Primo sangue di Amélie Nothomb: l’ultimo saluto a un padre straordinario. Recensione

 Primo sangue di Amélie Nothomb: l’ultimo saluto a un padre straordinario. Recensione

Vincitore, insieme a Punto di fuga di Mikhail Shishkin, del premio Strega europeo per l’anno 2022, Primo sangue è l’ultimo romanzo della scrittrice belga Amélie Nothomb, edito da Voland e tradotto in italiano da Federica Di Lella.

Il romanzo è il trentesimo pubblicato dall’autrice – con una media di uno all’anno – ed è dedicato al padre Patrick Nothomb, scomparso nel 2020 non a causa del Covid-19 che tuttavia ha impedito alla scrittrice di essere presente al funerale. Primo sangue diventa così un mezzo per ricordare, per prendere commiato un’ultima volta dal padre amato in una maniera originale. Non un’ode funebre, ma il racconto di un’infanzia e una giovinezza straordinarie, quasi quanto la carriera del futuro console. In questa sede la figlia prende la parola e tuttavia si nasconde, mette da parte sé stessa e fa parlare il genitore, in un racconto immaginato che scorre da Patrick Nothomb ad Amélie Nothomb.

 

Primo sangue di Amélie Nothomb: la trama del libro

«Io amavo mia madre di un amore disperato. La vedevo poco. Ogni domenica veniva a pranzo dai suoi genitori. […] Lei aveva un modo speciale di evitare di prendermi in braccio: mi rendeva le mani. Chissà, forse aveva paura di rovinarsi la bella mise.»

 

Patrick Nothomb nasce nel 1937; otto mesi più tardi la madre Claude perde l’amato e giovane marito, un evento che condizionerà i rapporti con il figlio per tutti gli anni a venire. Claude infatti si chiude in un’indifferenza fatta di eventi mondani e corteggiamenti; si rifiuta di crescere il piccolo Patrick, memoria vivente, e per questo insopportabile, di un amato che ormai non c’è più. Il piccolo sarà quindi affidato alle cure affettuose dei nonni materni. Trascorrerà invece le vacanze con il nonno paterno – quel barone Nothomb che ormai di nobile conserva solo il nome – e la sua numerosa famiglia.

Il piccolo Patrick si ritroverà dunque a fare i conti con una realtà completamente diversa rispetto all’ovattata condizione di benestante cui è stato abituato fino a quel momento. Il Nonno Barone, che vive insieme alla giovanissima moglie e ai numerosi figli in un castello in mezzo alle montagne, cresce la prole con metodi darwiniani: sopravvivono – letteralmente – solo i più forti.

Patrick imparerà dunque dai Nothomb lezioni sulla sopravvivenza, sull’arte del compromesso e della trattativa che gli saranno utili nella vita adulta. Da console appena assunto, infatti, verrà rapito in Congo insieme ad altri suoi connazionali, e costretto a una frustrante prigionia trascorsa tra la paura di essere ucciso e la necessità di contrattare per la propria vita e per quella degli altri ostaggi, in un continuo dialogo con i rapitori.

 

«Poco fa mi sono rammaricato di dover morire in ottima salute. Ora mi sembra bello morire così. Potrò vivere la morte a fondo, abbracciarla nel pieno della giovinezza. Finalmente ho raggiunto lo stadio sperato: l’accettazione. O meglio ancora: l’amore per il destino. Amo quello che mi succede. Amo perfino l’assolutezza del mio non sapere. In fondo non è questo il modo giusto di entrare nella morte?»

 

La scrittura di Amélie Nothomb in Primo sangue

Quello della scrittrice belga è un romanzo all’interno del quale realtà e immaginazione si intrecciano con grande abilità ed efficacia narrativa. Come anche in altri suoi romanzi – Stupore e tremori fra tutti – Nothomb sfrutta l’esperienza biografica e la impasta con un’immaginazione comica, un gusto e un talento per l’ironia che creano situazioni al limite del credibile ma mai del tutto irrealistiche.

Tutto questo lo fa con l’eleganza di uno stile misurato; nelle frasi di Nothomb non c’è mai una parola fuori posto, un labor limae che sorveglia l’eccesso senza smorzarne la potenza: la scrittura di Nothomb è tagliente, precisa, colpisce il cuore e consegna al pubblico un’opera inconfondibile.

A cura di Alessia Cito

Alessia Cito

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