Sono fame di Natalia Guerrieri: la distopia della nostra quotidianità. Recensione

 Sono fame di Natalia Guerrieri: la distopia della nostra quotidianità. Recensione

Un lavoro sottopagato come rider nella capitale, una laurea, il desiderio di scrivere. La protagonista di Sono fame (Pidgin, 2022) è l’emblema di una generazione di incerti, con i sogni in tasca e nessuna prospettiva davanti.

 

Sono fame di Natalia Guerrieri: la trama del libro

Chiara ha 23 anni, una laurea in filosofia nel curriculum e la chiassosa capitale davanti. Nel tempo libero legge articoli scientifici e vorrebbe scrivere, ma intanto fa la rider, consegna cibo a domicilio. Envoyé le aveva promesso flessibilità, il vento romano tra i capelli a ogni consegna sulla sua bicicletta, autonomia e possibilità di crescere. Invece, Chiara ha a che fare con una sorta di Grande Fratello che controlla e commenta ogni suo gesto, a volte persino i suoi pensieri. Una voce fuori campo, una notifica WhatsApp che spesso si confonde con la voce interiore di Chiara stessa e – perché no – con quella di ciascuno di noi, sempre a fare i conti con quel senso del dovere opprimente a cui la società della performance ci abitua.

Sono fame è una corsa in bicicletta, una delle tante che la protagonista affronta quotidianamente. «Dammi qualcosa» scrive al suo tutor quando la quotidianità le sembra insostenibile. Meglio non pensarci, meglio lavorare, accumulare punti che non si tradurranno in guadagno, ma solo in un continuo sfruttamento.

Chiara prova lo stesso a seguire il suo sogno: legge, scrive, rimane sveglia la notte per consegnare l’articolo che potrebbe rivelarsi la sua occasione. Ma non è vero che volere è potere; a volte desiderare qualcosa e impegnarsi non è sufficiente, perché il mondo là fuori è una giungla e Chiara lo sa bene. Dopo la delusione bruciante per non essere riuscita a ottenere il risultato sperato, vedrà il proprio scritto portare il nome dello stesso ragazzo che l’aveva incoraggiata.

Sono fame è lo spaccato di una generazione, di una società fortemente capitalista dove l’umanità non conta più: ha lasciato spazio al desiderio di divorare l’altro.

 

Distopia nel reale

Sono fame è un romanzo tanto bello quanto indefinibile. Con toni grotteschi, e un’ambientazione a tratti fantascientifica, Natalia Guerrieri racconta la distopia della nostra società. Dà voce a una generazione di incerti, eterni precari, plurilaureati con il sogno del dottorato e destinati agli stage non retribuiti e conclusi poi con un «grazie e arrivederci». Giovani che accantonano le ambizioni per fare le consegne a domicilio, senza orari né prospettive.

Chiara è l’emblema di questa generazione, lei che non torna mai a casa e che preferisce non avere legami. «Ho pensato che a volte se nessuno ti ama soffri di meno». Però lei soffre. Per il padre che se n’è andato quando era solo una bambina; per la famiglia che ha bisogno di lei che non c’è; per quel lavoro estenuante e per quello dei suoi sogni, inavvicinabile.

Chiara è una rondine – così vengono chiamati i dipendenti di Envoyé – e, talmente calata nella parte com’è, cerca di sottrarsi all’incombenza dell’avere un corpo. Si alleggerisce ogni giorno di più, nel tentativo di essere una rondine dalle ossa cave. Eppure, trascina dietro di sé un corpo tutto umano, una scia di sudore e di sangue – i crampi mestruali e i denti caduti dopo un’aggressione. Anche gli altri cercano di negarle il diritto di avere un corpo: dal professore con cui intrattiene rapporti occasionali in grado di trasformarla in una «corda di carne», utile soltanto a soddisfare il proprio piacere, al lavoro che le promette libertà e le regala schiavitù. Chiara, infatti, si sottopone a uno sfruttamento continuo della psiche e del corpo, un circolo che sembra non dare scampo.

 

La scrittura di Natalia Guerrieri in Sono fame

Lo stile incalzante e lo sguardo lucido sulle cose sono una costante nella scrittura di Natalia Guerrieri, autrice modenese che ha esordito lo scorso anno con Non muoiono le api edito da Moscabianca edizioni, romanzo in cui ha reso su carta ciò che la pandemia ci ha portato e ci ha tolto.

In Sono fame racconta in maniera cruda di vite spezzate, appese al filo dell’incertezza. Qui anche l’amore è un ingombro, una responsabilità, un’incombenza a cui la protagonista sa di non poter far fronte, non avendone le energie. Da una parte c’è la città che sembra non essere mai sazia e continua a pretendere cibo in qualsiasi momento, e dall’altra c’è Chiara che, invece, ha sempre meno fame e un corpo sempre più smagrito: è così che il romanzo pone al centro la fame e assieme anche un’altra contraddizione di questo tempo.

A cura di Maria Ducoli

 

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Maria Ducoli

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