Veri fotografi vs. smartphone: la fine dell’arte nell’epoca tecnologica spiegata in «Il fotografo di bordo», il racconto di Michele Arezzo
Illustrazione di Alessandra Ciangoli
Il fotografo di bordo si era deciso per la prua. Aveva scartato la poppa e ciascuno dei quattordici ponti della Salinas. Mai – si era detto – il culo o i fianchi di qualcosa potranno prendermi la vita. Tutte le sere, quando già in pigiama lo ripeteva all’oblò della sua cabina, un rinculo di soddisfazione gli sanava i malanni della giornata e gli restituiva integra la sua proverbiale placidità.
Da ventun anni, con la diligenza che una madre metodista e un’educazione militare avevano saputo consegnargli, lavorava come unico fotografo di bordo per i duemila e seicento e venti passeggeri della Salinas e sovente, ma per mero spirito d’amicizia, anche per i mille e duecento e cinquanta e tre membri del di lei equipaggio.
Una volta, nel filare di una notte alticcia che ormai puntava dritta all’alba, aveva pensato di contare, in misura forfettaria, quante fotografie avesse scattato lungo tutto il corso della sua carriera: il computo si era rivelato presto impraticabile, ma non la inorgoglita convinzione che con tutto quel lavoro ci si sarebbe potuto lastricare, in sottostima, chilometri di strade e miglia su miglia di rotte acquee.
Alcuni dei suoi lavori migliori avevano avuto per soggetto l’orizzonte e la straordinaria immensità della Salinas. I suoi trecento e quarantacinque metri di lunghezza e le sue oltre cento e quarantottomila e cinquecento e venticinque tonnellate di peso adesso campeggiavano come planetarie gigantografie nei salotti principali del transatlantico, ma pure come incarto dei minuti cioccolatini alla cannella che ogni giorno qualcuno in divisa posava su cuscini e porcellane di questa vera e propria leggenda dei mari.
Un paio di riviste specializzate – teneva sempre a chiarire, il fotografo di bordo, quando ne faceva esibizione con curiosi e conoscenti – avevano più volte sancito il suo talento artigianale, conclamandone una peculiare bravura nei gesti assai complessi dell’esposizione e della simmetria.
La compagnia NCM, che non aveva mai mancato di palesargli la propria stima, cinque anni addietro aveva persino unilateralmente deliberato l’aggiornamento del contratto, accrescendone in quota non indifferente tanto i compensi quanto i benefici.
Più o meno tutto – se si omette un malanno al cuore che il fotografo di bordo ha sempre bollato come trascurabile – veleggiava in favore di vento, srotolando un’enunciazione timidamente luminosa di quello che può essere la vita. Sino a quando, un giorno, ancora pienamente attraccati al porto di Southampton, nei fumi vaporosi di una mattina senza pioggia, il fotografo di bordo aveva notato tra le fiumane dei nuovi arrivi un tale con una paglia di capelli e una camicia floreale che, con il suo telefonino, immortalava il primo passo della moglie sulla Salinas.
L’immagine, che a un primo sguardo gli era parsa fra il curioso e il grottesco, si era presto disciolta per la sua natura di battesimo e per le cento incombenze cui la sua funzione l’aveva subito obbligato. Ma l’esperienza si era ripetuta molto presto nei porti di Rotterdam, Zeebrugge e St. Peter; e l’impressione, come per progressive e impietose stratificazioni, gli si era prima mutata in dubbio e poco tempo dopo addirittura in sospetto.
Scorrevano i mesi e le traversate e la presenza di questi telefonini fotografanti cresceva infestante, mutando rapidissima la propria natura di stravaganza in pratica persino abitudinaria.
Una volta, sui mari metallici del Nord, sotto un sole livido, un giovane signore dal viso glabro e la pelata riflettente gli aveva domandato il favore di una fotografia e simultaneamente gli aveva porto, per lo scatto, il proprio telefono cellulare.
Il fotografo di bordo era rimasto con il gesto interrotto.
Il tale, allora, con uno sprone sorridente e un rigurgito d’orgoglio, aveva aggiunto a piena voce che sarebbe stato sufficiente premere il tondino sullo schermo e che a tutto il resto avrebbe poi pensato l’apparecchio.
Tutto il resto, aveva ripetuto il fotografo di bordo.
Tutto il resto, aveva confermato il tale luminescente.
Il fotografo di bordo, allora, aveva pensato se pigiare o non pigiare; tacendo; e tenendo gli occhi per terra dentro una fessura del parquet che gli somigliava al profilo di una bocca: gli era così venuto da pensare ai Plasmon e a sua madre, dolcissima, che a colazione gli insegnava come si diventa grandi e grossi. Dopo era arrossito e si era sentito d’avere un aspetto infelice.
Temo di non potere, aveva detto. E poi confusamente si era voltato e, sebbene non avesse idea di dove andare, si era incamminato.
Non gli era servito il futuro per capire.
Gli era bastato solo quell’istante presente per vedere l’intero suo passato prosciugarsi e tutto il suo futuro scomparire. Si era sentito di colpo molle e con una improvvisa voglia di zuccheri. Di fronte a un danese al cioccolato e, appena più dietro, a una bimba grassa che si lagnava perché privata dell’opportunità di una banana, il fotografo di bordo si era deciso per la prua.
Avrebbe atteso – gli era parso un segno di coerenza con la sua vita improntare un protocollo per la sua morte – il passaggio attraverso le Isole Svalbard e più precisamente la sosta a Longyearbyen, ultimo baluardo umano a nord del mondo. E quando il giorno era arrivato, e con lui l’ultimo risveglio; l’ultimo danese al cioccolato; l’ultimo filo interdentale; l’ultimo risciacquo; l’ultimo paio di mutande; l’ultimo soprabito; l’ultimo cammino; l’ultimo sorriso; l’ultima impazienza; l’ultimo sbadiglio; l’ultima sonnolenza; l’ultima eccitazione; l’ultima premura; l’ultimo erutto; l’ultimo pensiero storto; l’ultimo pensiero sordido; l’ultimo pensiero inutile; l’ultimo sfibrante parlare; l’ultimo sbadiglio; l’ultimo sorso di brandy; l’ultima tosse per un cubano; l’ultima acqua; l’ultimo crampo al quadricipite femorale; l’ultimo sole; l’ultima nuvola; l’ultima onda; l’ultimo freddo sul dorso delle mani; l’ultimo fiato bianchiccio dentro cui vedere sfumata la neve; l’ultima ferita per una scheggia di ferro… no – aveva pensato per istinto – una ferita al dito, no. Così, inconsapevole, aveva camminato a ritroso, come riavvolgendosi, sino all’infermeria. Aveva atteso quattro ore e diciannove minuti che arrivasse il suo turno – perché mai aveva e avrebbe approfittato della sua posizione di favore. (In quel tempo si era trovato a sorreggere una signora cui si era distorta la caviglia durante il giro di riscaldamento per la lezione di cyclette; aveva dovuto turarsi il naso e la bocca dinnanzi alla dissenteria di un nuovo anziano che gli sedeva accanto; e aveva dovuto persino cantare «tanti auguri a te, tanti auguri a te» a un bimbo di sei anni la cui presenza nella sala d’attesa non era riuscito a spiegarsi.) Poi era arrivato il suo turno e tutto si era risolto in un pallido ma persistente bruciore, cui le operazioni di disinfezione e medicamento, durate non più di qualche minuto, avevano mancato di offrire sollievo.
Il fotografo di bordo era uscito dall’infermeria e si era ritrosamente incamminato verso la prua, schivando distrazioni e intralci e puntando a dritta, tutto a dritta, sempre a dritta.
Quando era arrivato aveva chiuso gli occhi; si era sorpreso a farsi il segno della croce; aveva scavalcato il parapetto ricordando, per qualche stramberia della sorte, la prima volta in cui un capitano compiaciuto gli aveva scoperto il dono del piede marino; aveva tenuto una mano sul ferro rugginoso della cimasa; aveva sentito delle grida lontane schiumargli sulla nuca; e si era lasciato cadere.
Plof.
Una dozzina di beluga, più tardi, muovendosi oleosi, avevano schivato il fotografo di bordo che in posa scomposta scendeva lento per gradazioni di blu sempre più cupe.
Michele Arezzo

