Scegliere chi merita solo silenzio: «Mutismo selettivo» è il racconto di Gabriele Micozzi
Illustrazione di Fabiana Pirrera
Mi telefonò la scuola un mercoledì alle dieci e quarantasette del mattino, mentre stavo presentando una slide sul disengagement aziendale a un consiglio d’amministrazione di Roma. Mi alzai per prendere la chiamata in corridoio. La maestra di Tommaso mi disse che mio figlio non parlava in classe. Da sei mesi. La psicologa scolastica voleva vedere me e mia moglie il giovedì alle quindici.
Risposi che ci saremmo stati. Tornai in sala riunioni e finii la presentazione in venti minuti. Il consiglio approvò. Quando uscii dall’azienda, erano le dodici e ventitré.
Tommaso aveva sei anni. Era un bambino sveglio. Sapeva leggere prima di andare alle elementari. A quattro anni aveva memorizzato i nomi di tutti i pianeti del sistema solare, in ordine, e a cinque aveva scoperto da solo come funziona una serratura. Era nostro figlio, l’unico. Non era una questione di intelligenza.
«Sarà una fase» disse Sara in macchina, il giovedì pomeriggio, mentre attraversavamo Roma diretti alla scuola.
«Una fase di sei mesi.»
«I bambini hanno fasi.»
«I bambini parlano.»
Sara non rispose. Aveva quella concentrazione muta che le veniva quando dicevo cose vere ma fastidiose. Era una concentrazione che conoscevo bene – era la stessa che avevo io durante i consigli d’amministrazione quando un cliente diceva una verità che avrei preferito ignorare.
La psicologa scolastica si chiamava Federica Bertarelli. Doveva avere una trentina d’anni. Aveva i capelli raccolti, una camicia bianca semplice con una piccola macchia di caffè sul polsino destro, un quaderno aperto sul tavolo. Mi sedetti davanti a lei, e Sara accanto a me. Tommaso era in classe. L’aria sapeva di tempera asciutta e di pennarelli. Era l’odore della scuola di mio figlio. Non c’ero mai entrato.
«Vi ringrazio per essere venuti» disse Federica Bertarelli.
«Si figuri» dissi io, professionalmente.
«Tommaso è un bambino molto vivace, durante l’intervallo. Gioca, ride, corre. Ma in classe non parla. Non risponde quando viene chiamato. Non chiede mai niente.»
«Ha problemi con i bambini?» chiese Sara.
«No. Tommaso ha amici. È amato dai compagni. È solo che non parla.»
«Non parla a scuola» dissi io.
«A scuola» annuì Federica Bertarelli.
«A casa parla regolarmente.»
«Ne sono certa.»
Pausa. Una pausa breve, di quelle che a volte facevo io con i clienti quando volevo che dicessero la prossima cosa da soli. Era una tecnica.
«Posso farvi una domanda?» disse Federica Bertarelli.
«Certo.»
«Con chi parla, di preciso, a casa?»
Era una domanda strana. La guardai. Cercai di rispondere in fretta – ho una preparazione di anni nel rispondere in fretta a domande strane in stanze in cui mi pagano per rispondere.
«Con noi» dissi.
«Cioè con voi due?»
«Con noi due.»
Federica Bertarelli annotò qualcosa. Poi mi guardò di nuovo. «Mi può fare un esempio?» disse. «Una conversazione recente.»
Cercai. Cercai sinceramente. Trovai mia moglie che parlava con Tommaso del compito di matematica, la sera prima. Trovai mia suocera che gli raccontava la favola, la domenica precedente, mentre io ero in cucina al telefono con Singapore. Trovai mia madre, due settimane prima, che gli chiedeva del progetto di scienze e lui che le rispondeva entusiasta.
Cercai una conversazione fra me e Tommaso. Continuai a cercare.
Federica Bertarelli aspettava. Per un attimo guardò fuori dalla finestra – solo un attimo, come se al di là dei vetri ci fosse qualcosa che la chiamava – poi tornò a me. Non come aspettano i clienti – con quell’ansia che si misura in cifre. Aspettava come aspetta una persona che ha già la risposta e ti lascia il tempo di trovarla da solo, perché sa che è l’unico modo in cui la risposta funzionerà.
Trovai una scena. Era di tre giorni prima. Eravamo in macchina, io e Tommaso, lui sul sedile dietro. Gli avevo detto «come va a scuola» perché si dice. Lui aveva risposto «bene» perché si risponde. Avevo acceso la radio e non gli avevo più parlato.
«Forse,» dissi a Federica Bertarelli, «non ho un esempio recente.»
Sara, accanto a me, si guardava le mani.
«Lo immaginavo» disse Federica Bertarelli, e nella sua voce non c’era giudizio. C’era solo una cosa che assomigliava a tristezza. Una tristezza professionale, leggera, abituata. La tristezza di una donna che faceva quel lavoro da abbastanza anni da sapere già come finiva quella conversazione.
«Mio figlio,» dissi, e sentii la mia voce assottigliarsi, «non è muto.»
«No» disse lei. «Non è muto.»
«Mio figlio parla, a casa.»
«A casa parla con sua moglie. Con sua suocera. Con sua madre.»
«Sì.»
«Non parla con lei.»
Lo disse senza enfasi. Con la stessa precisione con cui io, da consulente, avevo annunciato a tre amministratori delegati negli ultimi vent’anni che i loro figli non li avrebbero seguiti in azienda. Era una verità tecnica. Era un dato. Restai immobile per un tempo che non saprei misurare.
«Si chiama mutismo selettivo» disse Federica Bertarelli, dopo. «Non è una malattia. È una forma di silenzio molto precisa. Tommaso parla con tutti, tranne quando si trova nelle situazioni in cui non si sente al sicuro. La scuola è una di queste. C’è un’altra situazione in cui non si sente al sicuro?»
«No» disse Sara, troppo in fretta.
«Sì» dissi io.
Federica Bertarelli annuì. Guardò l’orologio al polso, di sfuggita, e lo coprì subito con la manica come se si fosse vergognata di averlo fatto. «Vi ringrazio per essere venuti» disse, alzandosi. «So che non è stato facile.» Vidi solo allora, accanto alla sua sedia, uno zainetto della scuola materna appoggiato per terra, blu, con un nome ricamato che non riuscii a leggere. Non l’avevo notato prima. Era stato lì per tutto il tempo.
Tornammo a casa in silenzio. Sara guidava. Io guardavo fuori dal finestrino. Roma era ferma in un ingorgo serale che non finiva. C’era una luce arancione bassa sulla città, di quelle che piacevano a mia madre quando era ancora giovane e mi portava sul Lungotevere a vedere il sole tramontare sui palazzi.
Pensai a Tommaso. A come non parlava. A come avrebbe potuto non parlarmi mai più, e io avrei continuato a non accorgermene per altri sei mesi, dieci anni, una vita.
Pensai che Tommaso aveva sei anni. Sei anni. E aveva già fatto la diagnosi. L’aveva fatta lui per primo, prima della sua maestra, prima della psicologa, prima di me. Aveva osservato suo padre per sei anni e aveva concluso, con quella fermezza che hanno i bambini quando i grandi non li guardano, che con quell’uomo non era il caso di parlare.
Aveva ragione lui. Era più bravo di me, mio figlio. Era più bravo di me a osservare. Era più bravo di me a tirare le somme. Era più bravo di me a misurare la distanza fra le persone. E adesso sapeva una cosa che io stavo imparando solo in quel momento, in macchina, mentre il semaforo davanti a noi diventava verde e mia moglie ingranava la prima senza guardarmi.
Che il silenzio è una diagnosi. E che alcune diagnosi i pazienti le fanno da soli.
Gabriele Micozzi

