Un campanile e tutta la difficoltà di partecipare alla vita: «Raccolto alla scrivania» è il racconto di Christian Costa

 Un campanile e tutta la difficoltà di partecipare alla vita: «Raccolto alla scrivania» è il racconto di Christian Costa

Illustrazione di Dario Licata

Raccolto alla scrivania e a un paio di metri la finestra semiaperta, suonano le sette. O le sei. Non lo so di preciso: guardo poco o niente l’orologio. Eppure tertium non datur. Alle sei (o alle sette) nella chiesa del quartiere vicino, più grosso, ché il mio una sua chiesa non la possiede, toccano le campane. Non le toccano davvero. Beninteso, non «suonano» neppure: suona, «perentoria ed ignara», la musichetta. Del resto ignoro se ci siano mai state campane vere e proprie, un campanile – pure esistente nella memoria personale, ma, credo, poco nella realtà tangibile – che le contenesse, o abbiano semplicemente impiantato, all’interno, casse acustiche controllate da centraline elettroniche che riproducono registrazioni digitali. So solo che la musichetta è profondamente triste. Depressiva.

Prendete un giorno come tanti, oggi, quella che si chiama una domenica novembrina, pure se è maggio. Comincia tutto dallo stomaco. Si somatizza così. Una nausea sottile s’insinua nelle viscere del corpo che, rammollendosi, si priva dell’energia per alzarsi dalla sedia: la mente si ferma, il cuore, incredibile a dirsi, accelera e gli occhi si chiudono.

No. Non è la stagione delle rondini, l’allergia alle graminacee, i segni inconfutabili dell’antica fiamma: non siete innamorati, ma colti dal magone. Che non dura molto. Quattro, cinque minuti al massimo, ma intensi, che estenuano, quasi fuori dalla durata effettiva degli orologi artificiali: un allenamento nella Stanza dello Spirito del Tempo, ma al contrario. E poi? Che succede? Come va avanti, come prosegue, termina la triste bolla e malinconica?

Un pensiero scoppia. Ridesta la mente, prima sopita e adesso vigile: Fede, anche Fede, il mio amico Fede che vive a centocinquanta metri da casa mia, entrambe affacciate sui campi riposati, sta provando la medesima emozione, l’identico sentire, egli, uguale a me. Alzati dalle scrivanie e chiuse le finestre, scenderemo, allora, con olimpica calma, al campetto del nostro quartiere periferico e, attenuato l’effetto pungente della nostalgia, la rivivremo. Ho solo una brusca domanda: stavolta, chi porta la palla?

Christian Costa

Blam

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