Ci sono molti modi di morire: «Nodo» è il racconto di Maria Sole
Illustrazione di Dario Licata
Con il dito indice, Uri preme sulla palla. Sta proprio all’altezza della tiroide, dura, ben incistata nel tessuto muscolare, appena visibile sotto la pelle; non l’avrebbe notata nemmeno lui se non avesse piegato il collo come un cazzo di piccione in attesa di una mollica di pane. Ha fatto nello specchio la stessa faccia che ha adesso, una faccia da coglione. Si tocca la fronte col dorso della mano, è umidiccio, anche se il sudore bagna la maglietta, i denti gli battono dal freddo.
«Smettila di cazzeggiare» dice Nina entrando nella stanza. Si è fatta le trecce, le stanno bene, anche se mettono in mostra il suo orrendo naso. Ha quest’abitudine di masticare le chewing gum nella maniera più rumorosa possibile, e quando si annoia spinge la gomma fuori con la lingua, ma non sa fare i palloncini, quindi sembra solo ritardata.
«Stai bene?» chiede, e la sua testa squadrata fa capolino nello specchio.
«In questo bagno c’è puzza di merda e sangue» dice lui.
«Perché ci sono sangue e merda.»
«Pensa se mi prendo l’Aids.»
«Guarda che ormai si cura, è come un raffreddore» Nina fa quella cosa con la gomma, e gli arriva addosso il suo alito alla fragola. «Andiamo, ci buttano fuori se facciamo tardi.»
Uri s’immagina quella palla sotto la pelle che cresce fino a uscirgli fuori dal collo. S’immagina come sarebbe se avesse un’altra testa, una gemella siamese, potrebbe farsi prendere da un circo, e così avrebbe risolto il problema del lavoro.
«Ci sei?» Nina gli pizzica il braccio, c’è così poca carne che deve tirare un bel po’ prima di trovarne abbastanza da fargli male.
«Ma le gemelle siamesi come scopano?» chiede.
Secondo Nina è per questo che gli fanno sempre il culo, dice che se pensasse un po’ meno alle stronzate forse farebbe anche qualche soldo. Ma lui non combatte per la gloria, che poi la gloria sarebbe un pugno di sangue e calcinacci sulla lingua; e nemmeno per i soldi, che ora sembra che tutto il mondo ruoti attorno ai soldi, ma per Uri non è mai stata una questione di soldi, per Uri tutto ruota attorno al suo corpo e ora a quel bubbone spuntato sul collo, turgido e minaccioso. E prima ancora c’era stata una sfera bianca nella gola, che lo guardava dal fondo della bocca come un occhio; e poi una febbre che non passava mai, e la sensazione di stare sul fondo di un lago limaccioso, di affogare poco a poco nel suo respiro caldo, nel sudore cattivo.
Per questo fa gli incontri, per farsi male e farsi aggiustare. Gli piace che i medici gli vengano intorno, colombelle bianche, e che gli infermieri prima di un prelievo sorridano alla sua faccia mortifera. Gli piace soffrire, stringere denti, spingere unghia nella carne, piangere, e poi stare bene tutto in una volta.
Mentre si palpa con due dita la palluzza, quasi quasi gli viene voglia di andare subito all’ospedale e farsi palpare da qualche colombella. Tira fuori un broncio bimbesco, e Nina sbuffa forte attraverso l’anello che ha appeso al naso.
«Non rompere i coglioni, che non ti ha costretto nessuno.»
Uri mastica saliva come fosse minestra, gli ha riempito le guance e la lingua, è colpa del paradenti e dell’adrenalina che gli mozzica lo stomaco. Non dura più di tre minuti. Nina lo trascina a bordo ring, una linea pasticciata col gesso, e lui volge la faccia contenta alla luce giallastra. Nina gli rovescia l’acqua e la pelle si stira, si rilassa, spalanca tutti i pori per accogliere la carezza buona e fresca.
«Che cazzo» Uri.
«Hai scommesso su di me?» chiede sputando il paradenti nella mano.
«Non scommetto mai su di te.»
Piano piano la vista si oscura, è l’occhio pieno di sangue. Si ritrova steso sui sedili posteriori dell’Opel scassata di Nina che a ogni buca trema tutta la lamiera. Le luci fuori dai finestrini gli ricordano il Natale, e le luminarie, e la sua testa di bambino che non conosce preoccupazione.
«Sto morendo» mormora, e sputa in terra un grumo di sangue e saliva.
All’ospedale gli assegnano un codice bianco e chiede a Nina una sigaretta per ammazzare l’attesa.
«Non ti fa paura il cancro ai polmoni? Guarda che la gente ci muore, e pure male. Mio zio ha avuto il cancro ai polmoni, è morto dopo sei mesi, pareva che stava annegando, ti giuro, una cosa bruttissima, aveva tutta la faccia rossa, pure dentro agli occhi e con le dita si raschiava il petto. La chiamano fame d’aria o qualcosa di simile. Vuoi morire così?»
Uri alza le spalle, a lui di morire non fotte niente, tanto se c’è un momento in cui non si rimane soli è quando si muore.
Il pronto soccorso a quell’ora è pieno di barboni e vecchi, gente sola che non sa dove andare se gli prende la paura del vuoto. Uri si rosicchia le unghie mentre aspetta, fuma e mastica unghia, gli è scesa un po’ la temperatura, la voglia di ridere e di scopare, ora è di nuovo spaventato, trema come una cazzo di fogliolina sbattuta dal vento, sente che si staccherà dal ramo. Avrebbe voglia di stringersi a Nina e piangere con la testa ossigenata infilata nel suo petto.
Quando un’infermiera gli annoda il laccio attorno al braccio per il prelievo, singhiozza come un vitellino, una cosa pietosa, Nina si copre gli occhi. Il moccio gli cola sulle labbra, gli attappa il naso, l’acqua gli riempie i polmoni e s’immagina lo zio di Nina che annega sul suo letto, come una seppietta o una medusa arenata sulla battigia. Uri pensa a quante malattie possono agitarsi nel suo sangue, pensa all’Hiv, all’epatite, alla mononucleosi, alla toxoplasmosi, e il panico dal petto gli scende in pancia. Resta piegato su un cesso lercio tanto che alla fine gli fa male il buco del culo e sulla faccia ha una patina di sudore freddo che brilla nella luce annacquata della sala d’attesa.
Non ha niente di rotto. Un ematoma bello ciccione sull’occhio, dove la vista di tanto in tanto si appanna, e una piccola contusione a tre dita della mano destra. Ma c’è la palluzza. Un dottore gliel’ha tastata distrattamente e l’ha chiamata nodulo, ha detto che non gli piace e vuole fargli un’ecografia. «Uri chiede, già stanotte?»
«Domani» e il dottore gli sbatte sul petto tutto ossa un biglietto con un orario e un nome.
Quando esce dal pronto soccorso sono le cinque del mattino, Nina dorme in macchina e la gomma le è cascata sul colletto della felpa. Uri bussa con due nocche al vetro e Nina rimbalza. Si rimette in bocca la gomma e mastica con vigore. «Allora è tutto ok?»
«Mi vuole rivedere domani per questo nodulo» dice Uri impastando con la mano la pelle del collo. Gli piace come suona, gli piace lo spavento che gli lascia sulla lingua, come quando da bambini si pronuncia una parolaccia a voce troppo alta.
Nina, che stava per girare la chiave, si ferma, e senza guardarlo chiede se è una cosa brutta.
«E che ne so,» dice lui in una scrollata di spalle che gli fa sbattere le ossa, «domani si vede.»
«Ma non sei preoccupato, tu che hai paura pure del raffreddore?»
Uri insegue nello specchietto il nodulo, la seconda testa, il gemello siamese, il tumore. È terrorizzato. Ma pensa anche alle mani dei medici, agli esami del sangue, agli aghi infilati dappertutto, alle bocche delle macchine in cui lo infileranno per scovare ogni piega o stortura del suo organismo.
«Oh, non mi fare spaventare» dice Nina, e gli dà un colpo con la mano anellata. L’odore di fragola che esce dalla sua bocca gli muove un nuovo pianto.
«Ma se mi ammalo,» biascica Uri, «se mi ammalo…»
«Che ti ammali,» dice Nina, «che sei marcio, non ti puoi ammalare marcio come sei.» S’asciuga sui jeans le mani sudaticce, scuote la testa e i suoi grossi orecchini a cerchio tintinnano contro la mandibola.
Uri allora si raggomitola contro il sedile e piega un poco la testa verso di lei, cauto, come le bestioline che non sanno se aspettarsi un morso o una carezza. Tutto quel male può colmare il vuoto, e un poco di bene basta a dargli sollievo dal male. Mentre Nina gli passa la mano fra i capelli ispidi e il cuore batte proprio lì, dove c’è il nodulo, gli fa venire voglia di morire solo per resuscitare.
Maria Sole

