Parigi, l’università e qualcosa che è meglio non dire: «Ci vediamo quando ci vediamo» è il racconto di Linda Farata
Illustrazione di Alessandra Ciangoli
Una volta avevo vent’anni ed ero strafatta su una barca attraccata alla Senna. Ero andata a trovare Gobi, un caro amico di cui non conoscevo il vero nome. Studiavamo insieme, Filologia. Lui era a Parigi per il semestre; aveva preso in affitto una stanza in un quartiere che non ricordo più dove fosse. Ricordo la casa, spoglia. C’era una poltrona di pelle sintetica in un angolo della camera, accanto alla finestra. L’aveva trovata per strada: ci si stravaccava dopo i pasti, fumava guardando la luna.
Parigi non era come avevo pensato. O forse era esattamente come avevo pensato: bella, crudele e costosa. Gobi ci si trovava male. Aveva un metodo elaboratissimo per saltare i tornelli della metro, e aveva un solo amico, Clément, che non voleva farmi conoscere. Gobi studiava alla Sorbona, me l’aveva fatta vedere da fuori. E così Notre Dame, il museo d’arte disegnato da Renzo Piano, il cimitero dov’era seppellito Jim Morrison. Splendeva il sole, anche questo ricordo. E compravamo birre in lattina a gradazioni altissime per sbronzarci con pochi centesimi, stesi sui marciapiedi. Lui sapeva rubare: carta igienica, confezioni di prosciutto. Io mi ero tagliata la frangia e lui diceva che era il taglio di capelli più ridicolo che avessi mai avuto.
Eravamo diventati amici per sbaglio. Alle lezioni di Glottologia gravitavamo entrambi intorno allo stesso gruppetto di amici cool, ma né io né lui eravamo cool abbastanza. E in quel gravitare, in quell’attendere ai bordi, avevamo finito per passare molto tempo assieme. Gobi era pugliese, ma non ne parlava mai. Io ero cresciuta a Corvetto, e ne parlavo anche troppo. Il suo reddito familiare era talmente basso che riceveva il pranzo gratis in mensa tutti i giorni. Ogni tanto fingeva di non avere fame per dividere il cibo con me. Io fingevo di fare i complimenti e poi accettavo. Uscivamo in cortile, fumavamo, bevevamo caffè ristretti in minuscoli bicchieri di plastica. Adoravamo soprattutto stare in piccionaia, guardare gli altri studenti dabbasso che parlavano e ridevano e flirtavano come noi non sapevamo fare. Ogni tanto chiudevamo gli occhi e camminavamo rasenti i muri. Se gli chiedevo: «Ci vediamo domani?», lui rispondeva: «Ci vediamo quando ci vediamo».
Forse avrei dovuto capirlo prima, ma non avevo voglia di affrontare le conseguenze. È un’età di tentativi, quella dei primi vent’anni. Facile lasciarsi trascinare, trovarsi strafatti su una barca attraccata alla Senna senza sapere a cosa aggrapparsi. Gobi a Parigi aveva solo Clément, ma della gente dell’università l’aveva invitato a una festa. Doveva aver pensato che mi avrebbe fatto piacere conoscere altra gente, uscire a ballare. Prima di andare nel locale, ci eravamo raggruppati nell’appartamento di uno dei suoi compagni di corso. Era in una stanza di quindici metri quadrati con il letto soppalcato e le pareti ricoperte di libri, cd e dvd. I filologi della Sorbona erano altezzosi o forse eravamo noi a essere agitati. In ogni caso, sul tavolo c’era dell’md. La mangiammo. E poi ne mangiammo ancora un po’, spaventati all’idea che non sortisse effetto. Iniziò a salire quando eravamo in fila all’ingresso della discoteca allestita su una barca, e già fu complesso tirare fuori il portafoglio, pagare la cifra giusta in contanti.
Accadde quello che sempre accade: il tempo si contrae, i capelli si arricciano, le mascelle si serrano. Ci ritrovammo qualche ora dopo, sul ponte della barca. Guardavamo l’acqua scura e parlavamo a fiotti, uno sopra l’altro. Fu lì che Gobi avrebbe potuto dirlo e non lo disse, che si era preso una cotta per me. E fu lì che io dissi che mi ero innamorata di Simone, uno dei ragazzi del circolo di Glottologia.
Gobi era tornato in estate, col caldo che trasudava dai palazzi. Ero andata a trovarlo in treno, nella casa della nonna di un amico in cui viveva nel frattempo. In qualche modo si era rotto una gamba: spingevo la sua sedia a rotelle in giro per il paese. Voleva mangiare i pasticcini. Era un paese elegante quello in cui viveva, dignitoso. Dentro il bar del centro sembravamo due ingombri: lui rotto, io sudata. Gobi si abbuffava di crema con rabbia, non mi guardava negli occhi. C’era qualcosa nel soffio dell’aria condizionata che mi ricordava il fresco della Senna di notte. Il modo in cui avevamo guardato l’acqua scura lambire gli scafi del locale. Non volle farmi pagare. Uscimmo in strada, il paese era vuoto e giallo nel pomeriggio. «Ci vediamo domani?» gli chiesi, e lui disse che tornava a casa da solo, non c’era bisogno che lo spingessi.
Linda Farata

