Il mito del “mal d’Africa” non è quello che sembra: «Mani» è il racconto di Valerio Cerulli
Illustrazione di Fabiana Pirrera
Nel 2026, nonostante la mia avversione ai safari, accettai la proposta di un’amica di andare in Zimbabwe. Mi aggiunse a un gruppo WhatsApp che si chiamava «Mal d’Africa», e il nome fu l’unica ragione per cui aprii la chat, che aveva una trentina di membri. Mi intrigava l’idea che ci fossero dei luoghi sulla terra carichi di un potere irrazionale sull’animo umano. Sul mal d’Africa trovai una canzone di Battiato, molto evocativa ma poco concreta, e le testimonianze di certi italiani secondo cui il desiderio di tornare alla culla della specie umana non era altro che un richiamo ancestrale. Devo ammetterlo, ero scettico. Non riuscivo a mandare giù che gli stessi a proporre queste idee avessero immagini del profilo palesemente scattate in villaggi turistici all-inclusive, totalmente avulsi dalla realtà del continente.
Partimmo a ottobre per evitare la stagione delle piogge e al contempo non pagare cifre esorbitanti. I miei compagni di viaggio lavoravano per multinazionali e usarono le ferie. Io ero disoccupato. In volo ci raccontammo le nostre vite: nonostante le ovvie disparità salariali, tutti ci lamentavamo dei soldi che non bastavano per stabilizzarsi, e poi sparlammo di chi aveva già avuto figli appoggiandosi ai genitori. Una disse che a lei bastava il suo bulldog, io parlai delle mie piante in balcone. Aspettai l’atterraggio per dire che, a fare il safari e le varie attività di GetYourGuide, non sarei andato. Mi guardarono come se stessi attentando alla loro vacanza, ma dopo un breve dibattito si arresero alla mia ostinazione.
Il tipo che condivideva la stanza con me non era un chiacchierone; andava dritto al sodo. «Tu perché sei venuto se manco stai con noi?» mi chiese la prima sera. «Per curiosità» gli dissi. Dormii come un sasso e sognai i leoni che non avrei visto. Quando mi svegliai gli altri erano già partiti per il safari.
Con trentacinque gradi l’asfalto di Harare esalava calore come quello di Bologna d’estate. Le strade erano tempestate di piccoli fiori viola che cuocendo rendevano dolce l’aria, e la somma di odore e afa mi inebriò in pochi minuti. Il mercato, diversamente da come accade a Bangkok o a Shanghai, non era sovrastato dalla skyline; era una specie di stazione dei bus coloratissima dove venivano montati dei tendoni e trovavi i frutti più strani. Mentre mi si scioglieva in bocca il mango più buono che avessi mai provato, iniziò la mia persecuzione. Uno dopo l’altro, diversi abitanti del posto cercarono di vendermi biglietti per dei safari, e le suole delle scarpe mezze fuse non mi aiutarono a districarmi dalla calca. Provarono a tirarmi verso i loro banchetti, e a fatica riuscii a sgusciare verso una zona meno trafficata, dove mi resi conto di essere circondato da gruppi di asiatici. Ero finito in una piccola Chinatown nel cuore dello Zimbabwe. Per tirarmi su presi un bubble tea, poi iniziai a esplorare quella piccola oasi senza safari. Mi fermai a una bancarella che vendeva magliette contraffatte, e mentre pagavo mi accorsi che nello stallo successivo non c’erano prodotti; solo una ragazza e dei cartelli pieni di segni incomprensibili. Mi avvicinai. «What are you selling?» le chiesi in inglese. Lei farfugliò qualcosa, suppongo in cinese, poi mi rispose: «Lithium mine tour. Big Chinese company. Tomorrow. 300 yuan». Passai cinque minuti a riflettere, poi feci la conversione su internet tra euro e yuan e le allungai due pezzi da venti. «Ok?» le chiesi. Lei sussurrò di nuovo qualcosa in cinese e strappò un biglietto da un blocchetto, dove scrisse in lettere latine orario e luogo d’incontro per l’escursione.
Salii sul bus alle sette di mattina. Lungo il tragitto l’autista non chiuse bocca. Non capendo il cinese mi sembrava un motore a scoppio, e mi impedì di recuperare il sonno perso a immaginare le miniere. Il bus si fermò subito dopo il ponte che attraversa il fiume Macheke, e lì mi diedero un ramen istantaneo che mandai giù in un sorso. Nonostante il blaterare della guida, mentre passeggiavo lungo le sponde riuscii a concentrarmi sull’acqua che scorreva selvaggia. Salimmo nuovamente sul bus che passò per un paesino dove c’era perfino una scuola, e vidi che i ragazzini giocavano regolarmente durante la ricreazione. Tirai un sospiro. Verso le 14.30 arrivammo alla miniera.
Degli enormi padiglioni azzurri si estendevano per tutto il mio campo visivo. Solo dopo aver superato decine di minatori e ascoltato, pur senza capire, un panegirico sulla Grande Cina, vidi una struttura diversa, a metà tra San Siro e una pagoda. Lì erano appoggiati migliaia di sacchi bianchi, tutti uguali, con sopra il nome dell’azienda. «What’s inside those bags?» chiesi alla guida. «Lithium. Make batteries» mi rispose. Domandai se potevo allontanarmi, e mi parve di capire che bastava tornassi all’entrata per le 18. Un attimo dopo iniziò a piovere. Vidi operai cinesi urlare comandi in cinese agli zimbabwesi che in qualche modo sembravano capire, nonostante la pioggia rendesse ancora più oscuri i suoni. Un gruppo di turisti mi raggiunse e si misero a scattare selfie. Una donna mi chiese se poteva farsi una foto con me. La feci fare. Più mi inoltravo e più le macchine venivano rimpiazzate dagli uomini, che nella parte profonda della miniera erano centinaia, alcuni particolarmente piccoli – minorenni o malnutriti, non saprei dirlo.
La pioggia batteva sempre più forte, e da lontano vidi una piccola tettoia dove ripararmi. Corsi lì, anche se c’era già un ragazzo, con un sacco in spalla e la maglietta del Barcellona che spuntava da sotto la giacca da minatore. Iniziavo a sentirmi febbricitante a causa del calore e della pioggia, e non mi venne in mente nulla da dire. Lui mi fissò, mi avvicinò le sue mani unite, e disse: «Mani». Le guardai, spostai lo sguardo su quella faccia che sembrava giovanissima, poi di nuovo sulle mani. Sembravano quelle di un vecchio, piene di tagli. Immaginai sua madre che lo portava nella scuola che avevo visto poco prima, che gli diceva di andare a lezione e poi lo vedeva tornare la sera con le mani logore. Gliele fasciava. Fece un passo in avanti e ripeté: «Mani». Estrassi dalle tasche le mie, di mani, e mi venne da dirgli, in italiano, che mi vergognavo ma non avevo mai fatto un lavoro manuale, che al massimo avevo curato le piantine in balcone. Nell’imbarazzo il mio sguardo ruzzolò dai suoi occhi alla borsa che portava in spalla e immaginai di finire lì dentro e trovarci il mio laptop, un pacemaker, i maxischermi delle vie di New York. Notò che non stavo capendo, allora prese dalla tasca una banconota da un dollaro. «Mani» disse. Money. Lo guardai confuso, quasi imbarazzato di aver frainteso la sua richiesta. Cercai il portafoglio nei pantaloni muovendomi a scatti come un ubriaco, e quando lo trovai gli misi una banconota da cinquanta euro sul palmo. Le sue pupille si dilatarono, e dopo averla assicurata nei pantaloni iniziò ad applaudire, fregandosene delle piaghe sulle dita. Tornai barcollando fino all’entrata della miniera, e solo nel bus mi tranquillizzai. Nessuna voce cinese riuscì a tenermi sveglio, sognai quello che avevo già immaginato poco prima, ma amplificato: il mondo contenuto in sacchi di polipropilene.
Verso mezzanotte arrivai in albergo. In camera trovai il mio compagno di stanza incollato al telefono.
«Com’erano i leoni?» gli chiesi.
«Dalla Jeep non si vedeva granché. Belli, però» spostò lo sguardo su di me. «E tu dove sei stato?»
«Non lo so neanch’io» gli dissi. «Ho pranzato lungo un fiume e poi ho visitato una miniera a est.»
«Una miniera? E che si fa in una miniera?»
«Si invecchia.»
Valerio Cerulli

