Un uomo e il suo incontro proibito con uno smartphone: «Sfogo.doc» è il racconto di Gabriele Perrone

 Un uomo e il suo incontro proibito con uno smartphone: «Sfogo.doc» è il racconto di Gabriele Perrone

Illustrazione di Dario Licata

Di Guido Pession e della sua vicenda conosco l’essenziale, e d’altra parte lui stesso non sa chi sia diventato né se abbia compiuto quello che il buon senso comune chiamerebbe tradimento.

Quarantenne, residente a Pavia e impiegato come statistico a Milano, dove va cinque mattine su sette con 42 minuti in media di treno regionale, Guido veste sobriamente, esce poco la sera ed è discreto, virtù che la compagna Marta scambia a volte per avarizia, asocialità, anaffettività. Guido ironizza: «Io pratico la frugalità etica. La mia vita sono i numeri». Un segno di debolezza («d’umanità», per un coinquilino dell’epoca) lo manifestò al quarto anno di Fisica: per qualche giorno tradì le dispense sul teorema di Wick con una copia stropicciata di Il vento dal nulla.

Ma ora, i fatti recenti.

La sera del 4 maggio Guido discute con Marta per le sue ciabatte lasciate un’altra volta davanti alla porta d’ingresso; la mattina del 5 va al lavoro e per un guasto sulla linea è costretto a scendere a una stazione diversa dal solito. Passando davanti a un anonimo negozio di elettronica, dentro intravede una commessa che sembra mandata lì apposta per attirare nuovi clienti. Guido non è quel tipo d’uomo, ma si ricorda di aver bisogno di un nuovo cavetto, ed entra.

L’incarnato candido della donna le esalta i capelli carbone e le labbra carminio. Vedendo Guido immobile gli chiede:

«Hai bisogno di qualcosa?».

Lui temporeggia.

«Chi entra ha sempre bisogno di qualcosa. Capiamo cosa».

Due fossette le appaiono sulle guance. Aggira il bancone, gli posa una mano sul braccio e lo guida per il negozio.

«Sei qui per il nuovo Syren 3?».

La commessa indica un cubo di vetro soffuso di luce rossa che custodisce uno smartphone pieghevole, reclinato su un piccolo piedistallo in rotazione, con una piega orizzontale al centro dello schermo, i quattro angoli dalla morbida curvatura, il retro della scocca riflettente il busto deformato di Guido.

L’uomo possiede già uno smartphone: è minuto, semplice e ha i suoi anni, ma ci è affezionato. È lì che nel 2015 gli comunicarono che la madre… Nessuno gli impedisce di cambiarlo, ma perché farlo?

«Lo schermo è composto di sottilissime lamine di materiale polimerico» sussurra lei.

L’uomo sussulta: ritrae il braccio, si scusa ed esce in fretta.

Sul treno del ritorno a Pavia si sente scottare. A cena guarda il disco di vellutata arancione senza rimproverare Marta per averla salata troppo. A letto, dà le spalle a lei e al comò dov’è posato lo smartphone.

Seguono giorni di tormento. Guido sfiora la scocca abrasa dell’apparecchio, lo infila in tasca con premura. Intanto l’altro lo ha cinto d’assedio: compare in tv, sui cartelloni pubblicitari, nei banner on line. Guido all’inizio volta la testa, poi si dice che guardare da lontano non fa male a nessuno. Una settimana dopo, eccolo in bagno (per non insospettire Marta), sulle ginocchia il portatile (per non usare il suo smartphone), a cercare su Google «Syren 3 foto». Una notte sogna di essersi trasferito in una casa senza porta blindata.

L’assedio gli toglie l’aria, per cui decide di forzarlo: lo farà il 5 giugno, quando un impegno di lavoro gli impone di pernottare a Milano. Tornerà dalla commessa solo per dirle: «Io non ho bisogno di Syren 3!», anche se sembrerà matto.

Quella mattina, però, esce di casa e le pantofole di Marta sono di nuovo davanti alla porta d’ingresso. Sta per sgridarla, ma poi si chiede: «A che serve?». Ci pensa per tutto il giorno, finché la sera entra nel negozio, sorridendo. La commessa è protesa sul bancone come se lo aspettasse. Mezz’ora dopo Guido esce con un sorriso ancora più largo, una scatola bianca in mano e un nuovo numero di telefono.

Percorre la strada per l’hotel a passo rapido; nella hall rallenta.

In camera butta la confezione sul letto e si siede, affondando nel materasso. Con emozione sfila dal cellophane luccicante la scatola immacolata, poi ne alza una metà e scopre Syren che giace incastonato nell’altra, con lo schermo spalancato e protetto da una pellicola fine.

Su un fianco, sull’altro, sulla pancia: cambiando spesso posizione Guido resta a letto per ore, sempre con Syren tra le mani. Gli piace soppesarlo, saggiarne le dimensioni. Verso le due dice: «Quale app apro ora?». La novità lo confonde come un alcolico. Le dita non si staccano da Syren nemmeno in bagno, dove orina a gambe larghe tenendolo nella sinistra.

Ma a un certo punto, mentre Guido è supino e con le braccia tese tiene Syren sopra il viso, l’apparecchio sfugge alla presa e dopo una giravolta precipita con un angolo sulla tempia dell’uomo. Il dolore è intenso, ma lui non si scompone. In fondo non è successo niente. «Me la sono cercata. Io l’ho fatto scivolare.»

Alle otto si sveglia di soprassalto. Ha un cerchio alla testa. Si guarda intorno e Syren è ancora sul letto. L’uomo barcolla verso il bagno e allo specchio vede che sulla tempia spicca un bozzo viola. Lo tocca: fa male. Incredulo, fissa Syren che risplende nel nitore del mattino.

Seguono altri giorni di tormento. Il vecchio smartphone è già in un cassetto quando Guido s’accorge che il nuovo ingombra le tasche. Tra le tante app non trova mai quella che cerca. I primi graffi rivelano la delicatezza della scocca.

Una sera, approfittando dell’assenza di Marta (alle 22 non è ancora rientrata), Guido cerca il vecchio smartphone. Nel cassetto però non c’è. Non è da nessun parte. L’uomo si aggira per casa torcendosi le mani. Per distrarsi afferra Syren e si iscrive su Instagram, dove s’imbatte nella frase: «Quello che lasci diventa di qualcun altro», che trova bella e profonda e vuole ricondividere. Ma l’inquietudine non passa, così scaglia lo smartphone sul divano e prende il pc, crea un nuovo file di testo, lo intitola Sfogo.doc e scrive: «Perché l’ho fatto? Come ho ceduto all’impulso? C’entra il Caso? E ora che uso parole, tradisco i numeri?».

Poi alza lo sguardo dal monitor. E rabbrividisce al pensiero che, per quello smartphone, si è incatenato a un piano di pagamento rateale lungo trenta, interminabili mesi.

Gabriele Perrone

Blam

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