Il ritorno inaspettato di un amico scomparso: «Due poltrone (appunti di un ritorno)» è il racconto di Adriana Chiapperino

 Il ritorno inaspettato di un amico scomparso: «Due poltrone (appunti di un ritorno)» è il racconto di Adriana Chiapperino

Illustrazione di Alessandra Ciangoli

Ho sognato che tu eri un cosmonauta, in viaggio nello spazio che divide le nostre poltrone,

io invece ero un cartografo impegnato a tracciare i nodi dei tuoi capelli.

Armchairs, Andrew Bird

Quando mi svegliai, lui aveva ancora gli occhi chiusi. Era nella stessa posizione in cui lo avevo lasciato, raggomitolato nella poltrona di fronte alla mia, coperto dalla vecchia vestaglia di damasco, la sua preferita, ormai sdrucita all’inverosimile – infatti solo io, che ne avevo seguito tutto il processo di decadimento, potevo affermare con sicurezza che la tinta originale fosse un ricco rosso scuro e non quell’indefinibile sfumatura tra il colore del fango limaccioso del Tamigi e il grigio dei topi di fogna a cui era ridotta adesso. Tante volte avevo tentato di sbarazzarmene, ma puntualmente gliela vedevo rispuntare addosso, accompagnata da quel suo sorriso cattivo che in passato mi aveva fatto perdere le staffe e che mai avrei pensato di gioire nel rivedere.

Sospirando, mi alzai. Le giunture delle mie ginocchia scricchiolarono così rumorosamente che temetti di svegliarlo, ma lui non mosse nemmeno un muscolo. Mi accarezzai la vecchia ferita, che si faceva sentire a ogni cambio di tempo. Presi un ceppo dalla cesta e lo sistemai nel camino, per ravvivare il fuoco che andava spegnendosi. Con le spalle al camino, mi voltai a guardarlo: stringeva ancora tra le mani il libro da cui non aveva staccato gli occhi nemmeno un momento da quella mattina.

Nonostante gli anni passati sotto lo stesso tetto devo ammettere che, in proporzione al tempo condiviso, vederlo addormentato così placidamente era uno spettacolo a cui avevo potuto assistere raramente, perciò lasciai indugiare il mio sguardo ancora su di lui.

Mi ero reso conto che, da quando era ritornato, i miei sensi si erano acuiti, tutti votati all’accertamento che l’uomo che ora vedevo dormire davanti a me nella sua vecchia poltrona, con la sua vecchia vestaglia, in questo vecchio salotto, colui che avevo pianto come morto per due anni e che era miracolosamente risorto dall’oblio fosse davvero lui, in carne e ossa, e non di nuovo un fantasma creato dal mio dolore. Perciò non fui affatto sorpreso quando l’indice e l’anulare della mia mano destra corsero ad appoggiarsi delicatamente sul suo lungo, pallido collo, piegato elegantemente come quello di un cigno dei giardini reali. Le dita erano state mosse da una forza involontaria e irrazionale, un bisogno atavico che fu appagato soltanto quando riuscii a cogliere l’inconfondibile ritmo alternato, sinonimo di vita.

«Perché cercate tra i morti colui che è vivo?»: mi balenò in mente questo versetto evangelico, non perché sia mai stato un grande devoto – anzi, da uomo di scienza, avevo sempre provato una certa repulsione nei confronti del sacro, ma devo confessare che più volte, nel terribile iato in cui ero stato condannato nel biennio appena trascorso, avevo cercato conforto anche nelle pagine della Bibbia, di cui Sherlock era invece un grande conoscitore, capace di citare a memoria passi a me sconosciuti. Anche lui risorto come il Cristo, davanti ai miei occhi ancora increduli come quelli di Giovanni davanti al sepolcro vuoto. La coincidenza mi fece sorridere, forse gliene avrei parlato al suo risveglio.

La pioggia, intanto, continuava a infrangersi fitta, sporca, macchiando i vetri delle due grandi finestre che la padrona di casa avrebbe pulito l’indomani, con la solita litania di maledizioni contro la polvere scura prodotta dai cantieri a cielo aperto della metropolitana. Un tempo talmente infausto da spegnere ogni entusiasmo di avventura urbana anche in un animo innamorato del brulichio cittadino come il suo, che ora giaceva invece come un britannico Don Chisciotte sconfitto da un’acutissima meteoropatia.

Mi chiesi come avesse fatto a stare lontano da qui così a lungo, e cosa lo avesse spinto allora a tornare proprio adesso. Domande che sarebbero rimaste per sempre taciute per il terrore che avevo di ricevere una risposta che dentro di me, in realtà, già conoscevo.

Prima di perdermi nuovamente in quei pensieri poco piacevoli in cui avevo spesso la poco sana tendenza a indulgere, un brontolio del mio stomaco mi riportò alla realtà. Estrassi l’orologio d’argento dal panciotto e controllai l’ora: erano le sette passate. Nonostante la fame, mi parve il caso di avvisare di sotto che stasera avremmo cenato più tardi. Avevo appena mosso un passo verso la porta, quando mi sentii afferrare il polso dalla morsa nervosa di una mano a me fin troppo nota.

«Non te ne andare», il suo significato silenzioso e imperativo.

Dove dovrei andare ora che sei tornato e che finalmente sono a casa?

Adriana Chiapperino

Blam

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