Tutte le aspettative tradite e le ansie che ci vogliono per crescere: «Fuorisede» è il racconto di Alfons Muzhani
Illustrazione di Dario Licata
Le differenze tra i due sono tante. A prima vista, c’è quella dell’età: quasi quarant’anni li separano. Il professore ha il volto imbiancato da una barba incolta con due ciuffi di capelli ai lati, ritti come antenne. Lo studente è bruno e glabro, con lunghi capelli mossi che non trovano pace. Fissa il foglio davanti a sé, su cui la penna non si poggia mai, ma rimane salda nella mano umida. Siedono attorno a una scrivania inondata di libri. Fuori dalla finestra, il buio del pomeriggio invernale.
L’esito è già chiaro a entrambi e l’attenzione dello studente ora è rivolta alla camicia del professore, di un colore violaceo, larga, che lascia intuire la massa cadente di un corpo disinteressato al moto. Al giovane scendono i capelli sugli occhi, a disturbarne la vista, e li risolleva con nervosismo, incastrando la ciocca dietro all’orecchio.
Il professore prova a dargli fiducia, temporeggia. Si sfila gli occhiali e li lucida con una pezzetta. «Non mi ricordo.» Lo studente è rassegnato.
«Non si ricorda» il professore sospira, e intanto si rimette gli occhiali. «Mi dispiace ma le devo chiedere di ripresentarsi.»
Fuori dall’ufficio, altri giovani aspettano il proprio turno. Guardano uscire lo studente, lo fissano avidi di commenti sull’esame. Ma non ottengono nulla, solo un volto torbido che sparisce per le scale.
Il traffico del tardo pomeriggio, il giallo dei vecchi lampioni, il vento freddo. Con mano tremante si accende una sigaretta. La prima boccata è distratta; la seconda è più lunga, aggressiva. Il fumo entra in gola abbondante, caldo, solido.
Gli arriva un messaggio. È sua madre: «Sono a casa. Fammi sapere come va!».
Se la immagina, sua madre, appena rientrata dal lavoro che poggia la borsa sul tavolo in soggiorno. Lascia le scarpe all’ingresso e si abbandona sul vecchio divano. Quindi subito, il pensiero al figlio.
Nel tragitto verso casa attraversa i portici a passo svelto. Il vento gli frusta in faccia i capelli. Passa di fianco alle persone, ha il naso verso il basso, prega di non incontrare nessuno. Raggiunge la porta di casa ed entra. Sente la presenza dei coinquilini, ma non saluta. Corre a rifugiarsi in camera. Sfila giacchetto e zaino insieme, che cascano a terra in un’unica massa informe.
Arriva un altro messaggio. Sempre sua madre: «È tornato anche papà. Tutto ok?».
Si accascia sul letto. Gli torna in mente quando da piccolo andava al parco con il padre e si faceva male giocando: per consolazione cercava la sua mano, ruvida e massiccia, a cui si aggrappava con tutto il peso.
Stringe a sé il cuscino. Inspira con forza l’odore del tessuto stantio.
«Perdonatemi, non so che fare».
Nel caldo torpore di casa, in un susseguirsi di pensieri sempre più appannati, si addormenta.
Lo sbattere della porta lo sveglia. Ritorna al mondo con lentezza, come se avesse dormito per giorni. Rimette a fuoco: la piccola stanza si materializza davanti a lui. Sulla scrivania ci sono fogli sparsi, una birra vuota e un posacenere pieno. Le scarpe in fila a lato dell’armadio. Sono le dieci di sera.
«Devo bere» si dice. Nel rivestirsi avvia un dibattito interiore: da una parte i pensieri consolatori in cui si dice: «È andata così»; dall’altra parte, l’opposto, che indica come priorità quella del riposo, unito a una più matura gestione delle risorse economiche. Un conflitto fasullo, una recita: un meccanico bisogno di riconoscere che non è il caso di sperperare i soldi dei genitori. Ma eccolo lì che si chiude alle spalle la porta di casa. Riesce comunque a dirsi «che schifo».
È una sera infrasettimanale e rigida, ma le vie del centro sono vivaci. Lo studente entra in un pub da cui si sente una batteria. È affollato e l’aria è consumata, fa caldissimo; la mandria di giovani si mescola sotto lo stridere delle chitarre, strimpellate da due cinquantenni galvanizzati che sputano sui microfoni. Il bassista è un uomo lungo e gobbo che se ne sta in disparte, di fianco alla batteria, martellata da un belloccio con la bandana.
Lo studente ordina una birra e senza nemmeno spogliarsi un po’ si attacca alla bottiglia. Una lunga sorsata, fredda. Una seconda sorsata, poi una terza. La prima bottiglia è andata. Tira giù la cerniera del giacchetto, si poggia al bancone e ordina un’altra birra. La folla sotto al palco ha un’età che si aggira attorno ai vent’anni. D’un tratto la band fa partire un brano piuttosto famoso. Le persone si esaltano. Lo studente squadra un po’ tutti: come si muovono e come sono vestiti. Si sofferma poi sui suoi stivaletti in camoscio, in fondo ai vecchi jeans sciupati. È l’unico vestito così.
Con lo sguardo, divide in due fasce orizzontali ciò che vede: nella fascia in alto, più illuminata, ecco lo svago in forma esplicita, i volti che sorridono, si salutano, cantano; nella fascia in basso, si muove una scena sotterranea, buia, in cui le mani si toccano, i bacini si sfiorano. Lui pare essersi spento. Torna in sé appena nota che il suo piede si sta muovendo a ritmo della batteria.
Ordina un’altra birra ed esce dal locale.
Ci sono due ragazze che stanno fumando; anche lui si accende una sigaretta, appoggiato al muro. Si accorge che sta sperando che gli chiedano qualcosa. Avanza meccanico, da un bar all’altro: ordina birra e beve passeggiando per la città, che pian piano si svuota. Ha rinunciato a tirarsi su i capelli, ora oscillano davanti agli occhi.
Casa sua non è vicinissima e gli monta in testa un’idea. Tituba un istante, ma poi si convince e si mette a correre. Corre sempre più forte, nel deserto notturno. Le suole delle scarpe fanno eco sull’asfalto. L’ombra che genera passando accanto ai lampioni nasce e muore in un attimo. I capelli gli si infrangono sugli occhi, ancora, incessantemente, senza rispetto.
Rallenta per riprendere fiato. Il cuore gli sta per scoppiare, i piedi gli fanno male. Cammina piano e sfila il cellulare dalla tasca per vedere l’orario. È quasi l’una. C’è un altro messaggio della madre: «Noi andiamo a dormire. Ci sentiamo domani… se puoi».
Ripensa a sé durante il primo anno universitario, all’entusiasmo che lo scuoteva, alla vita in una città nuova; immagina poi una famiglia sua, un figlio, i suoi genitori diventati nonni, vecchi, piccoli e felici; si vede infine anziano, in un letto d’ospedale, a lato di una grande finestra da cui entra il sole che gli scalda il petto, gli occhi commossi per la soddisfazione di una vita piena.
Arriva davanti alla via di casa. Non sa se fumarsi un’ultima sigaretta prima di risalire e infilarsi nel letto. Resta qualche istante con l’accendino in una mano e una sigaretta nell’altra, sospira, poi infila tutto in tasca e apre il portone.
Alfons Muzhani

