Cosa succede quando il poeta scompare? «La scomparsa» è il racconto di Angelo Tolomeo
Illustrazione di Francesca Paola Turco
Nel gennaio del 2002 arrivò in redazione la notizia che il poeta Toti Foti era scomparso. Il caporedattore mi chiamò nel suo ufficio dicendomi che sarei sceso nell’Aspromonte, a seguirne le ricerche. Dispiegò una vecchia mappa del Touring e cerchiò in rosso il luogo natio del poeta, me la consegnò piegata alla bell’e meglio assieme una vecchia copia di una silloge poetica e a una fototessera del poeta. Lo stesso giorno, qualche ora più tardi, mi aggiravo spaesato nei vicoli della città vecchia. Tra le mani il libro con le pagine ingiallite dalle quali leggevo qualche verso sparso. Più tardi, all’imbrunire, quando era rinfrescato e i vecchi si erano fatti vivi, mi raggiunse un ragazzino: mi disse che all’osteria mi stavano aspettando. Avevano saputo del mio arrivo e volevano conoscermi. Mi accompagnò avendo cura di camminare qualche passo avanti, sincerandosi più volte che lo stessi seguendo: mi guardava e annuiva socchiudendo gli occhi per un solo frangente. Si fermò sull’uscio e mi invitò a entrare.
Fui investito da un odore intenso di vino. Nella penombra, intravidi agitarsi delle figure intorno a dei tavoli distanti. Qualcuno chiamò il mio nome e mi avvicinai. Man mano che gli occhi si abituavano all’oscurità mi accorsi di quanto fosse enorme il locale. Sembrava un vecchio hangar nel quale avevano installato uno di quei banconi zincati anni Settanta. Alla mescita del vino, un omone con la faccia che sembrava una pesca troppo matura. Gli fecero un cenno con la testa e l’omone si presentò al tavolo con un litro di rosso e un bicchiere.
«Bevete con noi» disse un tale mostrando col palmo della mano una sedia vuota.
Diedi un sorso e sentii l’aspro che mi scese in gola. Mi guardavano torvi e sembravano sempre sul punto di dirmi qualcosa ma continuavano a tacere.
Chiesi allora di Foti, se lo conoscessero e mostrai loro la foto. Un tizio l’afferrò e la fece girare tra i suoi compari che annuirono e me la restituirono. Il tizio che per primo aveva visto la foto fece un cenno al ragazzino che ora sedeva due tavoli più in là, intento a mangiare un gelato, e gli disse di portarci Foti. Ero incredulo e non capivo. Nell’attesa mandai giù altri due bicchieri di vino e rimasi in silenzio, come gli altri del resto. Mi sorprese non essermi accorto prima di un paio di ragazzi intenti a giocare a biliardo nel retro.
Dopo qualche minuto il ragazzino ritornò trafelato e annunciò che Toti Foti sarebbe arrivato a momenti. Nell’attesa fissavo la tenda di perline di plastica che ornava l’uscio. Poco dopo entrò un vecchio pastore, col passo incerto e lo sguardo vuoto, che si piantò all’ingresso. Il ragazzino indicò il nostro tavolo e il tizio si avvicinò. Mi accorsi immediatamente che non si trattava del mio uomo ma di un omonimo. Il tizio aprì un quadernetto unto che si era portato appresso e lesse alcuni versi, anzi li declamò, con voce impostata e fiera come rivolgendosi a un grande uditorio. La voce vibrava con un breve eco nella sala immensa. Anche i ragazzi del biliardo si erano fermati e lo ascoltavano con attenzione. Quando finì di leggere protese la mano e chiese due spicci per il vino. Offrii un giro a tutto il locale e di questo furono tutti contenti. «Il poeta, il poeta» urlava il ragazzino. Foti mi scrutava, forse con l’intento di dissipare il mio evidente scetticismo. Gli dissi che non era il Foti che stavo cercando e lui aggrottò le sopracciglia. Gli spiegai, anzi spiegai a tutti che il poeta che stavo cercando era scomparso da un paio di giorni e che non somigliava per nulla all’uomo che avevo davanti. Mostrai ancora la foto, la feci girare tra i presenti.
Uno dei tizi del biliardo tolse fuori il coltello dalla tasca e mi disse che non avrei dovuto mancare di rispetto a un poeta. La faccia minacciosa, i muscoli del collo tesi, la lama puntata contro di me. Mi guardai intorno: si erano alzati tutti. Anche l’oste aveva fatto qualche passo avanti e ora si trovava al centro dell’hangar con le braccia a mezz’aria (come se si trattasse di un duello da Far West). Intervenne quello che sembrava il capobranco, sedò gli animi e mi invitò a uscire. Il Foti, stranamente eccitato da quel trambusto, aveva scorso il quadernetto e aveva letto un epigramma: ogni giorno è per il ladro ma uno è per il padrone*. Inutile dire che il destinatario di quell’ingiuria ero io.
L’ultimo commento che sentii dalla voce esitante dell’oste fu questo: «Perdonatelo, mastro Toti, a poesia sa mangiaru i cani».
Sgomento, scesi in strada e mi allontanai in breve dall’osteria, senza voltarmi, almeno fin quando non fui a una distanza ragionevole. Non capivo in che modo avessi potuto offenderli e soprattutto perché avessero deciso di giocarmi quel brutto tiro. Mi feci l’idea che quella marmaglia avesse a che fare con la scomparsa di Foti.
A quell’ora era già scesa una prima coltre di nebbia che rendeva il paese spettrale. Nella foschia si sentiva attutito il vocio della gente seduta a tavola per la cena e il brusio dei televisori accesi. Un brivido mi arrivò fino ai piedi e non mi diede tregua fin quando non raggiunsi la mia stanza all’albergo Greco.
Il giorno dopo, al risveglio, ripensai all’epigramma, soprattutto al ghigno col quale Foti lo aveva proferito, e pensai che era semanticamente palindromo: padrone o ladro, poeta o usurpatore, da qualunque lato si guardasse la faccenda, ognuno aveva le sue ragioni, e le avrebbe sempre avute.
*in realtà si tratta di un suggestivo proverbio yoruba.
Angelo Tolomeo

