Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio: un libro di Remo Rapino. Recensione

 Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio: un libro di Remo Rapino. Recensione

Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio: la trama del libro di Remo Rapino

Seduto al tavolo di marmo in cucina, con la Bic nera in mano, Bonfiglio Liborio, considerato da tutti quello che nel suo dialetto viene definito un “cocciamatte”, vale a dire un pazzo, racconta la sua vita, piena di segni neri, e cioè di sventure, sofferenze, disgrazie. Liborio ci riporta un arco temporale che va dal 1926 fino al 2010, dall’infanzia fino alla sua dipartita. E lo fa con la Storia che scorre alle sue spalle, dalla fine della Seconda guerra mondiale, passando per l’Italia del boom economico; da comunista quale lui è –  provando dispiacere per la morte di Togliatti –  vivendo anche l’Italia delle stragi e del terrorismo, fino al 2010 che è, secondo il titolo di uno degli ultimi capitoli del libro, “l’anno che si prepara a entrare in scena la morte di Bonfiglio Liborio”.

La narrazione si apre e si chiude nel luogo in cui Liborio è nato: in un piccolo paese del Sud, non meglio identificato. Bonfiglio Liborio cresce con la madre e il nonno, finché entrambi non muoiono. Nonostante ami la scuola, è costretto a interrompere le elementari per lavorare, come spesso accadeva in quegli anni. Eppure, non si separa mai da Cuore, il suo libro preferito, regalatogli dal maestro Cianfarra Romeo, che “veniva da lontano, un paesone dell’Italia di sopra”. E un giorno Liborio parte proprio per quell’Italia di sopra alla ricerca di un lavoro e di una vita migliore, un luogo dove possa finalmente trovare un suo posto nella società ed essere accettato. Fa l’operaio a Milano e poi a Bologna, viene ricoverato in manicomio, per poi ritornare al suo paese natìo dov’è considerato un pazzo da cui stare alla larga.

L’invito all’accettazione della diversità, quale messaggio sotteso al romanzo

La vita e la testimonianza tanto struggente e suggestiva di Bonfiglio Liborio è la storiografia di un personaggio ai margini che osserva la società, tentando di entrarvi. È uno che non si arrende e, nella sua lotta, finisce per dare voce anche a tutti quelli che una voce non ce l’hanno. Diviene in tal senso un eroe fuorimargine. Nonostante partecipi alla Storia, sia iscritto al sindacato, combatta con passione insieme agli altri, è comunque destinato al fallimento. È solo nel manicomio che Liborio ritrova un suo equilibrio, la pace dalla lotta per l’accettazione. Il motivo risiede con ogni probabilità nel fatto che il manicomio è il luogo che ospita la diversità e che si apre alla comprensione. Eppure, uscirne per tornare al mondo cosiddetto normale diviene a un certo punto necessario, è l’occasione per rinascere, per ritrovarsi e appartenersi.

Quello di Liborio è il racconto di un Novecento fotografato dal basso, con gli occhi di un ignorante, di uno che a scuola c’è andato poco, che non sa parlare l’italiano, che non ha la penna. Per dirla con le parole di Maria Ida Gaeta, che ha proposto il romanzo per l’edizione 2020 del Premio Strega, questo è un libro che “sta dalla parte dei matti, degli idioti, fuori dai margini, dove spesso sta la letteratura o comunque dove la letteratura sa stare”.

La lingua: una parlata sporca

L’intera narrazione avviene in prima persona con una parlata sporca, gergale, del Sud Italia, senza che vi sia una precisa collocazione geografica. È una lingua che ricorda il dialetto abruzzese in cui confluiscono termini e intercalari di altre regioni del Meridione. È un linguaggio che si modula su quello parlato, con interruzioni ed elementi tali da non far mai venire meno la tensione narrativa. Anzi a voler osare, si potrebbe dire che la lingua è il vero motore di tutta la narrazione, giacché senza, non si avrebbe un’immagine così nitida e struggente di Bonfiglio Liborio.

a cura di Valeria Zangaro

 

Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio di Remo Rapino edito da minimum fax è candidato al Premio Strega 2020.

Valeria Zangaro

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