Un futuro distopico e un caldo anomalo, capace di mutare le persone: «L’uomo a quattro zampe» è il racconto di Alissa Iori

 Un futuro distopico e un caldo anomalo, capace di mutare le persone: «L’uomo a quattro zampe» è il racconto di Alissa Iori

Quando si svegliò, la bocca era più impastata del solito e le tempie gli pulsavano. Il sole era già alto, a giudicare dalla luce che proveniva dall’oblò della roulotte. Sollevò il corpo robusto dalla branda e diede un’occhiata al vecchio termometro a mercurio sulla parete. Cinquanta gradi. Sbatté lentamente le palpebre gonfie e fece schioccare la lingua sul palato secco. Cinque gradi in più di ieri, pensò fra sé, e uscì dalla roulotte, ancora in mutande e maglietta. La sabbia chiara bruciava sotto i suoi piedi callosi; si era dimenticato le infradito. Poco male, tanto a quel caldo ci era abituato ormai da tempo, vent’anni e due settimane, per la precisione.

Entrò nel chiosco alto e bitorzoluto a fianco alla roulotte, col passo svogliato, trascinando la faccia verso il lavandino dietro al bancone. Come al solito, l’acqua uscì a singhiozzi, un’acqua gialla e rugginosa. Raymond sciacquò il viso consumato dal sole, si passò l’acqua giallastra pure sulla testa semi rasata. Accese le luci al neon dell’insegna. La lettera «R» di «bar» era tenuta insieme da un doppio nodo di stoffa.

Sistemò qualche sgabello sulla sabbia, davanti al bancone, poi osservò il suo bar, dal basso verso l’alto, da destra a sinistra, lo fece con la sigaretta in bocca, la mezza sigaretta della sera prima. A giudicare dal rumore dei barili sul tetto, doveva andare in città a fare rifornimento d’acqua. E poi c’era quella maledetta «R» che andava sostituita; come andava sostituito tutto lo stabile, un’accozzaglia di lamiere arrugginite e pezzi di recupero. Era o no uno dei pochi baristi rimasti nel raggio di tutti i fottuti Stati Uniti? Certo, e allora l’indomani sarebbe andato a sistemare almeno una di quelle cose, altrimenti si sarebbe ritrovato senza soldi nel giro di poco tempo; e lui a scavare pozzi in mezzo al deserto per le aziende acquifere, a quattro dollari l’ora, non ci sarebbe mai finito.

Buttò la sigaretta per terra e andò nella roulotte per mettersi dei pantaloni. Il vecchio orologio a muro segnava le tre e mezzo. I primi clienti, operai di pozzi acquiferi, sarebbero arrivati a momenti. Il primo che si presentò davanti al bancone fu proprio uno di loro, operaio in un pozzo lì vicino. «Hey Ray, dammi il solito per favore.» Così Raymond tirò fuori dal frigorifero il Martini già pronto nel bicchiere ghiacciato e glielo porse. Poi arrivarono gli altri operai che lavoravano nei dintorni. Raymond li conosceva tutti; una volta facevano lavori normali come il fattorino, l’insegnante, il macellaio, il sarto. Tutto questo prima che le aziende acquifere dominassero l’economia con la desertificazione. Ora erano tutti vestiti uguali, sporchi, le facce stanche e le risate omologate.

Dopo qualche ora, Raymond stava ripulendo dei bicchieri usati quando intravide una donna a pochi metri dal chiosco, visibilmente sconvolta e sporca, in compagnia di un uomo che le gattonava a fianco scompostamente. Non appena la donna si avvicinò al bancone, Raymond ringhiò: «Non servo da bere agli animali, signora». E le indicò un cartello appeso sulla parete esterna del bar che recitava «No Animali», con la figura di un uomo stilizzato messo a carponi. La donna abbassò lo sguardo. I lunghi capelli neri come fili unti separati dalla sporcizia; poi si sporse verso Raymond e disse: «Sono ore che camminiamo in mezzo al deserto, la prego, ci dia dell’acqua…» e, scuotendo la testa in direzione dell’uomo a carponi, aggiunse «mio fratello sta molto male, gli è venuta quella cosa sa… oh è orrendo… mi ascolti, la prego!» La donna aggrappò le proprie mani a quelle di Raymond, ma lui le respinse con forza.

«La vede questa?» chiese lui, puntando il grosso dito su una lunga cicatrice cheloide che partiva dalla base del collo e finiva vicino al lobo dell’orecchio. «Questa me l’hanno fatta quelli come suo fratello o chi diavolo sia! Quei maledetti animali!» I suoi occhi, come piccole e profonde fessure, fissarono la donna, per poi spostarsi sul fratello di lei. L’uomo a quattro zampe aveva addosso una maglietta e un paio di pantaloni logori, gli occhi verdi roteavano insieme alla testa.

«La prego, so che può sembrare strano, ma mio fratello non farebbe del male a una mosca… la prego mi ascolti! Ci dia da bere!»

Raymond guardò la donna negli occhi. Erano verdi come quelli del fratello ma di un verde feroce, in cui il senno brillava ancora. Lei si mise a piangere e prese a implorarlo. Gli operai alzarono gli occhi dai loro bicchieri e smisero di chiacchierare, osservando la scena come annoiati dall’ennesimo isterismo da calura.

Raymond si guardò intorno e puntò il dito contro la donna. «Senta lei, non mi faccia chiamare le autorità! Non gli sono molto simpatico e la cosa è reciproca. Quindi se ne vada, lei e il suo animale!»

La donna si rannicchiò vicino al fratello, lo abbracciò, accarezzandogli i capelli neri. Lui fissava il vuoto, coi suoi occhi verde vacuo. Posò il mento sulla testa del fratello e, guardando la vecchia Chevrolet decapottabile di Raymond, con la vernice tutta scrostata, fece un largo sorriso disperato. Poi a un tratto si rialzò di scatto e scostò le lacrime dal viso col dorso della mano; gli occhi le si erano illuminati. «Ma lei… lei ha una macchina! Potrebbe accompagnarci in città… ma certo…ho una zia in città!» gli occhi le fremevano come foglie scosse dal vento.

«Lei è pazza se pensa che…»

«La prego!» lo interruppe lei, «Poi la lasceremo in pace, glielo giuro.»

La disperata fermezza negli occhi di quella donna fece vacillare le convinzioni di Raymond. Non era pena, lui non provava pena per nessuno, men che meno per gli uomini-bestie, come il fratello di lei, a cui il caldo aveva fottuto il cervello. No, forse era ammirazione. Ormai era arrivato il tramonto; avrebbe potuto chiudere prima il bar e partire per la città quella sera, anziché l’indomani.

«E va bene, tanto devo andare in città per delle commissioni. Ma la avverto» disse indicando l’uomo a quattro zampe, «quella bestia la imbavaglio, non mi fido.»

La donna si lanciò sul fratello, spettinandogli i capelli. «Ma certo, certo che lo imbavagliamo questo tesoro!» Poi si alzò e mise le braccia attorno al collo di Raymond, ringraziandolo tra le lacrime.

«Va bene, va bene…» bofonchiò staccandosi da lei, «datemi un momento.» Dopodiché cominciò a chiudere il chiosco e a mandare via la mandria di clienti, che si allontanò belando. Caricò i barili d’acqua nel portabagagli della Chevrolet, imbavagliò la bocca dell’uomo a quattro zampe e lo fece montare sui sedili posteriori della macchina, legandogli una corda intorno ai polsi e alle caviglie. La donna si accomodò accanto a Raymond dalla parte del passeggero. «Non le ho neanche chiesto come si chiama» gli disse la donna.

Lui mise in moto l’auto, che rispose con uno sferragliare di marmitta. Dopo aver percorso qualche metro, si girò verso di lei, poi guardò dritto verso la strada e rispose: «Raymond, mi chiamo Raymond».

«Non ci posso credere! Anche mio fratello si chiama Raymond, vero tesoro?» e si voltò sorridendo all’uomo-bestia. Raymond lo guardò dallo specchietto retrovisore. Legato e mezzo sdraiato, se ne stava con la testa poggiata per metà sul bordo della portiera. I suoi occhi spenti traballavano a ritmo delle sospensioni.

 

Alissa Iori

Blam

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2 Comments

  • brava Alessia!!!!

  • Ho avuto la cattiva idea di cercare immagini di “cicatrice cheloide”!

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