Perché rileggere “I gatti di Copenhagen”, la fiaba quasi sconosciuta di James Joyce nata da una lettera scritta al nipotino

 Perché rileggere “I gatti di Copenhagen”, la fiaba quasi sconosciuta di James Joyce nata da una lettera scritta al nipotino

Nel 1936, di ritorno da un soggiorno nella capitale danese, James Joyce prese carta e penna per scrivere una lettera al nipotino di quattro anni Stephen, che viveva in Francia. Nacque così I gatti di Copenhagen, una fiaba poco conosciuta e riemersa solo nel 2012, giorno della sua prima pubblicazione a Dublino. Considerata il gemello di un altro celebre racconto per l’infanzia di Joyce, Il gatto e il diavolo, la storia attinge a un immaginario intimo e condiviso tra il grande romanziere e il piccolo figlio di Giorgio. Un universo fantastico in cui i felini sono protagonisti e in cui ritorna, con amabile eccentricità, una stravagante ossessione: la difficile arte di farsi aiutare ad attraversare la strada.

I gatti di Copenhagen di James Joyce: molto più di una fiaba

Ho scoperto per caso questo piccolo capolavoro senza tempo di uno dei miei autori preferiti mentre stavo cercando un libro da comprare per mio figlio di quattro anni. Siamo stati assieme a Copenhagen poco tempo fa e ci ricordiamo benissimo – più lui, a dire il vero – di aver visto almeno un paio di gatti, oltre ai pesci e alle biciclette. Ecco perché abbiamo comprato questo libro: volevamo leggere le storie dei mici, non scoprire che non esistono nemmeno. Nella Copenhagen raccontata da Joyce ci sono tanti giovani vestiti di rosso che girano in bicicletta con telegrammi e letterine, ma non ci sono gatti. In qualche modo, un plot twist children friendly me lo sarei potuto – e forse dovuto – aspettare. Dietro la patina giocosa e innocente, solo all’apparenza, della fiaba pensata per un bambino, I gatti di Copenaghen nasconde l’inconfondibile acume critico di Joyce. Fatto sta che ridurre il testo a un semplice esercizio infantile con cui passare il tempo significherebbe trascurare la raffinata architettura tipica della scrittura joyciana. L’opera, in tal senso, è una brillante metafora e una profonda riflessione sulle convenzioni sociali, sul senso di omologazione che caratterizza la civiltà moderna e sulla natura umana in generale.

Una critica al conformismo borghese

Questa fiaba mette anche in ridicolo l’autorità e il conformismo borghese, tipico della produzione letteraria joyciana. Quando i felini compaiono finalmente sulla scena, Joyce ribalta ogni aspettativa: non sono quelli che siamo abituati a vedere, liberi e agili, bensì figure grottesche che indossano giacche rosse, fumano il sigaro e attraversano la strada rigorosamente soltanto quando il semaforo è verde. Dei burocrati, insomma. Con questa rappresentazione assurda, l’autore ridicolizza la burocrazia, le regole sociali oppressive e l’obbedienza cieca. I gatti, nei loro fantastici disegni antropomorfi di Casey Sorrow, rappresentano la perdita dell’istinto in favore dell’omologazione. La società occidentale, d’altro canto, è per Joyce incapace di concepire l’esistenza al di fuori di norme e schemi preconfezionati.

Evitare di prendersi troppo sul serio

I gatti di Copenaghen è uno straordinario strumento di pensiero critico che invita a guardare con ironia al rigido mondo degli adulti. E forse insegna anche agli adulti a non prendersi troppo sul serio, un invito ad avere uno sguardo libero e anticonformista sul mondo. Questa fiaba ci ricorda inoltre che l’ironia, la fantasia e la capacità di mettere in discussione le regole prestabilite sono le vere chiavi per mantenere intatta la propria libertà interiore. E se serve sacrificare qualche poliziotto scansafatiche che passa le giornate a bere latticello, ben venga. A noi è piaciuto parecchio.

 

A cura di Milo Salso

Milo Salso

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