Le vendette golose di una pasticciera sui generis : «L’ancella» è il racconto di Thomas Lehn

 Le vendette golose di una pasticciera sui generis : «L’ancella» è il racconto di Thomas Lehn

Illustrazione di Prisca Rinaldi

A una certa età non sei più bella. Non sei bella per la televisione, intendo. Te lo dice senza filtri Instagram: lei è più giovane e te c’hai le rughe da vecchia, chi le vuole vedere? All’epoca non ero vecchia, non come oggi, però sentirsi dire certe cose fa male. Pensi forse che mi piaccia alzarmi la mattina, guardarmi allo specchio, e vedere il solco nella pelle farsi sempre più profondo? Per i capelli c’è la tintura. Per i denti la dentiera. Ma per le rughe? Scavano e scavano come se stessero cercando qualcosa. Almeno ci fosse davvero un tesoro, uno che mi posso tenere, che sia lo stesso in bilancia con la bellezza, allora accetterei la critica, accetterei che il mio tempo è finito. Il mio tempo in televisione.

Forse che quella lì, più giovane, non avrà anche lei le grinze un giorno? E allora che c’entrano con le mie qualità? È per questo che ho cominciato a mangiare, volevo ingrassare di proposito. Per aiutare a distendere la pelle, tirarla un po’ di qui e un po’ di là, renderla nuovamente liscia. Ma neanche quello andava bene, ora sei troppo grassa dicevano. Così però non ve ne va mai bene una! Anche le cuoche mangiano, che vi credete? E ognuno c’ha il metabolismo suo, a furia di assaggiare un po’ qua e un po’ lì, i fianchi si allargano e la pancia cresce. Non abbiamo mica tutti il metabolismo di Damiano Carrara, che a Bake Off Italia si strafoga di bombe e bomboloni e non mostra un filo di ciccia. Io invece, a forza di bignè per la depressione e maritozzi per la malinconia, sono rimasta bloccata in casa, e a un certo punto non riuscivo a passare più dalla porta.

È per questo che la mia fattoria è andata in malora, le vacche sono crepate e sulle loro carcasse sono cresciuti gli alberi; nel giro di qualche decennio le piante hanno preso tutto e mi sono ritrovata in questa casa in mezzo al bosco. Mi serviva aiuto. Le mani erano ancora buone a impastare, un po’ di attività fisica dovevo comunque farla. Stendere la pasta, tirarla, farcirla, infornarla – questi erano e sono rimasti i miei esercizi quotidiani. Ma il resto della casa non si manteneva da solo. Spolverare, ramazzare, per tutte quelle scocciature non mi si alzava un dito.

Così mia sorella mi ha mandato la sua figlioccia, quella del terzo matrimonio. Una ragazzina simpatica, Lotte, non troppo sveglia, ma con una gran voglia di fare. Rompeva un vaso ogni due giri di scopa, ma il pavimento era lucido. La biancheria cambiava colore a ogni lavaggio, ma era pulita e profumata. Ed era golosa, le bastava una torta come paghetta. La madre voleva solo farle fare esperienza, tenerla lontana dai compagni che la maltrattavano. La chiamavano Lottantotto, che per una ragazzina di nove anni è un po’ tanto come peso.

Un giorno non si è presentata per il solito giro di pulizie. È tornata da me solo la settimana dopo, col viso buio. Lotte rideva sempre, e tanto. Quel giorno invece niente sorriso, neanche quando le ho dato i biscotti allo zenzero che adorava – li facevo apposta per lei, anche se non gliel’ho mai detto.

«Perché c’hai quel broncio?» non mi voleva rispondere. Così quando si è avvicinata, ché io già allora non mi muovevo tanto, l’ho presa per un braccio e l’ho scossa un po’. «Non mi dici che c’hai?» e lei ha gridato di dolore. Sì che a furia di formare tortellini c’ho dita muscolose che aprono una noce, ma non è che l’ho picchiata. E infatti. Aveva il corpo pieno di lividi, perché i suoi compagni l’avevano vista che si mangiava un pasticciotto e, dopo averglielo spiaccicato in faccia, l’avevano menata.

«Accendi il forno,» le ho detto, «e invita gli amici tuoi, i compagni, invitali che gli facciamo la festa.» Lei non capiva, aveva paura. Ma io la rassicuravo: «Falli venire, non ti fanno niente» dicevo. «Portali qui che facciamo pace.»

Per tenerla occupata le ho fatto decorare tutta la casa con torte e tortine, pan di zucchero e panpepato e pan di stelle. I compagni di Lotte sono venuti, ridevano e si abbuffavano, con gli occhi grossi a tanta abbondanza. Dolci così non ne avevano mai assaggiati, non ti capita mica tutti i giorni che Benedetta Sialafame, premiata con due Sucre d’Or per la pasticceria, ti invita a pranzo e ti prepara meraviglie. E nemmeno che ti mangi sfogliate e sfogliatelle che tra un riccio e l’altro non solo fanno frusc frusc, come vuole Damiano, ma c’hanno pure un infuso di luppolo, valeriana e passiflora, che ben dosati ti stendono meglio di un sonnifero.

Erano tutti lì, undici bambini rimpinzati fino al vomito, con la pelle tirata e liscia come un palloncino gonfio. Pigiavo il dito s’un braccio, per vedere quanto fosse tesa, e piangevo, perché quella pelle non aveva mai conosciuto una ruga. E perché mai doveva?, mi son chiesta. Così ho preso uno di quei braccini paffuti e gli ho dato un bacetto, poi un morsetto scherzoso, e un altro ancora, e la mia lingua intanto assaporava qualcosa di dolciastro, come se i pori trasudassero i miei dolci. Damiano c’ha proprio ragione che a usare le bacche di vaniglia è tutta un’altra cosa, il sapore lo senti subito, l’odore ti si infila nelle narici. E io quel braccino non lo volevo lasciare più, lo volevo per me. Così gli ho dato un morso. Uno dopo l’altro, come con le ciliegie. E il sangue, con tutto quel glucosio, sembrava miele.

È stato un pranzo fantastico, indimenticabile come il primo amore. Lotte ovviamente non l’ho mangiata. Era tutta felice, mi ringraziava, è rimasta a servirmi a lungo. Ma non ne voleva sapere di mangiare i suoi compagni, o i bambini che sono arrivati dopo, attratti dalle decorazioni sulla casa. Alla fine è morta di vecchiaia. Ne ho presi altri di bambini a servizio, alcuni li mangiavo e altri no, lo vedi anche tu che non riesco a muovermi bene, ho bisogno che qualcuno si occupi della casa, ramazzi a terra, tenga il camino acceso, e tutte quelle cose lì. Per questo ho rimpinzato solo tuo fratello, Gretel, l’ho visto subito che c’avevi gli occhi di un’ancella. Ora finisci di spolpare il suo cosciotto, non si spreca niente, poi friggiamo i cannoli nel suo lardo.

Thomas Lehn

Blam

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