Perché rileggere oggi “Cent’anni di solitudine” vuol dire correre il rischio di comprendere davvero il senso della nostra vita

 Perché rileggere oggi “Cent’anni di solitudine” vuol dire correre il rischio di comprendere davvero il senso della nostra vita

È uscita da poco sulla piattaforma di Netflix la l’ultima puntata della serie tv Cent’anni di solitudine, capolavoro senza tempo di Gabriel García Márquez. Per quest’occasione, lo abbiamo riletto per voi e ci siamo resi conto di una cosa. Pubblicata nel 1967, con quest’opera il premio Nobel per la letteratura ha consegnato al mondo un mito moderno, in cui l’immaginaria Macondo è il centro di gravità del suo caratteristico realismo magico.

Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez: la trama del libro

Cent’anni di solitudine è indissolubilmente legato a due nomi: il Macondo attorno al quale tutto ruota e quello dei Buendía, fondatori del villaggio e assoluti protagonisti della sua epopea. Il romanzo ripercorre le sette generazioni dell’infinita famiglia Buendía a Macondo, villaggio fondato da José Arcadio insieme alla moglie Úrsula Iguarán. La storia si sviluppa in un ciclo continuo dove nomi (José, Arcadio, Aureliano e varie combinazioni di questi tre) e destini si ripetono: si susseguono guerre civili, passioni devastanti, amori brucianti e invenzioni in bilico tra il prodigioso e l’incombere dell’inesorabile progresso. Uomini, donne, bambini e anziani: a Macondo – nata al di là della palude – si vivono le stesse fasi della vita di una popolazione. Dalla fondazione sgangherata ma convinta fino all’epoca d’oro, passando per l’inevitabile violenza della storia politica ed economica latina, per scivolare infine in una decadenza che culmina nel compimento di un’antica profezia, la sua totale scomparsa.

Macondo per sempre

Rileggere Cent’anni di solitudine nel 2026, tra i trenta e i quaranta, significa – almeno per il sottoscritto – tornare a Macondo per scoprire nuovi scorci e dare un senso diverso, magari nuovo, a ciò che si credeva di aver già conosciuto e visto la prima volta. All’incanto dell’intreccio, dato anche da un albero genealogico infinito e contorto, con la lettura di qualche anno fa, avevo in un certo senso affiancato un atteggiamento di dubbio per il realismo magico. Farfalle, petali, ascensioni in cielo: tutto talmente troppo impossibile da poter essere tollerato per chi, appena fatta la maturità, sta cercando ancora un proprio posto fisico nel mondo. Anche se, provenendo da una famiglia con radici affondate in una coloratissima isola della laguna veneta (la Macondo italiana?), certe storie di bambini animali, benché mai capite, le ho sempre sentite. Affrontarlo alla soglia dei quarant’anni, con tutte le esperienze fatte negli ultimi vent’anni, trasforma invece il romanzo in un’esperienza del tutto nuova, quasi personale. Volente o nolente, si inizia pian piano a conoscere davvero il peso del tempo che passa, la lentezza con cui certe dinamiche familiari si ripetono e la dolorosa certezza che la vita proceda per cicli. È la maturità a far comprendere appieno la tragedia di Úrsula, il senso delle guerre smarrite del colonnello Aureliano o la malinconia dei ricordi che sfumano. Vale la pena riprenderlo in mano da adulti perché adesso si ha in mano uno specchio della propria esistenza che ti invita a fare i conti con i propri corsi e ricorsi storici, prima che il tempo renda tutto ciò impossibile.

Ma non basta: nonostante la forte ambientazione storica, il capolavoro di Gabriel García Márquez parla con incredibile precisione ai tempi nostri. La solitudine, che nei cent’anni del titolo sembra essere una caratteristica imprescindibile di tutti i Buendía, riflette anche l’incapacità di comunicare autenticamente, quella tanto agognata e giustamente anelata educazione affettiva ed emozionale. Anche noi, secoli dopo Macondo, siamo immersi in reti infinite di contatti, tutti superficiali e poco profondi. Allo stesso modo, il tema della memoria e della verità manipolata – l’episodio del massacro dei lavoratori delle banane, cancellato dalla memoria ufficiale – sembra direttamente ispirato a una delle tante riscritture della storia che si sentono ultimamente.

Il realismo magico come forza trainante

La straordinaria voce narrante di Márquez di Cent’anni di solitudine è la vera forza del romanzo. Raccontare eventi straordinari con totale impassibilità ha la stessa disarmante quotidianità dei racconti delle nostre nonne, abituate a tutto ciò al punto da considerarlo normale, reale per l’appunto. Infine, ma a ben pensarci anche «innanzitutto» la circolarità che la scrittura di Marquez, fatta di prolessi, analessi e un gioco infinito di anticipazioni e ritorni al passato, annulla il tempo cronologico per consegnare i Buendía e Macondo a un’atmosfera eterna. Per ricordarci che, senza la consapevolezza del passato, siamo condannati a ripercorrere sempre gli stessi errori e le stesse illusioni. Anzi, quasi certamente lo faremo, proprio come a Macondo.

A cura di Milo Salso

Milo Salso

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