Una distopia per raccontare le paure di oggi e la memoria: “Quello che possiamo sapere” è il nuovo romanzo di Ian McEwan
«La memoria è una spugna. Assorbe materiale da un altro tempo e da altri luoghi e lo lascia sgocciolare sul momento in questione».
Ian McEwan, uno dei più importanti scrittori inglesi, candidato sei volte al Booker Prize e vincitore dello stesso con Amsterdam, torna in libreria con un nuovo romanzo dal titolo Quello che possiamo sapere (Einaudi, 2025), in cui memoria, moralità e coscienza si fondono.
Quello che possiamo sapere di Ian McEwan: la trama del libro
Anno 2120, il pianeta si è trasformato, un Grande Disastro, attraverso la forma di un’imponente onda, ha spazzato la vita del XXI secolo. Quasi tutte le città costiere della Terra sono state sommerse, la morte di circa metà della popolazione mondiale ha fatto sì che la razza bianca si riducesse; il colore della pelle dei sopravvissuti, nell’arco di quattro generazioni, è diventata ambrata. Le nuove terre abitate, quasi tutte inghiottite dalla vegetazione ma private del numero variegato di specie animale ormai estinte, sono arcipelaghi difficili da raggiungere. L’uomo, tuttavia, incrollabile dinnanzi alla sua fede darwiniana di sopravvivenza, lavora, studia, cerca di rinnovarsi. La scienza procede come può, recuperando antichi usi dimenticati e la letteratura seziona il periodo antecedente alla rivolta della Terra e quello imminente al Grande Disastro. Questa è solo una parte della cornice ideata da Ian McEwan; questo, è il tempo d’azione del nostro protagonista Thomas, un accademico, un letterato, uno studioso che vive il presente, il suo attuale mondo, con occhi e cuore rivolti al passato. Specialista della letteratura dal 1990 al 2030, Tom sta concentrando tutta la sua vita e la sua professione all’ottobre del 2014, anno in cui il poeta Francis Blundy, durante il compleanno della moglie, le dedicò davanti agli invitati e amici un poemetto a corona, oggi, apparentemente scomparso. Il letterato grazie a Rose, sua collega, insegue le tracce di Vivien, moglie di Blundy, e di tutto il mondo e la vita scomparsi nel 2045.
Una trama distopica solo in apparenza
Ian McEwan è riuscito a scrivere un romanzo nel romanzo. La trama distopica è solo un sismografo che trascrive le oscillazioni delle più profonde paure umane attuali. Attraverso ogni personaggio del passato e del presente McEwan è riuscito a dare varietà alle molteplici opinioni scientifiche e sociologiche sui grandi temi attuali: il cambiamento climatico e l’intelligenza artificiale ne sono solo alcuni. Ma il nucleo della storia è tutt’altro e ha a che fare con la memoria del passato che svicola le severe e difficili leggi della tecnologia e della privacy. L’amore, il fallimento, il desiderio, la follia, il tradimento. Il mondo e il suo modo di viverlo sicuramente cambieranno, ma l’unicità del pensiero umano, la sua natura, sempre sopravvivranno: è questo che sembra dirci McEwan con questo romanzo.
Lo stile di Ian McEwan in Quello che possiamo sapere
Prima di parlare dello stile dello scrittore, in questo caso, è doverosa una menzione speciale a Susanna Basso, una delle più grandi traduttrici italiane, inquantificabili i romanzi da lei curati dal 1988, traduttrice di giganti della letteratura del calibro appunto di Ian McEwan, Alice Munro, Julian Barnes, Paul Auster e tanti altri. Con la sua prosa limpida, essenziale, McEwan ci porta, come già sperimentato nei suoi precedenti romanzi, in una sorta di cupezza introspettiva in cui il fraseggio diventa una danza ipnotica atta a far risaltare il flusso di coscienza (e incoscienza) dei personaggi.
A cura di Caterina Incerti

