Notti insonni in compagnia dell’ansia e di ciò che poteva essere e non è stato: «Risoluzione notturna» è il racconto di Francesca Cassanelli
Illustrazione di Prisca Rinaldi
Trova una soluzione per i pori dilatati. Che sia definitiva, dispendiosa se necessario. Un unguento, siero, bava, clinica, esorcismo. Solito faro da interrogatorio puntato contro la camera da letto. Tutta la notte violenti fasci di luce bianca trapassano le tapparelle di bambù con il loro pattern lineetta-punto-lineetta. Questo buio periodico discontinuo è uno specchio e rivela a te stessa il tuo viso butterato, infetto di pus e punti neri. Un tripofobico che ti vedesse in pieno giorno creperebbe d’infarto. Da ore a lardellare il letto, atrofizzata nel nauseante vapore denso tra il materasso infossato e il piumone. Ultrasveglia.
Usa un pensiero dolcissimo: con Giulio a passeggio per una viuzza a Montpellier, per pranzo dei panini con il formaggio e la marmellata e una bottiglia di vino bianco freschissimo bevuta sugli scalini del Conservatoire d’anatomie, ubriachi fino a sera ondeggiare abbracciati con lo sguardo all’insù. Domani gli scriverai, magari per un caffè veloce perché per un motivo passerai vicino al suo studio. Dopotutto, restare amici non è una cattiva idea, avete pur sempre tanto in comune; tanto di cui parlare. Anche lui ne sarebbe contento. Non voleva non voleva non voleva rompere lo ha detto cento volte ma cosa vuoi, non avete la stessa idea di futuro. Mi pare abbia detto una cosa così. Sii lungimirante e non scrivergli né domani né mai, fino alla tomba.
Richiama la mamma, piuttosto. A quest’ora sarà più morta che viva su un letto d’ospedale e tuo fratello starà maledicendo il tuo nome; a ragione la convincerà a odiarti per il tuo egoismo e a non lasciarti niente. Sì, anche nell’ipotetico scenario della fine improvvisa per malattia fulminante di chi ti ha dato vita, sangue e amore incondizionato, tu pensi al tuo tornaconto personale.
Fratello. Quando avete smesso di essere craniopagi?
Tu dici: Non sono una bugiarda.
E lui: Lo sei quando ripeti di essere buona.
E tu: Ti ricordi le buche che scavammo in giardino per spiare i diavoli all’inferno?
E lui: Silenzio.
E tu: Io devo aver scavato un buco troppo largo.
Ora basta. Alzati, piscia, sciacquati la faccia. Fai una tappa intermedia, al ritorno, e riposa sul cotone fresco e asciutto del divano. Pesca un libro qualsiasi invece di attingere dall’abisso mefitico della tua immaginazione. O scappa a Sète! Un mattino azzurro di croci bianche e un secchio di latta con le cozze che scivolano viscide sulle vostre lingue umide e accese dal vin de sable. Il vento spira impetuoso e Giulio con il cappotto gonfio è un marinaio sbarbato. Fai l’amore con lui nella mansarda gelida. Fallo qui, ora, nascosta sotto il piumone. Concentrati…
Invidiosa paralitica. Domani e dopodomani e la settimana prossima e per l’eternità nella scatolina grigia dell’ufficio a inserire altisonanti titoli mortali di paper non tuoi. Avevi detto che avevi pensato che avevi deciso che avevi capito che avevi scelto di cambiare lavoro. Quanti secoli fa, esattamente? Ecco tutte le te dei Capodanni passati riunite attorno al letto con il dito puntato.
Loro: Avresti dovuto avvisarci.
E tu: Di cosa?
E loro: Che saresti stata un’inetta.
E la te del tuo settimo Capodanno: Una smidollata.
E la te del tuo undicesimo Capodanno: E cacasotto.
E la te del tuo ventottesimo Capodanno: Avrei fatto meglio ad ammazzarmi ieri notte.
E la te del tuo ventinovesimo Capodanno: No!
E la te del tuo trentasettesimo Capodanno: Cazzo, sì.
E tu: Ma la colpa è vostra.
E loro, in coro: Volevi essere viva a quest’ora germogliata gemmosa e non essere invidiosa ma generosa con le persone che dici di amare e amare davvero e farti amare da Giulio e farci l’amore tutte le mattine le notti dopo prima e durante colazione e mangiare insieme pane e formaggio e vino e andare con pochi soldi in Bosnia e in Marocco e sul Bobotov Kuk, a dormire dove capita e essere produttiva soddisfatta affascinante e aver scritto qualcosa di utile, ma soprattutto qualcosa di BELLO. Andare a vivere insieme a lui e comprare un tappeto gigante strappato vintage e sdraiati leggere libri e fare le parole crociate e leccarvi via la giornata dalla faccia, dalla bocca, dalla pancia e fare un figlio uguale a lui e un po’ a te (non te-te, una di noi) e invitare i vostri vecchi amici sul balcone a fumare e ridere e andare insieme in macchina a trovare la mamma e tuo fratello e fabbricare le parole giuste per dire loro di essere contenti per te e di stare tranquilli, perché sta andando tutto bene.
L’insonnia si combatte con la rassegnazione. Alzati, vestiti, esci da questo appartamento asfissiante. Esci o diventerai violenta. Sì, si può essere cerebralmente violenti e pacati nei modi, cara mia. Cammina sul marciapiede d’asfalto nelle prime ore di questo ventidue gennaio. Senti? Sotto gli stivali scricchiola il sale: si aspettavano una neve che non è arrivata. Non fare caso al sudiciume, ai sacchi neri sventrati, alle cacche di cani giganti e ai cartoni della pizza. Fra poche ore, quando ti alzerai per fare il caffè, i netturbini avranno lavato per bene tutto, e tutto sarà incontaminato e fresco, pronto per ricominciare daccapo.
Francesca Cassanelli

