Quando è un fiume a insegnare la vita: «Il fiume» è il racconto di Carlo Maria Vadim

 Quando è un fiume a insegnare  la vita: «Il fiume» è il racconto di Carlo Maria Vadim

Illustrazione di Danila Riccio

Ivo Haber non era riuscito a costruire la piccola diga sul fiume Terso. Era stato suo padre, anziano e malato, a chiederglielo, ma le autorità si erano opposte: un fiume non è di proprietà di colui le cui terre sono attraversate dal corso d’acqua. Perciò niente da fare.

Quel rifiuto era servito a fargli venire altre idee. Su un tratto del fiume dove le sponde si stringevano, Ivo aveva fatto realizzare un ponte di legno: leggero, più che altro un passaggio pedonale, a decorazione del parco che si estendeva su entrambe le sponde.

Poi, più a valle, lungo l’argine aveva fatto costruire un belvedere da dove poter ammirare il paesaggio e lo scorrere possente delle acque. A opere ultimate, Ivo aveva permesso ai suoi paesani di sostare sul belvedere e sul ponticello. Le sue terre erano ben più vaste del parco attorno al fiume, e in queste teneva i frutteti: c’erano meleti e pereti, poi c’era un pescheto e infine, nella parte alta, oltre cento alberi di ciliegie. Il parco restava aperto dall’alba al tramonto e si può dire che il Belvedere Haber, così era stato battezzato, era spesso visitato da numerose persone. Questo perché la vista del fiume Terso era spettacolare da quella posizione: la massa d’acqua limpida e frizzante, il gorgoglio dei flutti che in quel punto sembravano rincorrersi, il fruscio che lo scorrere dell’acqua provocava sulle sponde ricche di arbusti, il profumo di more e di mirto che si spandeva nell’aria circostante concorrevano ad accentuare il piacere di passeggiare lungo i suoi argini.

Anche sua figlia Licia, in quell’anno diciasettenne, era una frequentatrice del belvedere. Ci andava con le compagne di classe, quando col bel tempo si poteva studiare e chiacchierare all’aperto, ma ci andava anche da sola certe domeniche, a leggere e a sognare.

Quella volta era estate e le scuole erano appena terminate. Licia aveva con sé un libro, e stava al belvedere. Leggeva, telefonava, ammirava il paesaggio. Quando sul ponticello era comparso Bruno, un ragazzo che lavorava nei frutteti e che lei conosceva per averlo visto con suo padre. Era in costume da bagno, con gli zoccoli ai piedi e un asciugamano sulla spalla. La giornata era già calda, così Bruno era salito sulla spalletta del ponte e si era tuffato. Un volo di circa quattro metri eseguito con una buona tecnica. Licia aveva assistito stupita al tuffo e aveva poi seguito la nuotata che in quelle acque ribollenti richiedeva senz’altro molta energia.

Con poche bracciate Bruno era approdato sull’argine sotto il belvedere proprio dove Licia era affacciata. Subito dopo aveva fatto un cenno di saluto e si era rituffato, aveva attraversato il fiume controcorrente ed era salito sulla sponda opposta per tornare al punto di partenza. Qui si era asciugato con la spugna e l’aveva salutata per la seconda volta con le braccia alzate come in segno di vittoria. Quindi si era allontanato in direzione dei frutteti.

Per alcune mattine la scena si era ripetuta. Finché un giorno Bruno da sotto il belvedere aveva gridato a Licia: «Se ti va puoi fare i tuffi anche tu. Non è difficile».

E Licia gli aveva risposto: «No, grazie. So nuotare ma non so tuffarmi. Tu invece…».

La mattina dopo, quando Licia era arrivata al belvedere, Bruno era già lì, questa volta in jeans e maglietta, robusto, con la pelle scura grazie al suo lavoro nei frutteti. Avevano parlato a lungo perché lui aveva diverse cose interessanti da raccontarle riguardo al fiume.

«Ti piace tanto il fiume» aveva detto Licia, a un certo punto.

«Anche a te» aveva risposto lui, e Licia aveva annuito. Poi lui aveva aggiunto: «A forza di venirci lo vedo con altri occhi».

«In che senso?»

«Beh, il fiume ha una sua direzione, no? Va sempre in quella direzione, è risoluto, capisci?» aveva tirato una pietra subito trascinata via dalle correnti. «Ecco, se mi capita di dover prendere una decisione penso al fiume: se lui può essere risoluto, allora posso esserlo anch’io.»

A quel punto Bruno le aveva preso la mano e l’aveva invitata a vedere lo scorrere dell’acqua da giù. Arrivati lì, le aveva detto di stendersi a pancia in giù, e così aveva fatto anche lui, lo sguardo verso il pelo dell’acqua, e le aveva detto: «Non ti sembra una processione? È come una processione infinita. Una processione ordinata che ha una meta. Una processione che non si ferma fino a quando non raggiunge la sua meta». E poi dopo un sospiro aveva aggiunto: «Anche tutti noi, in qualche modo, andiamo in processione verso una meta, non trovi?»

Licia non l’aveva mai visto così, il fiume, però ora che lui glielo faceva notare, capiva cosa intendesse. «Quando ieri mi hai detto che mi davi qualche consiglio per potermi tuffare, dicevi sul serio?»

«Certo» aveva detto lui. «Ma solo se impari a vedere il fiume come te l’ho descritto, se tu lo ami come lo amo io, in poco tempo puoi imparare i tuffi.»

Nei giorni seguenti, Bruno e Licia avevano preso l’abitudine di tuffarsi dal piccolo ponte, tutte le mattine di quella lunga estate: in piedi sulla spalletta del ponte lanciavano un grido gioioso e giù a capofitto. Nulla avrebbe potuto fermare il loro amore per il fiume Terso, e nessuno avrebbe potuto capire il loro modo di sentirlo: la direzione risoluta, la processione infinita.

E poi, con l’amore per il fiume quell’estate era arrivato anche l’amore tra Licia e Bruno, ma questo c’era da aspettarselo.

Carlo Maria Vadim

Blam

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