“Da bambina? Mai usato i giocattoli, mi divertivo con l’immaginazione”. Storia di Alessandra Ciangoli, illustratrice di moda

 “Da bambina? Mai usato i giocattoli, mi divertivo con l’immaginazione”. Storia di Alessandra Ciangoli, illustratrice di moda

«Il sogno è lo spazio più libero della mente, le regole le fai tu e il tuo inconscio, e spesso si dimostra una grande fonte di ispirazione». Parte da questa convinzione Alessandra Ciangoli, e su di essa ha basato tutta la sua storia da illustratrice. Catturata dalla fantasia sin da bambina, ha fatto dell’immaginazione il suo punto di inizio e di arrivo per divertirsi e lavorare. Ecco la storia dell’illustratrice di maggio di Rivista Blam!.

Chi è, cosa fa e dove vive.

Per me e per tutti sono Ale, progetto collezioni moda su richiesta, e di recente sto esplorando l’illustrazione editoriale con una curiosità che non mi aspettavo. Vivo nel meraviglioso Abruzzo, tra le montagne e la natura.

Ci racconta il momento in cui ha deciso che il disegno sarebbe stato il suo lavoro?

Posso dire che è sempre stata la mia strada, a volte ne ero più consapevole, altre era un pensiero latente messo da parte per altri sogni paralleli. Non c’è stato un momento preciso. Disegno da che ho memoria, non ho mai smesso, è sempre stata un’esigenza personale, mai mirata per gran parte della mia vita al mondo del lavoro.

Mi sono sempre dedicata agli studi artistici, alle superiori nell’istituto d’arte della mia zona e poi all’università di Bologna studiando al Dams Storia dell’arte in tutte le sue sfaccettature analitiche. Ho poi deciso che la mia strada non doveva essere il mondo teorico dell’arte, ma quello pratico, avevo bisogno di disegnare.

E com’è andata poi?

Mi sono dedicata prima al fashion design per scoprire solo di recente che è l’illustrazione la dimensione in cui mi ritrovo di più. È un immaginario più ampio e libero, che mi permette di spaziare tra diversi argomenti. L’attimo in cui ho deciso che il disegno sarebbe stata la mia strada, è stato un insieme di esperienze maturate nell’arco della mia vita fino a oggi.

Come definirebbe il suo stile?

Mi piace sperimentare e provare sempre cose nuove, ma sicuramente il mio stile ha un legame stretto con l’animazione giapponese degli anni Ottanta, disegni che replicavo guardando da bambina i cartoni animati. Pur attingendo a quell’immaginario, che ha uno stile ben definito, ho preferito cercare una mia voce più personale possibile, che renda subito riconoscibili le mie illustrazioni. Cerco quindi un mix tra realismo e grafica, lo definirei un semi-realismo. Successivamente la scoperta del digitale mi ha influenzato non poco, un mondo che tende all’iperrealismo e che mi affascina molto. Sono questi i due percorsi che amo e che riporto nelle mie creazioni.

Che bambina è stata?

Molto timida, vivace, un po’ maschiaccio. Io, mia sorella e i nostri amici d’infanzia passavamo ore a immaginare, non usavamo giocattoli, era tutto un creare scene e situazioni dettate dalla nostra fantasia e dal momento.

Cosa c’è sul suo piano di lavoro?

Ho due piani di lavoro. Quello tradizionale popolato da matite, gomme di vario genere, colori pastello e acquerelli, nonché i pantoni delle mie origini da fashion designer, e non possono mancare fogli e penne. Poi c’è lo spazio digitale con il mio portatile e la tavoletta grafica a schermo. Nel primo butto giù le idee, nel secondo si passa al lavoro vero e proprio.

Come imposta il suo lavoro? Fa degli schizzi su un taccuino dopo un guizzo di ispirazione, idea che si ha degli illustratori nell’immaginario comune?

Non ho mai disegnato tramite schizzo, una bozza iniziale. Ho sempre disegnato buttando l’idea di istinto, sul momento, o un’immagine che avevo nella testa. A volte mi è capitato di disegnare cose che vedevo nel dormiveglia, immagini così nitide da averle già pronte da realizzare su carta e poi su tavoletta grafica.

Recentemente, però, ho adottato un metodo più strutturato, parto da un brainstorming e dalla ricerca di parole chiave, butto giù 2/3 idee, più che schizzi degli «scarabocchi» piccolissimi su cui appunto soluzioni, descrizioni sul come dovrà essere e varianti. Tutto ciò che mi passa per la testa sia istintivamente, sia ragionandoci a freddo in una fase successiva. Quando decido quale idea è quella vincente, che visualizzo in modo chiaro, lo replico nella dimensione giusta su un foglio e lo porto in digitale per la stesura finale.

Qual è la richiesta più strana che le hanno fatto?

Quando sei nuova in un settore, le commissioni bizzarre sono frequenti, spesso ti vengono chiesti lavori che in realtà utilizzano per altro, al fine di spacciarli per propri. Ma in passato mi è capitato un tizio che chiedeva un ritratto di nudo, sulla sua obesità, perché era in procinto di fare un intervento di riduzione gastrica… Onestamente non lo presi sul serio… e declinai la proposta di lavoro!

Ci racconti brevemente i progetti a cui hai lavorato e di cui va fiera?

Sono due i progetti che più di tutti mi hanno davvero coinvolto. Il primo senza dubbio l’illustrazione per un libro di moda, che aveva l’obiettivo di raccontare i vari mood e stili, dal retrò al boho chic, dal rock all’etnico, per uomo, donna e bambino/a. In questo progetto tramite indicazioni su tipi di capi e accessori ho realizzato circa ottanta figurini.

Altrettanto stimolante è stata la collaborazione con un’associazione che chiedeva un rinnovo d’immagine per i body e tute per le piccole ginnaste di artistica e ritmica. È stata un’esperienza totalmente nuova, toccando l’ambito sportivo e le richieste specifiche di un settore che richiede tessuti e materiali tecnici e particolari.

Se fosse un quadro famoso, quale sarebbe e perché?

Credo che sarei Le muse inquietanti di De Chirico. Ho sempre subito il fascino delle ombre e delle luci così significativo in questa opera. Quelle figure senza volto, dalle ombre estremamente allungate, ti proiettano in un mondo interiore insolito, dove nulla risponde al consueto. Sembri rimanere immerso in una dimensione onirica, surreale. Il sogno è lo spazio più libero della mente, le regole le fai tu e il tuo inconscio, e spesso si dimostra una grande fonte di ispirazione.

Tre illustratori che l’hanno illuminata sulla via di Damasco

Emiliano Ponzi in primis, è l’illustratore che mi ha spinta a spaziare e allargare i miei interessi artistici, a sperimentare forme nuove di linguaggio, a considerare diversi orizzonti in nuovi settori. Ha un’eleganza innata, rende immediata la fruizione, traduce in immagine emozioni intime, riservate, con un notevole impatto grafico, mantenendo realisti personaggi e luoghi. Un poeta dell’illustrazione.

Samuel Smith invece è il tipo di illustratore che mi ha spinto a osservare e studiare la luce e le ombre nel modo giusto. L’aspetto fondamentale è stato analizzare i volumi e il modo in cui luci e ombre, alla pari, giocano con essi.

Infine, Maria Corte rappresenta la nota finale da cui ho preso ispirazione, quelle forme così geometriche che riescono a dare morbidezza alle sue figure, ma soprattutto le sfumature dei colori, grafiche, certo, che sanno però ben articolare e sottolineare le forme. È stata fondamentale per la ricerca di una mia identità per mitigare il realismo con un tocco più grafico, senza rinunciare alla morbidezza.

 

Blam

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