Una stanza per Momoko: il manifesto della vita di chi rimane dopo un lutto
Cosa succede quando si perde una persona molto cara? Quando una moglie anziana perde il suo compagno di vita? Una stanza per Momoko (Piemme, 2025) di Chisako Wakatake è il manifesto della vita di chi resta dopo che qualcuno va in un non luogo che nessun umano potrà mai capire, vivere, trasmettere. In questo estratto Momoko affronta la sua quotidiana solitudine: quando la vita cambia e non resta che resistere, ognuno a modo suo.
La solitudine dopo un lutto: estratto dal libro Una stanza per Momoko
Di solito Momoko si limitava a scambiare qualche saluto con i vicini, a dire due parole al postino o alla persona che veniva a riscuotere i pagamenti degli abbonamenti ai giornali. Però non si sentiva particolarmente sola. O, almeno, questo è ciò che diceva a sé stessa.
Non si finiva mai di imparare. Di scoprire delle verità che, una volta raggiunte, ti facevano dire: «Ne è valsa la pena». Sembrava banale, come concetto, ma ogni rivelazione costava fatica, e sforzo. E quando infine una nuova massima, una nuova verità ti appariva davanti agli occhi, vibrava dentro di te come un canto tradizionale, ti arricchiva come nient’altro. Nel caso di Momoko, la rivelazione stava in questa semplice frase: «Qualunque sia la vita che conducono, gli esseri umani sono sempre soli». Non è che nella sua esistenza avesse avuto chissà quali esperienze, ma aveva vissuto abbastanza da esserne certa. Ecco perché si sforzava di convincersi che la solitudine non fosse un problema, si vantava di averla addomesticata e di essere capace di manipolarla a suo piacimento. «E cos’è mai, la solitudine?» sogghignava con sdegno.
Ma, ahimè, ecco che quella solitudine, che diceva di avere domato e controllato, si era scatenata. Che diavolo è cambiato rispetto a ieri? si chiese Momoko. Immediatamente una voce le rispose: Non è cambiato un bel niente. Tutto è rimasto uguale. Eppure il vento era davvero cambiato e Momoko si disperava: Ma allora, che gli succede a questo benedetto cuore? Cosa poteva aver scatenato tutto? Che cos’è esattamente quella che chiamiamo «solitudine»? Che cosa provoca questa sensazione? Non riusciva a venirne a capo. Se avesse trovato una risposta, forse avrebbe potuto gestire meglio la situazione. Un giorno era stata colta da un senso di oppressione, come se qualcosa la inchiodasse al suolo e la immobilizzasse e, mentre la sua gola produceva un grido soffocato, le sembrava di sentire il lamento: «Mi sento sola! Mi sento sola!» Era la sua voce o la voce di qualcuno che si nascondeva dentro di lei? Non era ancora riuscita a capirlo. «Ah, ancora tu? Lasciami un po’ in pace!» aveva finito per borbottare. Quel dialogo tra voci senza parole e suoni senza senso continuava a girarle in testa, ma in fondo sapeva che erano solo echi nostalgici di suoni familiari. In una situazione in cui non c’è nessuna via d’uscita, in cui ci ritroviamo legati mani e piedi, non ci resta altro che accartocciarci su noi stessi come porcellini di terra, con le schiene curve e le teste incassate nelle spalle. Trattenendo il fiato, non ci resta che aspettare che il dolore passi.
Momoko pensava che il tempo avrebbe indebolito il senso di solitudine, che i giorni che passavano avrebbero agito come una medicina, che avrebbero fatto sparire quella sofferenza. A furia di mentirci in questo modo, ci inganniamo di averla superata, ed è proprio allora che ritorna. Ah, è un dolore che dura tutta la vita, a cui non si sfugge! Momoko sospirò, rattristata nel contemplare un passato lontano. Però c’è anche un lato positivo, aggiunse spinta dal desiderio di consolarsi. Sì, dai, qualcosa di positivo c’è. Grazie a questa solitudine, sono diventata molto perspicace. Mi sono impegnata a tracciare una linea netta di demarcazione, tra il prima e il dopo: prima del dolore, e dopo averlo conosciuto. Mi sono convinta di essere diventata qualcun altro. Mi sfregavo e leccavo le mie emozioni, proprio così, ed ecco che è apparso un piccolo bagliore. Di cosa si trattava? Qualcosa di dolce, come la pasta di fagioli rossi che riempie i panini, zuccheroso da farti venire il mal di denti. Momoko tirò su la testa e la scosse. Ah, sono ancora viva. È una bella cosa? Perché ne sono così contenta? È solo un’impressione, o tutti vivono così? Insidiosamente delle voci si alzarono all’unisono nella sua mente, ciascuna con il suo credo, esprimendo a parole l’indicibile, scuotendo corpo e anima della vecchia Momoko.
A seguito di riflessioni analoghe, oggi – Succede così anche agli altri esseri umani o solo a me*? – spinta dal desiderio di scoprire se altri condividevano la sua sorte e il suo bisogno di compagnia, aveva pensato in fretta a un luogo in cui poter incontrare molta gente, e alla fine era andata all’ospedale. Certo, alla sua età poteva avere qualche problema di salute, quindi, approfittando di quell’impulso, aveva previsto di farsi visitare da un medico. L’inspiegabile sensazione di entusiasmo per aver interrotto la sua routine quotidiana prendendo autobus e treno non la lasciava più, era proprio di buon umore, tanto che, quando si era seduta sul divanetto della sala d’attesa dell’ospedale, aveva avuto voglia di abbracciare un vecchio sconosciuto e strofinare la guancia contro la sua. Momoko voleva parlare. A chiunque, voleva parlare di quello che le era successo nella vita, evocare quello che aveva pensato, sentito. Diamine, sì, ma come posso fare?
Tuttavia, con il tempo, il cuore di Momoko si era raffreddato, poi ghiacciato, e in fondo non c’era nulla di strano.
Aveva accarezzato il sogno che tutte le persone presenti avessero dovuto affrontare la solitudine e come lei avessero superato esperienze dolorose, per ritrovarsi adesso accidentalmente riuniti in quel posto. Ma le loro conversazioni concrete e realiste, a proposito di analisi del sangue, elettrocardiogrammi, pressione alta o bassa e analisi delle urine, avevano spazzato via le sue illusioni, come se ci avessero versato sopra dell’acqua ghiacciata con un secchio di latta. Allora si era rintanata dentro di sé. Era sempre stato così. Nell’intimo Momoko era ciarliera, ma accanto a persone vere, reali, non spiccicava parola, come colta da afasia. Si era limitata a deglutire la saliva, incapace di comunicare i propri pensieri agli altri. Comunque, non credo che quello che è interessante per me lo sarebbe anche per queste persone.
Voleva trovare una scusa, giustificarsi in un modo o in un altro. Era stato in quel momento che aveva capito…
In realtà c’è stato qualcuno nella vita, in grado di ascoltarmi. Una sola e unica persona. Una persona che si interessava a quello che dicevo e ne rideva. Era il mio uomo. Il solo e l’unico.
* Verso di un famoso waka attribuito al poeta Yamanoue no Okura (660-733).

