Cieli in fiamme di Mattia Insolia: un romanzo sulla fragilità di figli e genitori. Recensione

 Cieli in fiamme di Mattia Insolia: un romanzo sulla fragilità di figli e genitori. Recensione

C’era grande attesa per il ritorno di Mattia Insolia, dopo il successo di pubblico e di critica del romanzo d’esordio, Gli affamati (Ponte alle Grazie, 2020). E le aspettative non sono state tradite. Con Cieli in fiamme (Mondadori, 2023) lo scrittore siciliano torna a confrontarsi con una storia che costringe il lettore a fare i conti con la violenza, sotto ogni forma, e con temi universali come la famiglia, l’amicizia, l’accettazione di sé e degli altri. Le storie dei tre protagonisti – Niccolò, la madre Teresa e il padre Riccardo – si intrecciano in una trama che si dipana a poco a poco tenendo il lettore incollato alle quasi trecento pagine del libro.

Cieli in fiamme di Mattia Insolia: la trama del libro

La struttura del romanzo si regge sull’alternanza tra il racconto delle vicende avvenute nell’estate del 2000, di cui sono attori principali i giovani Teresa e Riccardo, e quelle che accadono nell’inverno del 2019: diciannove anni dopo Riccardo è ormai un uomo di 36 anni mentre Niccolò, il figlio, è un ragazzo di 18 anni. Come nei migliori intrecci, il lettore inizia a comprendere quale sia il nesso tra le due vicende solo avanzando nella lettura. Quel che si sa sin dall’inizio è che Riccardo sta per compiere un gesto estremo. Chiusa la parentesi dell’incipit (espediente narrativo che fa il paio con quello usato nel romanzo d’esordio), Insolia procede raccontando che Niccolò è cresciuto con la madre e il suo compagno, mentre il vero padre ha sempre latitato. Quello stesso padre che ora vuole convincere il figlio a fare un viaggio in macchina di cui non si conosce la meta. Inizia così un’avventura on the road che durerà qualche giorno e avrà tutto il sapore di un viaggio di formazione. Tra una sfuriata e l’altra, il diciottenne, un po’ alla volta, inizia a conoscere il padre. Quello che Niccolò intraprende, seduto in auto accanto a Riccardo, non è solo un viaggio alla scoperta del genitore ma anche e soprattutto un viaggio dentro sé stesso. Adolescente cresciuto con un padre assente e una madre apprensiva, ampiamente foraggiato dal patrigno, appare come un giovane presuntuoso, spalleggiato dagli amici bulletti, dedito all’abuso di stupefacenti e dalla vita sessuale promiscua. Ma Niccolò è in realtà un ragazzo profondamente fragile, solo, insicuro ma più maturo di quanto egli stesso sia consapevole. Riccardo è ora un giovane padre fallito, senza un soldo e senza un futuro, mentre nel passato era in tutto simile al figlio: ricco, altezzoso, convinto di poter fare e avere ogni cosa. E Teresa? Nel 2019 è una madre che odia il padre di suo figlio e che teme che Niccolò possa ripercorrere le orme paterne, mentre quasi vent’anni prima è stata una ragazzina grassottella, vittima di una madre bigotta e violenta e di un padre incapace di opporsi alla malvagità della moglie. Lo scrittore segue la storia di Teresa e Riccardo da ragazzi, quando si conoscono nell’estate in cui la vita di lei viene completamente stravolta, e quella di Riccardo e Niccolò, nel loro rocambolesco viaggio in auto, fino all’epilogo finale.

La gioventù spezzata di Mattia Insolia

Mattia Insolia, classe 1995, si rivela, anche nel secondo romanzo, un autore capace di raccontare come pochi altri quella difficile fase della vita che coincide con l’adolescenza e l’inizio dell’età adulta. Come in Gli affamati, in cui i protagonisti erano i due fratelli ventenni Antonio e Paolo, anche in Cieli in fiamme la giovinezza raccontata da Insolia è intrisa di disperazione, violenza e solitudine. I genitori sono figure assenti o del tutto negative, portatori di un’infelicità funesta che avvelena anche le vite dei figli, a loro volta soli, fragili, incapaci di dimostrare amore, di distinguere il bene dal male, sempre pronti a obbedire alla legge del branco pur di non essere ancora una volta abbandonati. La strada dell’odio appare come l’unica via percorribile, ma questo modo di agire lascia ferite profondissime dentro le coscienze dei personaggi, lacerati dalla dicotomia tra ciò che si è e ciò che si dovrebbe essere. I giovani di Insolia sono il ritratto più che realistico di una generazione che non ha punti di riferimento. E poco importa che sia il 2000 o il 2019, la storia tristemente si ripete. La violenza insensata in lotta con i sensi di colpa: è uno scontro continuo e costante che lo scrittore non ha paura di raccontare, scavando dentro le vite dei personaggi e facendone emergere la vera essenza. L’insicurezza, la non accettazione di sé, il desiderio di essere come gli altri, la perenne sensazione di sentirsi inadeguati e sbagliati: Insolia sa rendere a parole quello che ogni adolescente ha provato più volte negli anni della crescita. E lo fa senza usare retorica, senza giudicare e senza scadere nel macchiettismo del giovane maledetto.

Protagonisti e comprimari

Come accennato, i protagonisti della storia, pur ritratti in fasi diverse delle loro vite, sono tre. Ma la forza di questo romanzo è nascosta anche nella potenza delle figure comprimarie. La madre e il padre di Teresa in primis. Lei costantemente impegnata a recitare il rosario e a frequentare la chiesa, è protagonista di alcune scene di assoluta violenza ai danni della figlia. Un personaggio repellente, che il lettore fatica a digerire. Mentre il padre della giovane Teresa è totalmente succube di una moglie, che egli stesso, in un momento di complicità con la figlia, definisce cattiva perché divorata dall’odio per sé stessa. Una menzione d’onore spetta anche a Mario, l’amico che Niccolò incontra inaspettatamente durante il viaggio con il padre. Una chiacchierata, quella tra i due ragazzi che un tempo erano stati compagni di scorribande, che ha tutto il sapore di un’epifania. Sarà lo stesso Mario a pronunciare una delle frasi che imprimono una svolta alla storia: «Tornato lucido, volevo soltanto che a crepare ero io. Non lui. E allora ho capito che nel mondo ci devono stare anche i cattivi. Ci devono stare anche quelli che nella vita degli altri portano dolore e… merda, noi eravamo quelli. E io non ci sono riuscito più, a sopportarlo».

La scrittura di Mattia Insolia in Cieli in fiamme

Niccolò è un diciottenne cresciuto negli anni Duemila e con il linguaggio della sua generazione si rivolge ai genitori e a chi lo interpella: risposte risicate, parolacce usate come intercalari, parole troncate, toni aggressivi e sbrigativi. Anche sotto questo aspetto Insolia non manca di realismo e mimetismo. Il Riccardo della fase giovanile non si discosta dallo stile del figlio anche nel modo di parlare, replicando il tono presuntuoso di certi adolescenti. Nella versione adulta, invece, alterna momenti in cui sciorina consigli filosofici e criptici al figlio, ad altri in cui risponde senza mezzi termini agli sconosciuti che incontra durante il viaggio: nel suo modo di parlare c’è tutta la sfrontata sincerità di chi non ha più niente da perdere. Se c’è un personaggio, però, in cui la scrittura di Insolia supera sé stessa è probabilmente quello della Teresa adolescente. Nel salto dall’essere bambina, figlia di una madre per cui tutto è peccato, a ragazza che scopre i suoi desideri e si rende conto di poter piacere è anche il linguaggio a giocare un ruolo importante. Cresciuta in una casa in cui anche pronunciare la parola divorzio suscita senso di colpa, Teresa scopre, anche grazie all’amica-nemica Elena, il lessico che tutti i ragazzi usano: quello legato al sesso, ma anche all’alcol e alle droghe. E la rivoluzione, si sa, passa anche dalle parole.

 

A cura di Barbara Rossi

Barbara Rossi

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