Due sconosciuti legati da due dolori e due solitudini che nessuno può vedere: «Se ora guardate» è il racconto di Danilo Tumminello

 Due sconosciuti legati da due dolori e due solitudini che nessuno può vedere: «Se ora guardate» è il racconto di Danilo Tumminello

Illustrazione di Dario Licata

Se ora guardate, vedrete una ragazza bionda, in piedi, che corre veloce su un monopattino elettrico. Vedrete l’ospedale alle sue spalle. E oltre, nascosto dalla foschia delle sei, la città. La ragazza si chiama Iride. Ora lo sapete.

E lo sa anche lui. Lui, che la sta osservando, proprio come voi.

La vedete? Alla sua destra ci sono due corsie di traffico. Auto che vanno a sud senza saperlo. Auto che vanno a nord senza saperlo. In automatico, come su una funivia, dentro giornate che stanno per finire senza lasciare traccia.

Se guardate bene, la strada dove lei sta correndo è una colata di cemento e catrame nero tra due folte muraglie di erba e fiori incolti. Una lingua nera, un’opera di fine manifattura, con le sue onde perfettamente allineate che nessuno nota e nessuno celebra. Tranne voi, adesso. Voi e lui.

Adesso non bloccate però Iride ma lasciatela proseguire verso la sua destinazione. E mentre lo fate, notate il pantalone attillato, la giacca leggera con la zip da cui si intravede il camice blu. Notate la coda alta, i capelli biondi raccolti dall’elastico e che ricordano, per un fortuito caso di similarità visiva, l’erba folta ai lati della strada. E ora che ci siete, di Iride notate anche l’espressione. Lo sguardo corrucciato. La piega sulla fronte. L’espressione concentrata.

E fatela notare anche a lui.  Cosicché anche lui dubiti. Fategli chiedere se sia possibile che Iride stia pensando a quello che è successo. Che la sua espressione assorta sia dovuta a qualche leggero rimpianto o senso di colpa. Lasciate però decidere lui. Dategli un attimo.

E non sorprendetevi se lui decide che no. Che per lei è solo routine. Incidenti del percorso. Che Iride non pensa a nient’altro. Che è solo concentrata sulla strada. La strada che fa ogni giorno nel suo monopattino veloce.

Poi però, fate notare a lui anche la bellezza della scena e, seppure, lo sapete quanto gli costi ammetterlo, la bellezza di Iride. Il suo essere visivamente in sincro con le nuvole grigie, con i raggi di sole che da queste affiorano, quando possono, per scaldare questa strana primavera. Iride bella e dritta e veloce e corrucciata e sfuggente.

Concentratevi su di lui adesso. Lui fermo, immobile nella sua macchina bella e grande e vuota.

Fermo accanto a un chiosco di bibite in disuso, sul ciglio di una strada che, se non fosse fermo, lo porterebbe a casa. Se a casa riuscisse ad andarci.

Non ha scelto lui di fermarsi. Ci si è trovato, fermo, fuori dall’ospedale. Oggi. Oggi che sono passati quarantacinque giorni esatti.

Guardatelo lui, guardatelo scrutarsi fugacemente nello specchietto retrovisore. Guardatelo poi aggiustarne l’inclinazione in modo da vedere quello che lo circonda. Lasciatelo osservare la carrozzeria grigio scuro degli sportelli. La fodera del tettuccio, la plastica nera e dura degli interni. Vedetelo fermarsi un attimo in più a guardare il sedile accanto a lui vuoto e silenzioso.

Voi che potete farlo, prestate attenzione anche a quello che pensa. Lasciate che sia lui a guidarvi. Ascoltate e leggete le associazioni sconnesse che la stanchezza e il non dormire e le pillole gli fanno fare. Come per esempio che le auto sono state create, inventate, da qualcuno. E, tentativo dopo tentativo, perfezionate al punto da entrare a far parte della normalità. E poi rimaste qua, parte di questa realtà, capaci di sopravvivere a chi le ha concepite. Ascoltate quando pensa che le macchine c’erano già quando lui stesso è nato. E che lui non lo ha scelto che ci fossero. Ma qualcun altro per lui. Vedete il suo sguardo perso mentre questo flusso di pensieri gli scorre davanti agli occhi. Cercate di non giudicarlo quando conclude che le cose rimangono e le persone no. E cercate di non sorprendervi neanche stavolta quando cerca di restare su questa chiusura, ma poi, come sempre, i suoi pensieri ricadono nel solito buco. E da là, con un graffio acido allo stomaco entrano nel solito loop che va avanti e avanti e avanti da quarantacinque giorni oggi.

Lasciatelo fare quando pensa che le madri muoiono e gli ospedali rimangono.

Che le mogli muoiono e i bambini continuano a nascere.

Che le donne muoiono e i dottori sopravvivono.

Ma poi, adesso, uscite da lui. Perché lui è fermo e vi siete fermati anche voi. E vi siete messi a guardare dentro di lui e avete perso Iride. Ma lui non l’ha persa, nemmeno per un secondo. Lui la tiene attaccata alla sua visuale. Iride che scorre via dritta e veloce e corrucciata e sfuggente con la città e la grigia primavera sullo sfondo. Iride che va dritta verso di lui.

Guardatela mentre sta per attraversare la strada. Le ruote che ticchettano sui rilievi della segnaletica per i ciechi. Iride che si volta a destra e a sinistra. La coda dei capelli che si muove di qua e di là, di qua e di là. Le macchine che le passano accanto. Lei che prende la sigaretta elettronica. Che ne aspira e ne sbuffa fuori un fumo bianco al mirtillo. Lei che poi riparte guidando con una mano. Lei che è adesso sull’altro lato del marciapiede. Sulla strada, la stessa, che porterebbe lui a casa, se solo sapesse entrarci.

Seguite passo passo Iride che continua la sua corsa e oltrepassa adesso un’aiuola e adesso una macchina bianca, e adesso i cassonetti dell’immondizia e adesso un chiosco di bibite in disuso e adesso, poi, Iride che non appare più. Tagliata via dalla scena come si tagliavano in passato i pezzi di pellicola sbagliati. Solo uno sbuffo di fumo bianco appare e si perde nell’aria come un urlo vaporizzato.

Vorreste andare a vedere dietro il chiosco. Vorreste entrare in macchina come avete fatto prima. Vorreste avere libertà di movimento. Vorreste vedere tutto.

E invece aspettate.

Restate qua.

Non perdete di vista il chiosco ma concentratevi anche sul resto, sulle altre auto, sugli uccelli, sul vento leggero che scuote gli alberi, sul grigio del cielo. A voi che guardate, se allentate il focus sembrerà di sentire anche i suoni di questa giornata, quelli che hanno accompagnato lui e Iride in tutta la scena e che voi stessi avete tenuto spenti in sottofondo. Troppo presi da loro e dal loro andarsi incontro. Se fate attenzione però potete godervi veramente la scena. E l’armonia fumosa della città.

Vi aspettavate di sentire delle grida? Un qualche rumore di lotta? E che rumore fa la lotta? Voi che guardate, cosa vorreste vedere? Vorreste più dettagli? Vorreste forse che questa storia finisse in un modo che abbia senso?

Trovatelo voi, o provate a farlo. Capitela, questa storia, o provate a farlo, se volete.

Ma accettate che a volte le cose si accettano e si aspettano. A volte il dolore è meglio cancellarlo, ognuno a suo modo. Quello che hai ricevuto e che non ti fa dormire per quarantacinque giorni o quello che hai dato, anche solo per un dettaglio sbagliato, e che ti fa corrucciare la fronte nonostante faccia parte del gioco. A volte due dolori si riconoscono e decidono di arrendersi, attratti l’uno dall’altro come due magneti.

Uno fermo, l’altro dritto e veloce e sfuggente nell’aria fumosa in una strana primavera.

Danilo Tumminello

Blam

Articoli Correlati

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *