stilografica con pennino spesso, una penna a sfera con inchiostro colorato – di solito giallo – e cinque o sei brush pen di vari colori. E poi auricolari per la musica, tappi per creare silenzio, Ipad, computer e, a distanza di sicurezza, il telefono.

Come imposta il suo lavoro? Fa degli schizzi su un taccuino dopo un guizzo di ispirazione?

Parlando delle immagini che ho creato per la vostra rivista ho lavorato per ciascun racconto in questo modo: ho letto il testo un paio di volte e ho buttato giù su carta alcune parole chiave e idee visive, miniature di possibili illustrazioni. Il giorno dopo sono tornata sulle idee, ho riletto il racconto e creato tre bozze, di solito lo faccio direttamente in digitale ma dipende dalla situazione. Ho lasciato sedimentare ancora un po’, mi sono venute altre idee che mi sono appuntata, ho scelto quella che mi sembrava migliore per il racconto. Ho rifinito lo sketch, scelto la palette dei colori e realizzato l’illustrazione definitiva. Dopo aver inviato il lavoro cerco di lasciare andare l’illustrazione nel mondo e non farmi assalire dai dubbi e dall’autocritica. È un atteggiamento che trovo sano e che riesco a mettere in pratica abbastanza bene quando le illustrazioni sono commissionate. Avere qualcuno che le aspetta e ha un occhio più distaccato del mio è molto utile. Più complicato quando si tratta di progetti personali che mi auto-commissiono.

Qual è la richiesta più strana che le hanno fatto?

Dice sul lavoro o in generale?! Sinceramente non saprei, il concetto di «strano» è molto soggettivo. Di certo sono una persona che non si stupisce facilmente, in continuo mutamento e sempre attratta da ciò che è lontano dalla mia quotidianità.

Ci racconti brevemente i progetti a cui hai lavorato e di cui va fiera?

Sono molto fiera dei miei taccuini di viaggio e dei miei diari illustrati. Lo sono anche dei film che ho scritto e diretto, cortometraggi e documentari. Cerco per quanto possibile di «seguire la pancia» e di non lavorare su cose di cui potrei pentirmi in futuro. Non è sempre facile capirlo dall’inizio e coniugarlo con le necessità, anche economiche, ma l’aspirazione è quella. Posso dire che ogni progetto su cui ho lavorato è stato parte di me per un pezzetto di vita e ne sono fiera, anche solo per averlo portato a termine.

Lei scrive e illustra. Come si uniscono le immagini alle parole e viceversa?

Che si tratta di testi scritti da me o da altre persone, cerco sempre di creare immagini che aggiungano qualcosa e diano un punto di vista ulteriore. Apprezzo sempre quando i testi si fondono con le immagini creando un’opera unica in cui le due parti sono complementari e si potenziano a vicenda quindi cerco di farlo a mia volta.

Se fosse un quadro famoso, quale sarebbe e perché?

Più che un quadro mi piacerebbe essere uno dei diari di Frida Kahlo.

Tre illustratori/trici che l’hanno illuminata sulla via di Damasco…

Quentin Blake che ha segnato il mio immaginario fin da bambina, Paola Gaviria in arte Power Paola, fumettista e artista che ho scoperto da pochi anni ma che è stata subito di grande ispirazione e Bruno Munari per la sua capacità di toccare campi diversi rimanendo sempre sé stesso.

Cosa illustra per Rivista Blam! nel mese di maggio?

Arbeitsapokalypse di Michele Ghiotti, Grazie di Nicola Trevisan, Gli innamorati di Carlo Maria Vadim, Il mio amico Nick di Mattia Guzzi.

 

 

Blam

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