Tu chiamala se vuoi la crisi di mezza età di un millennial: «Deperire con stile» è il racconto di Federico Iarlori

 Tu chiamala se vuoi la crisi di mezza età di un millennial: «Deperire con stile» è il racconto di Federico Iarlori

IIlustrazione di Francesca Paola Turco

I fatti – purtroppo – sono una sentenza: mi sto lasciando andare.

Chiara, una mia amica romana che più adorabile non si può, insiste nel definirmi «uno splendido quarantenne», ma io non le credo. Non a caso è rimasta un’amica. Se fossi stato davvero uno splendido quarantenne – come dice lei – mi avrebbe tirato giù i pantaloni dopo il secondo Moscow mule di una rovente sera d’estate e a quest’ora avremmo uno splendido neonato.

E invece lei se ne sta a Roma, sotto al sole, ad abbuffarsi di pizze al taglio e di tonnarelli alla gricia, mentre io sto a Strasburgo, sotto la pioggia, seduto al tavolinetto di legno di un winstub, con la faccia triste in mezzo a una miriade di altre facce tristi, in attesa che un cameriere con l’ascella pezzata mi piazzi sotto il naso una tarte flambée inondata di panna acida, cipolla, pancetta e Munster.

Lei, se ne ha voglia, in mezz’ora può andare sulla spiaggia a vedere il tramonto, mentre io vivo nella città europea più lontana dal mare e al limite posso andare al Baggersee, una pozza d’acqua dolce dietro all’ipermercato Auchan, a veder passare i tir diretti in Germania e a nascondere sotto la coperta di nuvole grigie la paura di aver sbagliato tutto. Forse è per questo che Chiara mi sembra ancora così bella, mentre io mi faccio così schifo.

Qualche mese fa mia moglie mi ha fatto un regalo. Speravo che fosse una bottiglia di Aglianico del Vulture o un biglietto aereo di sola andata per Favignana e invece era un kit per eliminare i peli superflui dal naso e dalle orecchie. Dice che l’ha comprato vicino alla cattedrale, in un negozio di cosmetici per uomini in cui – a quanto pare – c’era tutta una serie di altri articoli «perfetti per me». Amen.

Come avrebbe reagito se le avessi detto che nel negozio di abbigliamento per taglie forti della Grand’Rue c’erano un sacco di articoli «perfetti per lei»? Ma soprattutto: quando, esattamente, ha ricominciato a interessarsi al mio corpo?

La proliferazione di peli superflui era solo la punta dell’iceberg. Sott’acqua, infatti, c’erano tanti altri piccoli problemi – i capelli, la schiena, la digestione – che non facevano ancora di me un uomo vecchio e malato, ma di sicuro neanche un uomo in forma.

Uno di questi si è manifestato all’ora di pranzo di un giorno più disgraziato degli altri, quando ho avuto la cattiva idea di addentare un bretzel abbandonato in un angolo della cucina: è stato un errore gravissimo, perché tutti sanno che un bretzel il giorno prima è un pezzo di pane, il giorno dopo un’arma contundente.

Masticarlo mi è costato una fitta tremenda in corrispondenza dell’unico dente del giudizio che mi era rimasto, quello in basso a sinistra; una deflagrazione che si è presto trasformata in un dolore meno intenso, ma tremendamente ostinato, che – volendo evitare a tutti i costi il pronto soccorso (e magari la tomba) – mi ha spinto a contattare al più presto un dentista.

Grazie alla praticissima app Doctolib, ho preso un appuntamento al buio con tale dottoressa Iskandar: lavorava giusto dietro casa mia – anche se di primo acchito, visto il nome, ho pensato al Circolo polare artico –, e a differenza degli altri profili in cui mi ero imbattuto, avrebbe potuto ricevermi non tra un mese o due, ma l’indomani stesso.

L’ambulatorio, situato al terzo piano di un orrendo palazzo anni Ottanta, mi è subito sembrato vecchio, tetro e mal arredato – prima di entrare, per capirci, ero convinto che la radica esistesse solo negli interni di una Lancia Thema.

Speriamo che la dottoressa abbia ancora tutti i denti, mi sono detto tra me e me pochi istanti prima che una creatura celestiale si materializzasse davanti ai miei occhi: un viso luminoso sublimato da un incarnato perfetto, leggermente dorato, come quello di certe ragazze polacche, i capelli lisci, color miele, ordinati in uno splendido carré, gli occhi grandi e azzurri incorniciati dalle sopracciglia spesse e scure, uno sguardo che ostentava consapevolezza e perfino un pizzico di malizia…

Forse era il caso di darle una chance.

Mi invita a seguirla nel suo ufficio e a sedermi alla scrivania di fronte a lei. Mi concentro sulle sue mani grandi, le dita affusolate, le unghie corte, curate e insolitamente – per un chirurgo – smaltate di un rosso vivo. Il camice immacolato lasciava intravedere in tutta discrezione la presenza di un décolleté non indifferente. E più in basso, proprio all’altezza del piano orizzontale della scrivania, dal quale si teneva giustamente a distanza, una sporgenza assai visibile che aveva tutta l’aria di essere un pancino da inizio gravidanza.

Dopo le domande di rito, mi accomodo sulla poltrona un po’ frastornato. Mentre infila quelle mani illegali in un paio di guanti in lattice, mi chiede se sono italiano e senza aspettare che glielo confermo confessa che ha sempre adorato l’Italia – soprattutto gli italiani. Per rompere il ghiaccio le chiedo se lei, invece, avesse origini islandesi: «No».

Senza aggiungere una parola, inizia a esaminare la mia bocca con sonda e specchietto. Nel tentativo di raggiungere il famigerato dente del giudizio, si ferma un attimo: «La sua lingua è un po’ troppo sfrenata. Così non riesco a lavorare!».

E io: «Chiedo scusa. Sono un po’ agitato».

«Non è per forza un difetto, sa?»

Da quella posizione, con gli occhi ruotati al limite delle loro possibilità fisiologiche, riuscivo a intravedere perfino un bordo di reggiseno.

Al controllo segue una lastrina e alla lastrina la diagnosi: carie in stadio avanzato. Per fortuna la radice era «semplice» l’inevitabile estrazione sarebbe stata «un gioco da ragazze».

Stranamente – vista l’antipatia che di solito mi ispirano i medici, le malattie e la morte – non era il terrore di dovermi sottoporre a un intervento chirurgico a tormentarmi, ma quelle parole così inattese e ambigue che avevano d’un tratto riaperto il campo del possibile nella mia vita: la dottoressa sperava che utilizzassi la mia lingua «sfrenata» su di lei? Che lo stallone italiano cogliesse il suo messaggio in codice per dare libero sfogo al suo istinto animale, inconfondibilmente latino?

Dopo una notte insonne racconto tutto a Chiara: «Le francesi sono così, dice lei, «sembrano algide, ma alla fine sono sgamate, spudorate e sono sempre loro a fare il primo passo. In più sai bene che hanno un debole per gli italiani!». Le rispondo che non è possibile: che non solo lei era giovane, bella e sicuramente più ricca di me, ma che era pure incinta – e magari sposata. Come le passerebbe mai per la testa di rimorchiare uno come me?

Ma ormai era troppo tardi: mi ero ringalluzzito. E perfino la tremenda prospettiva di finire sotto ai ferri non mi impensieriva più di tanto. Avevo solo voglia di rivederla e che mi mettesse le mani addosso. Non solo in bocca.

Alle 9.30 in punto del giorno successivo eccomi nuovamente disteso sulla poltrona, pronto per l’estrazione. Mentre le siringhe e le pinze danzavano nella mia bocca, io chiudevo gli occhi e immaginavo la nostra prima notte insieme: la prima di una lunga serie di notti infuocate… Finché la voce monocorde dell’assistente non mi riporta di botto coi piedi per terra: «Fatto!» grida. E intanto mi mostra il dente appena estratto: un oggetto non identificato, nero come un pezzo di carbone, marcio e puzzolente.

«Ci vediamo tra una settimana per vedere come va» dice la dottoressa.

Mi limito a rispondere con un cenno della testa perché mi sembrava di avere una patata in bocca e temevo che qualunque tentativo di parlare mi rendesse ridicolo.

Una settimana dopo – settimana durante la quale non avevo smesso per un attimo di fantasticare, né di utilizzare quel kit per i peli superflui per farmi bello e glabro come un adolescente al primo appuntamento – ero di nuovo davanti a lei.

«Sono felice di vederla» le dico mentre le osservo il pancino ripetendomi tra me e me: «Ma sì, ma chissene frega!»

«Davvero?» mi risponde con freddezza. «Di solito non si ha molta voglia di rivedere i medici.»

«Ha ragione, ma con lei è diverso. Non so perché.»

In realtà lo sapevo benissimo.

«Va tutto bene? Le fa male?»

«Assolutamente no. Sto benissimo. Mai stato meglio.»

«Bene. Allora possiamo parlare del resto.»

«Come del resto?»

«I suoi denti sono molto consumati per un uomo della sua età. Non gliel’hanno mai detto?»

«Veramente no. Cioè, non in questi termini.»

«Molto probabilmente dipende da un problema di bruxismo notturno. E in effetti mi sembra una persona abbastanza ansiosa, stressata. È d’accordo con me?»

«Beh sì… in effetti digrigno i denti la notte. Da sempre. Ma non pensavo fosse una cosa grave.»

«Infatti non lo è. Ma le consiglio di agire il prima possibile. Se non lo farà presto, si ritroverà con dei moncherini al posto dei denti, sarà praticamente sdentato, e bisognerà mettere in atto una terapia ricostitutiva complessa e costosa.»

«Come sdentato… Ma ho quarant’anni…»

«Le propongo di prendere il calco per realizzare un bite. Non è impegnativo. Lo deve indossare tutte le sere, prima di andare a dormire. Come se fosse una dentiera.»

«Una dentiera?»

«Esattamente.»

«Ma quindi dovrò tornare da lei?»

«Guardi, per motivi personali non potrò lavorare per qualche mese. Ma preferirei che non aspettasse il mio ritorno. Conosce altri dentisti?»

«Veramente no… le assicuro che posso aspettare comunque.»

«Contatti il dottor Funfshilling. È un signore un po’ all’antica, ma di sicuro da lui troverà subito un appuntamento.»

«Se lo dice lei…»

«Perfetto. Abbia cura di lei.»

«Sì, certo. Grazie… e… in bocca al lupo anche a lei.»

«Ma sì, ma sì, non si preoccupi. Au revoir

Decido di fare due passi nel nulla, tipo ultimo sopravvissuto in un mondo infestato dagli zombie. Me l’ero cantata e me l’ero suonata da solo. Che scemo: un vecchio bavoso, sposato – per giunta –, che perde la testa così, senza motivo. Mi trascino fino alla place Broglie; comincia a piovere. Qui le chiamano giboulées de printemps, le piogge di primavera, per distinguerle da quelle delle altre stagioni dell’anno. Non sapendo dove ripararmi, sgattaiolo nella hall di un enorme negozio: era una virtual room. Ne avevo già viste diverse a Strasburgo. L’impiegato si avvicina e mi chiede se voglio provare.

«Va bene» rispondo meccanicamente, con l’idea di aspettare la fine della pioggia.

«Allora, mi dica, dove vuole andare?»

«Sulla spiaggia, per favore. Su una spiaggia del Mediterraneo.»

«Benissimo. Prego, indossi il casco.»

È una bella giornata di sole, nitida, tiepida. Sento il verso dei gabbiani e persino una leggera brezza marina, fugace, deliziosa. E poi un odore di cucina, di spadellate col vino bianco… spaghetti con le vongole? Sono solo su una spiaggia deserta, finalmente, a fissare l’orizzonte. A un certo punto, in lontananza, scorgo la sagoma di una donna: una silhouette impeccabile, incantevole, avvolta in un costume intero rosso fuoco. Mi avvicino un po’ per osservarla meglio: ha la pelle leggermente dorata, come quella di certe ragazze polacche.

«Dottoressa, è lei?»

Federico Iarlori

Blam

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