“L’ironia è distruttiva, eppure può essere la nostra unica possibilità di salvezza”: intervista a Francesco Recami, autore di Mondo cane, storia di un delitto canino

 “L’ironia è distruttiva, eppure può essere la nostra unica possibilità di salvezza”: intervista a Francesco Recami, autore di Mondo cane, storia di un delitto canino

Mondo cane (mar dei sargassi, 2023) è l’ultimo libro di Francesco Recami (1956), redattore di testi divulgativi e scrittore per ragazzi al principio della sua carriera, poi autore di racconti e romanzi, tra cui Il superstizioso (2008, nella cinquina finalista al premio Campiello), Il ragazzo che leggeva Maigret (2009, premio Scrittore toscano), Prenditi cura di me (selezionato al premio Strega, premio Castiglioncello, premio Capalbio) e la raccolta di racconti Piccola enciclopedia della ossessioni (2015) con cui ha vinto il premio Chiara. In Mondo cane ci racconta di un delitto canino perpetrato da ignoti e dei sospetti che si addensano sui frequentatori di un’area cani nella città di Firenze. Il romanzo è un’esplorazione delle umane debolezze, delle perversioni che si reificano in un ipermarket di accessori per animali, delle dinamiche di vicinato e della lotta di classe così come oggi si presenta nella cornice urbana del quotidiano.

Abbiamo parlato con lui non solo del romanzo, ma anche di parolacce, ironia e maestri. Ecco l’intervista di Rivista Blam!

 

I tuoi libri sono libri gialli?

No. Però… fra me e i gialli-noir, insomma crime stories con thrilling, esiste un rapporto di amore odio. Mi piacciono. Ho scritto alcuni libri che sono stati classificati nei gialli, e va bene. Perlopiù non c’è il morto, l’investigatore, l’investigazione e la soluzione. E che giallo è? Io un morto ammazzato non l’ho mai visto e non lo voglio neanche vedere. Ma per ora direi che basta così… .

In Mondo cane racconti di un’area cani cittadina che è una mise en abîme della società tutta che lì si raccoglie grazie ad alcuni, scelti, rappresentanti, umani e canini. Ci sono altri luoghi delle nostre città che a tuo avviso raccontano altrettanto bene la nostra società?

Penso di sì ma non ho queste velleità enciclopediche. Vedo quello che vedo. Credo che l’Ikea, che non frequento neanche se mi pagano, possa essere un non luogo adatto, così come altri centri commerciali del genere. Forse talvolta ristoranti di grandi dimensioni, con bambini rompiscatole, cani maleducati e camerieri che ti pisciano nel piatto (giustamente). Ma il luogo dove vedi l’uomo in faccia è l’ospedale, e anche i mezzi pubblici.

Qual è stata la prima tessera del puzzle che hai messo giù iniziando a pensare questa storia?

Beh, in effetti un fatto di cronaca: nei miei paraggi un cane è stato trovato morto nell’area cani, ha mangiato una polpetta avvelenata. Grande scandalo nel quartiere. In più avevo scritto un racconto per «la Repubblica», che se non sbaglio si chiamava Cani di merda. Una invettiva di un anziano, solo come un cane, che se la prende con la lamentosità di un cane che piange tutto il giorno. Naturalmente non l’hanno pubblicato, sostenendo che c’erano troppe parolacce. In realtà non volevano alienarsi i lettori amici del cane. Inoltre, ho dei vicini con cagnetti che non si chetano mai.

Il precipitare di Matteuzzi, il tuo protagonista, in un’ossessione delittuosa mi ha fatto pensare, mutatis mutandis, allo stato febbricitante e solipsistico di Raskolnikov in Delitto e castigo. Te lo dicevo nella presentazione del tuo libro che ho avuto il piacere di condurre a Torino, nella Libreria Thérèse. Ci hai ripensato? Ti ho convinto?

No, non mi hai convinto. Sai perché? Perché negli ultimi tempi mi è capitato di sentirmi dire che Delitto e castigo è un giallo. Vedi sopra.

In più, e forse questo è più importante, Raskolnikov ha dei modelli culturali, più di uno, magari in conflitto fra di loro; mentre il Matteuzzi no. Ha solo fatto l’impiegato all’anagrafe ed è vissuto nel Quartiere.

Cos’è l’ironia per te e che confini ha? Cioè quando è uno strumento per comprendere il mondo e quando diventa un mezzo per distruggerlo, per non credere più? L’uso dell’ironia rasenta mai il filo del nichilismo?

L’ironia è distruttiva, eppure può essere la nostra unica possibilità di salvezza, per negoziare con la paura e la morte. È una strategia difensiva. Per me serve a guardare il mondo, non a capirlo. Non farei una distinzione così netta fra distruzione del mondo e sua comprensione: credo che facciano parte dello stesso processo. Il nichilismo è necessario, e anche il suo contrario: ma qual è il contrario del nichilismo? Il positivismo? Io al posto delle parole nichilismo e cinismo userei più volentieri prospettivismo e relativismo… .

Hai avuto dei maestri, degli autori che ti hanno ispirato?

Sì, ma sempre a posteriori. Per esempio, per il mio primo libro per Sellerio, L’errore di Platini, più di un commentatore suggerì l’evidente parentela con Il serpente di Malerba. Io non l’avevo mai letto, allora lo lessi e pensai, beh, non hanno mica tutti i torti. Da allora in poi se mi hanno chiesto qual era uno dei miei testi riferimento rispondevo: e come no, Il serpente di Malerba.

Mi è successo altre volte, per esempio con Ammanniti: ma se mi hanno messo in relazione con Ammanniti è solo perché avevano letto solo Ammanniti, col quale io non c’entro proprio niente. Io sono appassionato di Claude Leon, la Sarraute, Pinget, Robbe-Grillet. Roba quasi illeggibile oggi e invendibile, infatti è scomparsa dalla circolazione. Purtroppo, un maestro vero, di persona, non l’ho avuto.

 

A cura di Sara Benedetti

Blam

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