“Inizierò col dirle che un bacio può rovinare la vita”, intervista impossibile a Oscar Wilde ispirata a De profundis, la lettera che scrisse in carcere per sodomia

 “Inizierò col dirle che un bacio può rovinare la vita”, intervista impossibile a Oscar Wilde ispirata a De profundis, la lettera che scrisse in carcere per sodomia

Il palco è spoglio: non ci sono attori che recitano le sue opere, non ci sono intellettuali che si alzano dalle poltrone entusiasti di uno spettacolo creato da un genio senza eguali, non c’è più l’amore della sua vita ad attenderlo a fine spettacolo. In questa intervista, l’unico protagonista è Oscar Wilde. Immaginate di passare una vita intera tra la folla che vi acclama e d’un tratto non poter parlare con nessuno perché l’autorità ha deciso che non siete liberi di amare chi volete. All’apice della sua carriera, fu condannato a due anni di detenzione e lavori forzati perché innamorato della persona sbagliata. Abbiamo immaginato di chiedergli della sua vita e dei suoi amori. Questa è la nostra intervista, necessariamente fantastica!

Signor Wilde, quello che stiamo per chiederle è qualcosa di profondo. Il 24 maggio del 1895, e ci corregga se sbagliamo, fu condannato per il reato di sodomia con pena di due anni di reclusione e di lavori forzati. Crede che le leggi del tempo siano state ingiuste con lei?

«Essere completamente liberi e allo stesso tempo completamente dominati dalla legge è l’eterno paradosso della vita umana, del quale ci rendiamo conto in ogni momento; e questa, lo penso spesso, è l’unica spiegazione possibile della nostra natura, semmai possa esistere una spiegazione per i profondi e terribili misteri dell’anima umana, eccetto una, che rende ancor più mirabile il mistero».

Le andrebbe di raccontarci com’è iniziato tutto?

«Inizierò col dirle che un bacio può rovinare la vita. Ho incontrato Bosie per la prima volta nel 1891 e non potei fare a meno di notare la sua straordinaria bellezza. Allora ero un uomo che viveva una simbolica relazione con l’arte e la cultura della mia epoca. Mi ero fatto un nome, avevo una posizione sociale alta, intelligenza, genialità. Feci dell’arte una filosofia e della filosofia un’arte. Alteravo la mente degli uomini e i colori delle cose: non c’era una cosa che dicessi o facessi che non creasse meraviglia. Prendevo il dramma, la più oggettiva forma d’arte, e la rendevo personale, una mole di espressione come i testi di sonetti. Ma non siamo tutti perfetti. Quando ho iniziato la relazione con Bosie, non ero consapevole di ciò che sarebbe accaduto in futuro. Suo padre mi attaccò in pubblico e come uomo pubblico. Andava di ristoranti in ristoranti per cercarmi e insultarmi davanti al mondo intero e in modo tale che se mi fossi vendicato o meno, mi sarei rovinato. Si assicurò un posto per la prima di una delle mie commedie ed escogitò un complotto per interrompere la rappresentazione, per fare un discorso osceno su di me al pubblico, per insultare i miei attori, e per lanciare insulti e indecenti missili contro me quando sarei stato chiamato prima del sipario alla fine, in un modo orribile per rovinare il mio lavoro».

L’esperienza del carcere deve essere stata piuttosto traumatica per lei, come descriverebbe quegli anni?

«Quando mi trovavo nella prigione di Wandsworth, volevo morire. Era il mio unico desiderio. Quando due mesi dopo, in infermeria, mi informarono che mi avrebbero trasferito al carcere di Reading, mi ritrovai a migliorare gradualmente la salute fisica ma ero preso dalla rabbia. Decisi di suicidarmi lo stesso giorno in cui lasciai la prigione. Dopo un po’ di tempo, quell’umore malvagio è scomparso e ho deciso di vivere ma di indossare l’oscurità come un re che veste di viola. Ora mi sento molto diverso. Ho imparato a essere allegro e felice».

Ciò che avvertiamo nelle sue parole è una profonda vena di dolore. È cambiato qualcosa nel suo modo di pensare dopo quest’esperienza?

«Il dolore e tutto ciò che insegna è il mio nuovo mondo. Vivevo interamente per il piacere. Ho evitato il dolore e la sofferenza di ogni genere. Ora vedo che il dolore, essendo l’emozione suprema di cui è capace l’uomo, è insieme il tipo e la prova di tutta la grande Arte. Tutto nella mia tragedia è stato orribile, meschino, ripugnante, privo di stile. Il nostro stesso vestito ci rendeva grotteschi. La cosa importante da fare è stato assorbire il dolore nella mia natura, in tutto ciò che mi è stato fatto e renderlo parte di me, accettarlo senza protestare».

La sua storia con Mr. Douglas è stata considerata uno scandalo. Non dev’essere stato facile abbandonare sua moglie e i suoi figli per intraprendere una relazione simile. Non vorremmo essere indiscreti ma come ha vissuto l’amore nei suoi confronti?

«Le domande non sono mai indiscrete. Le risposte, talvolta, lo sono. Se c’è una cosa che posso confessare è che adoro gli scandali che riguardano gli altri, ma quelli che riguardano me non m’interessano. Non hanno il fascino della novità. Ad ogni modo, la mia stessa esistenza è uno scandalo. È stato complesso ma il nostro amore è stato bello e nobile, e se io sono stato il bersaglio di una terribile tragedia è perché la natura di quell’amore non è stata compresa. La società spesso condanna il criminale ma non perdona il sognatore».

A proposito della società, le leggi le hanno impedito di vivere un amore che era ritenuto proibito. Come crede che debba essere una società migliore o buona?

«I canoni della buona società sono, o dovrebbero essere, uguali a quelli dell’arte. La forma ne è assolutamente essenziale. Dovrebbe avere la dignità di una cerimonia e al tempo stesso la sua irrealtà e dovrebbe abbinare la falsità di una commedia romantica all’arguzia e alla bellezza che ci rendono piacevole il genere delle commedie».

È il 20 settembre del 1897 quando lei e Douglas giungete a Napoli. Qual è il suo legame con l’Italia?

«Dopo l’esperienza del carcere, siamo stati a Napoli, sì. Abitavamo a Villa Giudice, a Posillipo. Cercavamo di evitare gli scandali, avevo persino il falso nome di Sebastian Melmoth ma ciò non bastò a passare inosservati. Frequentavo i caffè letterari più in voga. Fu Matilde Serao a rendere pubblica la nostra permanenza sul «Mattino». Durante un soggiorno all’hotel Quisisana, il proprietario dell’hotel ci chiese di alzarci: la permanenza creava disturbo. Modificare la mia vita sarebbe equivalso ad ammettere che l’amore uraniano è ignobile. Per me è nobile, più nobile di altre forme».

Le facciamo un’ultima domanda. Le sue condizioni di salute non promettono molto e i medici dicono che non le resta molto tempo per vivere. Dopo tutto ciò che ha vissuto, lei teme la morte?

«La morte è l’unica cosa che riesce a spaventarmi. La detesto. Perché oggi si può sopravvivere a tutto tranne che a lei».

 

Le citazioni contenute in quest’intervista sono tratte da:

  • Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, Feltrinelli, 1991
  • –, De profundis, Feltrinelli, 2014
  • –, La ballata del carcere di Reading, Feltrinelli, 2023

 

A cura di Cristina Stabile

Blam

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