Il racconto della domenica: Meduse di Filippo Cerri

 Il racconto della domenica: Meduse di Filippo Cerri

Illustrazione di ADA (Chiara De Marco)

Conservo una foto di mia nonna al mare in un’estate tirrenica di tanti anni fa. Indossa uno di quei costumi che andavano allora, sulla fine degli anni Cinquanta. La carta ingiallita, squadrata, mostra una coppia vicina a due passi dal bagnasciuga, tra gli ombrelloni del Bagno Posidonia.

La mano destra dell’uomo che diventerà mio nonno, già allora fiero proprietario del Bagno, le stringe il fianco mentre lei si piega leggermente verso di lui, mantenendo però le gambe nella stessa posizione. Il piede sinistro si curva appena, assecondando la presa. Sembra quasi un passo di danza, un tango, una milonga a due sulla sabbia. Nell’altra mano, l’uomo regge un bastone su cui una medusa pende flaccida e arresa, a favore di camera.

 

La mano destra di mia nonna passa sulla schiena dell’uomo, mentre la sinistra se la porta davanti agli occhi, per pararsi dal sole. Il suo sguardo lascia trasparire un timido imbarazzo per essere al centro dell’attenzione, seppure per un gesto tanto innocuo, mentre i capelli neri si alzano per l’intervento scenografico di un filo di vento. C’è anche della felicità, o comunque si voglia chiamare la sensazione di star bene dove si è.

Si vede un bagnante in secondo piano, estraneo a tutta quella faccenda, che guarda verso l’obbiettivo. È un uomo grasso, quasi pelato. I peli però ci sono, a ciuffi enormi sul petto. Neri e ricci, nella scarsa definizione mi sembrano una colonia di ragni. Non so chi fosse, ma mi sembra di leggere nella sua espressione un po’ sorpresa i sintomi di una sottile invidia. Mi convinco: sta guardando quei due giovani che si stringono, che si sfiorano, sente le risate di lei e la ritrosia con cui in un primo momento scaccia l’idea della foto, la vede impacciata mentre mio nonno passa la macchina fotografica al fotografo di turno. Li guarda e scorge tutto il potere della giovinezza. Vede la loro spensierata bellezza bagnata di luce e di sale. E sulla sua fronte si nota un’ombra che gli annerisce lo sguardo.

 

Mio nonno è più alto di mia nonna. I suoi capelli sono biondi e all’indietro, la pelle bruna, scottata dal sole. Sembra un attore americano, un Kirk Douglas passato per caso di lì e innamoratosi al volo di una Lollobrigida ancora da scoprire. Da qualche parte, in quegli anni, c’è la Dolce vita, potrebbero essere due attori in fuga d’amore da via Veneto per un salto in quello spicchio di mondo bagnato dal Tirreno. D’altronde Roma non è così lontana.

Invece sono due persone qualunque. Lui ha aperto il Bagno Posidonia da poco, lei è stata prima una bagnante poi è passata dietro il bancone ad affittare i lettini.

Non so cosa stessero facendo prima e dopo quella foto. Non so di quale spessore fossero i loro pensieri, le loro intenzioni. Come vedevano il mondo o quello che si dicevano per contrastare i silenzi. Posso solo guardare con attenzione questo cartoncino, giocare a indovinare la vita degli altri. Scoprire nel gelatinoso ombrello traslucido della medusa, nel trofeo della capocchia blobbosa appesa, scrutandoci dentro, come in una sfera da indovino, i segni e gli anticipi di un futuro.

 

Se ne sono andati a distanza di dieci anni l’uno dall’altra. Il primo è stato mio nonno. A volte mi sembra di ricordarne la voce, ma è solo l’impressione di un momento, una suggestione che vale quello che vale.

 

Fin da bambino, l’estate la passavo al Bagno e penso di aver trascorso dei momenti sereni che se solo li ricordassi con precisione, potrei assegnargli il compito di sostenere il ricordo di un’infanzia felice. O forse è questo il meglio che si possa chiedere al passato. Che passi, appunto, nella più totale incoscienza, senza lasciarsi indietro niente, né gioie né traumi.

 

D’inverno il Bagno si svuotava, i lettini accatastati, la spiaggia libera, riconsegnata alle cure del mare. Mio nonno, che d’estate giocava al tavolo del ristorante, migrava verso il bar del paese vicino. Un giorno tirò la sua ultima briscola. Era febbraio e da qualche parte c’era il Carnevale. Mi ricordo l’immobilità di mia nonna sulla sedia del pronto soccorso, quando ci venne comunicato che non c’era altro da fare.

Un compagno di gioco che aveva chiamato l’ambulanza era venuto all’ospedale, aveva un grosso neo sul naso, un orrendo foruncolo da strega. Venne vicino e mi disse qualcosa dandomi una pacca sulla spalla, offrendomi la vista di quell’enorme bitorzolo, un buco nero in cui il mondo spariva.

Quando tornammo a casa c’erano i coriandoli in terra, gente mascherata che si apriva al passaggio della macchina, mia madre che se la prendeva con quelli che ignoravano il nostro dolore e mio padre che non diceva niente ma che guardava chissà cosa sul parabrezza.

Dal finestrino di dietro incrociai lo sguardo con un bambino vestito da Pierrot.

 

Mia nonna divenne vedova, e anche se le si leggeva in faccia che in quel ruolo non ci voleva stare, ci scivolò dentro e lo portò in scena per anni. Prima di quel febbraio mi sembrava di aver conosciuto un’altra donna. Mentre io crescevo, lei continuò a venire al Bagno. Spesso andavo con lei. Si trovavano ancora le meduse sul bagnasciuga. Ci giocavo portandole in giro con dei bastoni, o tirandole in acqua.

Mia nonna mantenne negli anni un’aria dolce di bambina, conteneva tra le linee del viso i segni di una bellezza antica e inutile. Camminava con l’acqua alle caviglie, si concedeva quattro chiacchiere con la vicina d’ombrellone. Ho cercato di chiederle qualcosa crescendo, su di lei, sulla sua vita, sul Bagno nei tempi che furono, su nonno. Mi ha sempre risposto con risposte vaghe, come si scaccia una mosca. Un riserbo, un timore. Cosa può chiedere una persona al suo passato? Il senso di uno stare in un posto, di amare e di finire.

 

Si è sentita male su quella stessa spiaggia, ma allora già andavo per i fatti miei in vacanza altrove. «Sembrava dormire» ci disse una signora lì presente. E in quel sonno sulla spiaggia, ne sono certo, si confondeva per sempre una vita con il suo contrario.

Oggi la stagione è quasi finita, Roma è arrivata davvero fino a qui, ha preso possesso delle seconde case e degli ombrelloni, ha stravolto l’aria con accenti tronchi e taglienti.

Dicono che a causa dell’inquinamento del Tirreno, non si vedono più tante meduse come prima. Se ne sono andate verso mari più puliti.

Filippo Cerri

Blam

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