Un’amicizia lunga una sola estate: «Estate 2007, via Montale» è il racconto di Mattia Azzini

 Un’amicizia lunga una sola estate: «Estate 2007, via Montale» è il racconto di Mattia Azzini

Quell’estate del 2007 la città era deserta più degli altri anni. Come sempre ad agosto, la gente affollava spiagge e piscine. Noi ce ne stavamo fossilizzate sul balcone di casa tua, ricordi Mari’?

Ci salvava il ventilatore sempre puntato addosso; dal rumore che faceva sembrava sul punto di esplodere. E la tua fotocamera digitale con cui catturavi frammenti di quotidianità, a mio avviso, del tutto trascurabili: il posacenere di vetro colmo di Winston spente; una cavalletta in bilico sul rubinetto; una signora dai tratti asiatici con un foulard in testa e due buste della spesa in mano. Lo stereo era sempre acceso: era di rito ascoltare in loop Fresh Fruit For Rotting Vegetables. Ogni volta che partiva California Über Alles, improvvisavi una grottesca imitazione di Jello. Se l’impiegata del patronato di fronte casa tua era fuori a fumare, applaudiva e urlava: «Meglio dell’originale!».

Quel balcone invaso dalle zanzare, mosche e moscerini; il ronzio costante delle api che invisibili non ci lasciava mai sole, e non riuscimmo mai a trovare il nido. Quanto era attratto Stirner da quel ronzio, era l’unica cosa che lo facesse scendere dalla sedia in cucina. Fissava incuriosito un punto del sottobalcone per qualche minuto, noi cercavamo di distrarlo, ma non c’era nulla da fare. Mi annusava le gambe, starnutiva e poi tornava in cucina.

C’era sempre un odore particolare lì sopra: di certo era unico. Per fortuna avevi appeso quel vasetto di basilico, che rinfrescava l’aria afosa e copriva la puzza del pavimento. L’odore dolciastro della birra aveva iniziato a fondersi con quello dei pomodori marciti tempo prima e con l’olio esausto nella bottiglia col collo tagliato.

«Sabato do una rinfrescata, oggi sono in ferie» dicevi, mentre guardavi schifata il pavimento o il tavolo della cucina sommerso dai piatti sporchi. Arrivava il fine settimana e tu cambiavi idea: «Questo mese: libero. Poi vediamo di combinare qualcosa».

Varcare quella porta significava entrare in una dimensione diversa. Non si trattava di fuggire dalla realtà, significava calarsi più in profondità. Quantomeno fino alle sei del pomeriggio, poi mi toccava servire ai tavoli, in attesa del giorno seguente, quando avrei aperto la tua porta e ti avrei trovato nella solita posa. Nuda, sdraiata sul divano: un piede sopra lo schienale, in mano la solita copia sgualcita di La montagna incantata. La cenere ai piedi del divano, una ciotolina contenente un numero esagerato di gusci di pistacchi e il tuo Motorola v220, ormai un reperto archeologico. Le conversazioni telefoniche con tua sorella erano fatte perlopiù da «eeh?» e «poi ti scrivo su MSN», con l’indice premuto sull’orecchio sinistro.

Oscillavi indice e medio per farmi sapere che ti eri accorta del mio arrivo, senza dire nulla. Io sedevo a fianco a Stirner, lo facevo giocare con le chiavi finché ti alzavi.

«Cafezinho o birretta?» mi chiedevi puntandomi il dito contro, come se fosse una questione di vitale importanza. Poi ci spostavamo sul balcone, sedute sulle due sedie da campeggio pieghevoli. A volte ti dimenticavi della canottiera, altre, invece, rifiutavi di metterla sostenendo che «sono solo tette». Parlavamo in continuazione, in particolar modo di cos’avrei fatto a fine estate, quando il lavoro stagionale sarebbe finito. Tu mi dicesti che saresti partita per Reading, non sapevo nemmeno dove fosse.

«Non sto troppo ad arrovellarmi, però un po’ mi dispiace lasciare questa caverna» mi dicesti a fine agosto. Dispiaceva anche a me. In quel momento avrei voluto abbracciarti ma ero frenata dalla tua scarsa propensione alle manifestazioni d’affetto. L’unica volta che ti sbilanciasti fu quando mi strofinasti la schiena dicendo: «Almeno siamo sopravvissute all’estate, quanto la odio». E poi cantasti Estate di Bruno Martino per diradare l’angoscia di fine stagione. Dopo quei momenti tornavamo a giocare a descrivere il paesaggio immobile di via Montale o immaginavamo che vite avessero i pochi viandanti che capitavano per nostra fortuna da quelle parti. Tra una descrizione e l’altra inserivamo una strofa dei Dead Kennedys, una Winston o una di quelle imbevibili birre doppio malto in lattina. E così si facevano le sei del pomeriggio, l’ora di salutarci:

«A domani Mari’?» dicevo, con la speranza che tutto rimanesse immutato.

«Inshallah.»

Sono passati già 18 anni. Ti immagino in qualche via anonima di Reading oppure ovunque tu sia, nuda, a scrutare i passanti, ad aspettare che l’estate finisca.

Mattia Azzini

Blam

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