Elio e le storie tese, un concerto e un colpo di fulmine impossibili da dimenticare: «La vuoi sentire una nuova?» è il racconto di Ivan Pelizzari
Illustrazione di Danila Riccio
I tendini perdono cordatura quel tanto che basta per rovesciare il caffè sui pantaloni. Claudio resta impassibile, anzi, il motivo per cui è successo lo fa sembrare un pegno necessario, non basterebbero cento caffè su altrettanti pantaloni freschi di bucato per ripagare un avvenimento di tale portata. Lei è lì, a un tavolo di distanza, senza dubbio è Lei anche se non è invecchiata di un minuto. Nel corso degli anni l’ha intravista diverse volte, o almeno così gli è sembrato, tra gli scalmanati ai concerti della stessa band che li ha fatti incontrare quattro decenni prima. Da allora molte Nubi di ieri sul nostro domani odierno hanno strutturato la vita in tappe: 6.30 suona la sveglia, 8.30 si apre il negozio, 12.30 schiscetta e caffè, 20.00 si chiude il negozio, ripetere senza soluzione di continuità, tranne quel giorno. Claudio ha ricostruito centinaia di volte quella serata, quando la vide per la prima volta, tra ricordi veri, falsi e in prestito nella certezza di una sensazione liminare, il concerto di Elio e le Storie Tese del 25 settembre 1987 a Borgomanero è stata l’ultima epifania a prologo di una vita tradita da ogni aspettativa.
La Panda di Sergio parte alle venti: «Che tanto ci va mezz’ora» ripete con il suo tono da cumenda squattrinato. Al suo fianco, Paolone specula con finezza di musica: «Questi sono da sturbo, gente che suona con i coglioni».
«A me sembrano solo l’ennesimo gruppo demenziale tipo Skiantos o Squallor.»
«Cazzo dici Se’, li soppiantano ti dico, li ho già visti un paio di volte a Milano e spaccano.»
«A te piacciono tutte le cose nuove.»
«Li ho visti da Lupo Solitario, mi hanno fatto sbiellare.»
«Se lo dice il dottorino in Lettere, stiamo a posto!» Ogni occasione è buona per sfottere la mia laurea mentre loro si spaccano la schiena dai tempi delle medie. Sergio azzecca le tempistiche di arrivo ma non calcola la cosa più importante, il parcheggio.
«Tra dieci minuti inizia il concerto e noi siamo qua a farci le seghe in macchina!»
«Dovevamo partire prima.»
«Spacca coglioni! Senza di voi ci metto due minuti a trovarne uno, scendete!»
Io e Paolone raggiungiamo piazza Martiri, che nel mentre si è fatta formicaio, e veniamo abbagliati dalla imponderabile percentuale di sesso femminile.
«Stasera si scopa.»
«Eddai Paolone…»
«Ma eddai cosa? Se tu vuoi stare lì a sbaciucchiarti la manina fai pure, io voglio finalizzare.»
«Ma cosa finalizzi?, la panza ti copre pure le ginocchia.» Sergio si manifesta come un vigile urbano.
«Già trovato!?»
«Senza voi che rompete le palle…» il riff di chitarra di No, Gianni, no, parodia di Johnny B. Goode, fa esplodere la piazza e annuncia il pezzo d’apertura. Nessuno conosce le parole ma cantiamo tutti ed è a quel punto che la noto, un paio di file più avanti, vibrata dalle corde di Faso e Cesareo e illuminata dai giochi di Elio e Rocco. Mi innamoro all’istante, anche se non lo capisco subito e mi limito a convivere con l’immagine di quella ragazza lungo il fiume del concerto.
Siam d’accordo pressoché su tutto ma talvolta divergiamo
Per esempio sulle parolacce ognun dice quella che gli va
Paolone staffila parolacce in ordine di becerismo, cui facciamo coro io e Sergio, anche se la mia attenzione è tutta rivolta a due elementi, due fili che diventano un nodo da sciogliere. Lei sembra da sola ma con il marasma non posso esserne sicuro, decido di approcciarmi con cautela, un passo a ogni canzone. Nel mentre la osservo con la finta distrazione con cui si guardano i porno in edicola, non ci sarebbe nulla di male ma non voglio che gli altri due se ne accorgano e inizino con le loro imbeccate sullo scopare.
Vivi, vivi Rocco!
Vivi, vivi Rocco!
Metà del pubblico se ne sbatte e canta l’originale We will rock you mentre si inanella una serie di gag non tra le migliori, a Sergio torna la puzza sotto al naso mentre l’inossidabile Paolone non solo segue le parole con fedeltà ma, girato verso di me con ghigno marpione, esonda: «Ho visto figa all’orizzonte, mi incammino!» nulla di male non fosse che imbocca la direzione sbagliata, quella di Lei. Il cuore perde battiti mentre il mio corpo paralizzato lo osserva andarsene, un omone grosso e allupato come quello sulla copertina di Il ritorno del mostro di Dylan Dog. Il sudore si congela, la pressione crolla, la sento, 47…
la morte viene, silenziosa come un’alce,
dai vivi ci separa con il taglio di una falce
Come il fulmine imprigionato dai mefistofelici macchinari di Viktor von Frankenstein, la canzone di Elio, non Vivi Rocco ma Urna, dirompe sul mio cadavere e lo strappa dal velo. Sono un coglione. Conosco Paolone da sempre e mi ha rubato un sacco di cose: merende, fumetti, figurine ma di certo mai una ragazza e questo perché abbiamo gusti agli antipodi. Eccolo là, infatti, con una biondona platinata della sua stessa stazza che non avevo nemmeno notato. Il mio cervello si riconnette per andare contro quel secondo filo del mio nodo. Lei resta il centro dei miei pensieri, ovvio, poi c’è la musica, anzi, le parole. Fresco di quella supponenza che solo una laurea in Lettere può darti, il mio orecchio analizza ed elabora ogni frase nel tentativo di trovare la cialtroneria, l’errore passato a licenza o quell’ignoranza spesso, e senza ragione, associata alla demenzialità. Nulla, i quattro matti che saltano sul palco sono puro e semplice genio e Urna, con tutte le sue rielaborazioni alte e basse, è una garanzia al limone. Procedo verso di Lei, quasi intimidito dalla sua figura fluida e meravigliosa che sembro notare solo io, mentre Sergio, rinvigorito dalla musica, mi prende sottobraccio, canta e balla.
Voglio un silos, sì lo voglio un silos
per riporvi i frutti del mio corpo
Mi slancio in salti sfrenati con uno dei miei migliori amici sulle note di un pezzo che elenca tutte le secrezioni umane, impossibile non cantarlo, impossibile non essere felici. Lei come noi ma più sinuosa, più bella da vedere rispetto ai nostri movimenti da caproni accalorati, mi attira come Indiana Jones verso l’idolo d’oro e come l’esploratore anch’io aspetto il momento propizio che arriva sotto forma di annuncio. Al termine di Silos, Rocco Tanica, incalzato dai vigili, chiede di spostare un’automobile in sosta vietata, la Panda di Sergio.
«Ma dove l’hai messa!?»
«Non pensavo ci vivessero.»
«Cosa?»
Scompare dietro la cortina di gente e mi ritrovo da solo, dopo che anche Paolone e la tipa si sono infrattati chissà dove. Non sono mai stato tanto agitato di fronte a una ragazza come in quell’occasione ma, forte della mia analogia con Harrison Ford, carpe diem, mi avvicino ed entro in quel raggio che delimita il suo spazio personale.
Eravamo fidanzati poi mi hai lasciato
Entro in quegli occhi profondi come note di una melodia.
Noooooooooooooooooooooooooooon è vero
Mi accordo in lei, fluida come tastiera di pianoforte.
Ciononostante…
Qualcosa che nulla ha di umano se non di più.
Cara ti amo
Siamo una cosa sola.
Il caffè sui pantaloni si raffredda come i ricordi. Quel che accadde dopo la sesta canzone del concerto è frammentario e impossibile da ricostruire. Paolone e Sergio tornano durante il bis, il primo con il racconto di una scopata, definita epica, sul retro di una Tipo, il secondo senza svelare il luogo del parcheggio fraudolento. Lei sembra essere un fantasma, nessuno l’ha notata e le mie descrizioni non riescono a essere che sommarie.
«Scusi?» Claudio chiama la cameriera.
«La signora che era seduta al tavolino davanti al mio è una cliente fissa?»
«Quale signora?»
«Era lì fino a un attimo fa.»
«Mi spiace, non ho visto nessuno.»
Un nodo intrecciato con due fili, Lei e le parole, anzi, la musica. Solo ora questo paradigma sembra fragile come un racconto di Mio cuggino, sotto la luce di una domanda nuova: e se il filo fosse sempre stato uno solo?
«Posso aiutarla?»
«Ma sa che qui,» Claudio ride scaldato da quella seconda, sconvolgente epifania, «qui l’atmosfera sa di Pippero?»
Ivan Pelizzari

