Il peso di Liz Moore: uno sguardo puntato sulla solitudine dell’uomo moderno. Recensione

 Il peso di Liz Moore: uno sguardo puntato sulla solitudine dell’uomo moderno. Recensione

Liz Moore, già vincitrice del Dublin Literary Award e del Rome Book Prize nel 2014, torna nelle librerie italiane grazie alla nuova edizione del romanzo con cui, nel 2012, impose il suo talento nel mondo letterario. Dopo Il mondo invisibile (Nn editore, 2021) e I cieli di Philadelphia (Nn editore, 2020), Il peso (anche questo edito da Nn editore, 2022) ci costringe a puntare lo sguardo sulla solitudine che affligge l’uomo del nostro secolo.

Il peso di Liz Moore: la trama del libro

Arthur Opp, affetto da obesità severa, è un ex professore universitario ritiratosi dalla vita sociale. Arthur trascorre le giornate segregato nel suo appartamento di New York con la sola compagnia del cibo. Non ha amici né parenti. L’unico contatto con il mondo esterno è dato dalle lettere che, da ben diciotto anni, riceve dalla sua ex studentessa Charlene Turner. Una brevissima relazione platonica sembra averli legati per sempre, nonostante la distanza che li separa e l’impossibilità di rivedersi. L’unica ragione di vita di Arthur sono quelle lettere e il pensiero che a qualcuno nel mondo possa ancora importare di lui. Fino a quando inaspettatamente Charlene gli svela di avere un figlio di diciassette anni di nome Kel Keller. Dotatissimo per lo sport e con la concreta possibilità di giocare a baseball da professionista, Kel ha qualche problema ad accedere all’università, l’unica possibilità per continuare a giocare e riscattarsi da Yonkers, il quartiere povero in cui abita con la madre. La vita di Arthur si incrocia incredibilmente con quella del giovane Kel, avviando un cambiamento che porterà a svolte impreviste e dolorose. Arthur avrà modo di riprendere in mano la sua vita, mentre Kel dovrà fare i conti con la verità del suo passato e della sua famiglia.

«Mentre lei era in cucina ho abbassato un attimo la guardia e ho aperto il mio cuore e ci ho lasciato entrare un sacco di dolore che mi era rimasto accanto per gran parte della vita e ho riflettuto sul fatto che gli uomini che verranno a indagare in casa mia dopo aver ricevuto parecchie segnalazioni dai vicini troveranno un cadavere vecchio e grasso che non ha parenti e soltanto un mucchio di carte che diranno: questo è un essere umano, era un uomo con una storia».

La solitudine e le sue forme

Il titolo inglese del romanzo Heft, letteralmente «fardello», attribuisce un’accezione al testo che in parte si perde nella traduzione scelta per l’edizione italiana. Il fardello lascia intuire quel percorso lento, trascinato e incespicante che alcuni esseri umani compiono. Il percorso di vita che è toccato in sorte ad Arthur Opp che, nelle pagine dedicate alla compulsione del cibo – esordita da piccolo, radicata nel legame con la madre, con il padre –, lascia emergere un travaglio emotivo, un carico di sofferenza di cui il lettore è ignaro. Il personaggio di Kel Keller, apparentemente un vincente, capace di creare attorno a sé quella fascinazione adolescenziale tanto tipica delle narrazioni americane, nasconde un altro genere di solitudine. Kel non conosce il suo passato. Rincorre nella memoria le immagini sfuocate di un padre che lo ha abbandonato da piccolo, ma vive con la madre di cui deve occuparsi a tempo pieno. Charlene, infatti, non corrisponde all’idea che ha di lei Arthur e che risale a vent’anni prima. La vita è stata ingiusta e severa con lei che ha dovuto trovare, proprio come gli altri protagonisti, un modo per anestetizzare il dolore.

«[…] quasi tutte le foglie sono cadute dagli alberi, ma fa caldo per essere novembre, e quindi tutte le famigliole di Pells sono fuori nei giardini delle loro enormi case, a rastrellare e ridere felici. Nell’aria c’è odore di legno bruciato e, non per la prima volta, mi sento un intruso, uno che osserva da fuori».

La scrittura di Liz Moore in Il peso

Il romanzo di Liz Moore, al di là dei colpi di scena e delle svolte impreviste che tengono il lettore incollato alle pagine, ha la capacità primaria di immergersi nella paura di vivere, nell’immobilità di certe esistenze. La struttura narrativa, l’alternarsi sapiente dei punti di vista di Arthur e Kel, mantiene alta la tensione sugli eventi drammatici che cambiano la vita di entrambi, ma consente anche di conoscere nel profondo due anime sofferenti. Con cura e calma, Liz Moore si addentra nella mente degli emarginati, dei soli, senza piegarsi alla commiserazione o al dramma fine a sé stesso. Il peso è un romanzo malinconico, ombroso, ma in fondo colmo di speranza.

«Prima che mi chiamasse quest’autunno, prima che Yolanda venisse da me, negli otto anni che ho trascorso da solo e con nessun altro, sono riuscito a consolarmi. Sì, c’è stato il cibo, ma a parte il cibo c’era l’idea di avere una superanima fatta di solitudine. Un collegamento con tutte le persone sole del mondo a cui ricorrere quando mi sentivo molto giù».

 

A cura di Silvia Ognibene

@silviabookolica

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Silvia Ognibene

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